Da rivedere per la prima volta. Tutti a casa

Da rivedere per la prima volta. Tutti a casa

Ogni tan­to suc­ce­de che si ha voglia di vede­re un film sen­za ave­re ben in testa cosa guar­da­re, ci si sdra­ia con l’idea di met­ter­si a osser­va­re una sto­ria per­ché sem­pli­ce­men­te si ha voglia di film. Si cer­ca così cosa guar­da­re e, la mag­gior par­te del­le vol­te, appe­na tro­va­ta una pel­li­co­la che sem­bra inte­res­san­te, la pri­ma cosa che si osser­va è il suo gene­re d’appartenenza: d’azione, thril­ler, comi­co, roman­ti­co etc. Se, in un momen­to come que­sto, si incap­pas­se in Tut­ti a casa, film del 1960 diret­to da Lui­gi Comen­ci­ni, pro­ba­bil­men­te si rimar­reb­be un atti­mo stra­nia­ti, poi­ché esso è un film di guer­ra, dram­ma­ti­co e comi­co.

Se la vici­nan­za dei pri­mi due ter­mi­ni non ci si stu­pi­sce, par­reb­be stra­na la pre­sen­za del ter­zo; tut­ta­via, poi si guar­da la locan­di­na del film e si nota subi­to la pre­sen­za di Alber­to Sor­di, lui giu­sti­fi­ca la pre­sen­za del ter­zo ter­mi­ne, ma ren­de a sua vol­ta stra­no che ci sia il secon­do, il dram­ma­ti­co. Una com­mi­stio­ne di ele­men­ti che sem­bra mol­to stra­na quin­di, ma che, dopo solo 10 minu­ti, si com­pren­de esse­re per­fet­ta, un qual­co­sa di sen­sa­zio­na­le che lascia sba­lor­di­ti facen­do ride­re di gusto ama­ro.

Tutti a casa è una delle più riuscite mediazioni tra neorealismo e commedia all’italiana, che nel dramma ricorda a tutti la potenza che la commedia può avere.

Ambien­ta­to nel 1943, il film ini­zia pro­prio l’8 set­tem­bre, data del comu­ni­ca­to radio del gene­ra­le Bado­glio in cui annun­cia l’armi­sti­zio, e rac­con­ta di un repar­to dell’esercito coman­dan­do dal sot­to­te­nen­te par­ti­co­lar­men­te ligio al dove­re Alber­to Inno­cen­zi (Alber­to Sor­di). Non aven­do ordi­ni, non sapen­do cosa fare, i sol­da­ti deci­do­no di tor­na­re alle pro­prie case e dal­le pro­prie fami­glie, mol­ti si dile­gua­no ma alcu­ni, casual­men­te o no, rimar­ran­no con il sot­to­te­nen­te ini­zian­do quel­lo che è un gran­de viag­gio in un’Italia divi­sa, con la guer­ra civi­le alle por­te e i nazi­sti sem­pre più pre­sen­ti. Il ritor­no a casa è uno dei temi cen­tra­li dell’opera, le case sono l’Itaca di ognu­no di que­sti uomi­ni, di cui sen­to­no con­ti­nua­men­te la man­can­za, mol­te sono le dolo­ro­se fati­che che devo­no supe­ra­re per rag­giun­ger­la e tenerla. 

L’unio­ne tra com­me­dia e dram­ma è pre­sen­te su più livel­li, crean­do un insie­me stra­ti­fi­ca­to che per­met­te al film di fun­zio­na­re così bene. In pri­ma istan­za vi è il rac­con­to in sé, la sto­ria scel­ta: ciò che è suc­ces­so in Ita­lia con il comu­ni­ca­to di Bado­glio è tra­gi­co, la gran­de negli­gen­za e ambi­gui­tà del­le alte sfe­re del­la clas­se poli­ti­ca ita­lia­na creò enor­mi dan­ni, il film evi­den­zia, fin dal­la pri­ma mezz’ora, l’assur­di­tà di quel­lo che è suc­ces­so, ma non enfa­tiz­za, ben­sì fa que­sto con gran­de ele­gan­za, per esem­pio mostran­do sol­da­ti che non san­no cosa fare quan­do i tede­schi spa­ra­no. Que­sta com­me­dia, però, è anche una tra­ge­dia, sono sol­da­ti che non san­no cosa fare, non com­pren­do­no, sono con­fu­si e inse­ri­ti in una situa­zio­ne che non capi­sco­no, quin­di è natu­ra­le che deci­da­no di tor­nar­se­ne a casa. 

Il secon­do livel­lo è la scel­ta e l’interpretazione del cast: Ser­ge Reg­gia­ni, Mar­tin Bal­sam inter­pre­ta­no benis­si­mo i loro ruo­li, sem­pre con uno sti­le che richia­ma al comi­co, con bat­tu­te, sguar­di, com­men­ti e uso del­la voce tipi­co da film comi­co, ma inse­ri­ti in situa­zio­ni che non sareb­be­ro tali, inol­tre le capa­ci­tà di que­sti atto­ri (e altri pre­sen­ti, come Nino Castel­nuo­vo e Car­la Gra­vi­na) si dimo­stra­no gran­di per­ché rie­sco­no a soste­ne­re i con­ti­nui cam­bi di tono pre­sen­ti nel film. 

Di importante interesse è la scelta di Alberto Sordi: nel ’60 si trova all’apice della carriera, apice che durerà ancora a lungo, e in questo film è inserito in un ambiente tipico per lui, quello del personaggio che si ritrova incastrato in una situazione fuori dal proprio controllo, cui cerca di sottrarsi in qualche modo. 

La genia­li­tà del­la scel­ta di Sor­di non si nota solo nel­le sue gran­dis­si­me capa­ci­tà atto­ria­li, ma anche nel vede­re que­sta tipi­ca masche­ra del cine­ma ita­lia­no che ora si con­fron­ta con un’ama­rez­za nuo­va, il per­so­nag­gio del sot­to­te­nen­te è quel­lo di un uomo ligio al dove­re, ma non al fasci­smo in sé: da sem­pre è pron­to e bra­vo a segui­re gli ordi­ni, lo fa con rispet­to ma, ora, deve con­fron­tar­si con la man­can­za di ordi­ni, con l’incertezza, il cavar­se­la da sé, fino a quan­do lui stes­so andrà in azio­ne; non si può non vede­re come il per­so­nag­gio masche­ra di Sor­di si fac­cia meta­fo­ra di tut­to il popo­lo ita­lia­no, che nel fasci­smo era sta­to edu­ca­to a segui­re ciò che gli vie­ne det­to e che ora, improv­vi­sa­men­te, deve con­fron­tar­si con il dover deci­de­re, il fare scel­te.

Oltre a ciò il pro­ta­go­ni­sta del film ci ricor­da la com­ples­si­tà del­la sto­ria pas­sa­ta, è un sol­da­to fasci­sta ma che non era d’accordo con l’entrata in guer­ra, che non face­va il salu­to roma­no, indos­sa­va la divi­sa nera ma non cre­de­va più di tan­to nei valo­ri del par­ti­to; ovvia­men­te si può dire che que­ste carat­te­ri­sti­che gli sia­no sta­te attri­bui­te per miti­gar­lo, visto che il film uscì nel ’60 ed era for­se trop­po pre­sto per mostra­re sol­da­ti ita­lia­ni del tut­to fasci­sti. È altre­sì vero che il per­so­nag­gio è tal­men­te ben costrui­to che que­ste carat­te­ri­sti­che non stri­do­no tra loro, anzi, ci fan­no chie­de­re quan­ti sol­da­ti fasci­sti fos­se­ro come lui. Le sue moti­va­zio­ni (la scel­ta di unir­si all’esercito, di esse­re dedi­to a quel­lo che fa) sono poi mol­to più pro­fon­de di quan­to ci si aspet­ti, lo si vede nel momen­to in cui si con­fron­ta con suo padre, inter­pre­ta­to da Eduar­do de Filip­po, rega­lan­do così al film una sequen­za di gran­de emo­ti­vi­tà e intimità.

Il terzo livello di unione tra commedia e dramma è il fulcro di tutta l‘opera, la forza che rende il film incredibile e uno dei migliori esempi in assoluto di commedia all’italiana: la gestione dei toni drammaturgici. 

Vi sono nume­ro­sis­si­mi momen­ti in cui, in modo mol­to rapi­do ma per­fet­ta­men­te linea­re, la pel­li­co­la rie­sce a cam­bia­re da un tono comi­co a uno tra­gi­co, da uno poe­ti­co a uno più rea­li­sti­co, da momen­ti roman­ti­ci a momen­ti bru­ta­li. Visto che a paro­le è dif­fi­ci­le spie­ga­re, un esem­pio per­fet­to è dato da que­sta sequen­za in cui, nel giro di pochi minu­ti, si pas­sa da un tono comi­co (la per­nac­chia per esem­pio) a uno mol­to tra­gi­co (il tre­no) e poi anco­ra a uno poe­ti­co (la bam­bi­na). Atten­zio­ne agli spoi­ler, ovviamente. 

Que­sto fun­zio­na gra­zie ad una sce­neg­gia­tu­ra for­mi­da­bi­le, scrit­ta da Age e Scar­pel­li, Mar­cel­lo Fon­da­to e lo stes­so Comen­ci­ni, che rie­sce con sor­pren­den­te natu­ra­lez­za e raf­fi­na­tez­za a dare un’opera che è un con­ti­nuo di risa­te, for­te tri­stez­za e gran­de rifles­sio­ne: si ha gran­de cine­ma qui.

Un’ultima con­si­de­ra­zio­ne sul film riguar­da la sua spie­ta­tez­za. Per­ché per esse­re un amal­ga­ma per­fet­ta tra com­me­dia e tra­ge­dia non ser­ve solo che l’amalgama in sé fun­zio­ni, ma ser­ve anche che i due aspet­ti a sé stan­ti fun­zio­ni­no bene. Se è vero che la comi­ci­tà del film è di alto livel­lo, non solo per ragio­ni tema­ti­che ma anche per­ché effet­ti­va­men­te si ride, le bat­tu­te han­no i giu­sti tem­pi comi­ci e non sono mai bana­li, è altre­sì vero che la tra­ge­dia che scor­re davan­ti a noi spet­ta­to­ri è tra­ge­dia pura, l’happy ending non è com­pre­so, i peri­co­li con­tro cui i per­so­nag­gi si con­fron­ta­no sono tre­men­da­men­te rea­li, seri, veri. Per que­sto è un film spie­ta­to, ha il corag­gio ucci­de­re anche i per­so­nag­gi a cui ci fa affe­zio­na­re, tale carat­te­ri­sti­ca in un con­te­sto con così tan­ta iro­nia, come quel­la che si crea nel film, ren­de tali momen­ti anco­ra più for­ti, dolo­ro­si e si sten­ta a cre­de­re che sia­no suc­ces­si veramente.

Un’opera per­fet­ta­men­te scor­re­vo­le que­sta, corag­gio­sa e che con­ti­nua a rac­chiu­de­re in sé signi­fi­ca­ti, che andreb­be risco­per­ta per vari moti­vi, ma sen­za dub­bio per ricor­da­re la for­za che la gran­de com­me­dia all’italiana può ave­re, sia di intrat­te­ni­men­to che come stru­men­to per por­ta­re rifles­sio­ni appro­fon­di­te e rile­van­ti, vero però che per fare que­sto a livel­li così alti ser­vo­no gran­di men­ti, come quel­le di chi lavo­rò a que­sto gran­de classico.

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Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

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