Dante. Dalla lingua degli angeli alla confusione di Babele

Dante. Dalla lingua degli angeli alla confusione di Babele

È ora­mai cosa nota che, fat­ta ecce­zio­ne per ciò che si riscon­tra all’interno del­la cer­chia acca­de­mi­ca, in ambi­to sco­la­sti­co e non, si trat­ti anco­ra in modo deci­sa­men­te mar­gi­na­le e limi­ta­to del cele­bre trat­ta­to dan­te­sco De Vul­ga­ri Elo­quen­tia, un’opera che ha avu­to un impat­to deci­si­vo sugli stu­di del­la sto­ria del­la lin­gua, in pri­mis sul modo di con­ce­pi­re il rap­por­to genea­lo­gi­co tra il lati­no e la lin­gua volgare. 

In primo luogo, per comprendere l’apporto rivoluzionario e nevralgico di tale trattato, è necessario sottolinearne la sua assoluta novità.

Pri­ma di Dan­te, infat­ti, nes­su­no ave­va cer­ca­to di appro­fon­di­re l’arte del­la trat­ta­zio­ne vol­ga­re (o arte del “dire in vol­ga­re”, la cosid­det­ta elo­quen­za), la qua­le è neces­sa­ria a tut­ti: ad essa, infat­ti, anche “le don­ne e i bam­bi­ni vi diri­go­no i pro­pri sfor­zi”. Dan­te dun­que si pre­fig­ge di por­ta­re a ter­mi­ne una mis­sio­ne edu­ca­tri­ce; il suo inten­to con­si­ste nel gio­va­re alla locu­tio del­le gen­ti (alla lin­gua vol­ga­re del­le gen­ti), ossia al loro modo di par­la­re e di espri­mer­si, deci­den­do arbi­tra­ria­men­te di por­re in secon­do pia­no il lati­no, lin­gua che all’epoca veni­va con­ce­pi­ta net­ta­men­te supe­rio­re e pre­sti­gio­sa rispet­to a quel­la del­le gen­ti illit­te­ra­te.

Pro­prio per veni­re in soc­cor­so a que­ste ulti­me, Dan­te invo­ca il ver­bo divi­no (il Ver­bo divi­no), per­ché lo aiu­ti nei suoi inten­ti, sot­tin­ten­den­do così l’equazione tra i due ter­mi­ni lati­ni Ver­bo — ver­bo, che non sono pro­pria­men­te iden­ti­ci: infat­ti il pri­mo Ver­bo allu­de­reb­be a Cri­sto men­tre il secon­do si rife­ri­reb­be all’eloquenza.

L’impegno edu­ca­ti­vo pre­fis­sa­to vie­ne suc­ces­si­va­men­te espres­so con una meta­fo­ra, quel­la del ban­chet­to (ter­mi­ne non casua­le, sic­co­me si ricol­le­ga ad un’altra ope­ra dan­te­sca che si inti­to­la pro­prio Con­vi­vio), momen­to dun­que con­vi­via­le in cui Dan­te si pre­fig­ge di for­ni­re una bevan­da, un dol­cis­si­mo idro­me­le, agli asse­ta­ti. La teo­ria lin­gui­sti­ca pro­po­sta infat­ti si pre­sen­ta pro­prio come una bevan­da ela­bo­ra­ta (l’idromele) che non è da con­ce­pi­re come il risul­ta­to di una sem­pli­ce mesco­lan­za, ben­sì come il frut­to di un pro­ces­so tra­sfor­ma­ti­vo di amal­ga­ma che pro­du­ce qual­co­sa di nuo­vo e soprat­tut­to utile. 

Non c’è bisogno quindi di ribadire che l’oggetto del suo trattato (il cosiddetto subiectum) sarà proprio la lingua volgare, di cui il nostro fornisce poi una definizione.

La lin­gua vol­ga­re, pre­sup­po­sto di ogni dot­tri­na, o locu­tio pri­ma­ria, non sareb­be altro che il lin­guag­gio appre­so natu­ral­men­te, per imi­ta­zio­ne («quel­la che i bam­bi­ni appren­do­no da chi sta loro intor­no dal momen­to che comin­cia­no ad arti­co­la­re i suo­ni […] quel­la che, sen­za il biso­gno di rego­le, impa­ria­mo imi­tan­do la nostra nutri­ce»). Dan­te inol­tre aggiun­ge che tale lin­gua ver­reb­be pri­ma del­la locu­tio secon­da­ria, ossia il lati­no, lin­guag­gio arti­fi­cia­le e dota­to di rego­le, le qua­li non sono neces­sa­rie per l’apprendimento del vol­ga­re, lin­gua per l’appunto natu­ra­le e per que­sto universale. 

Dan­te tut­ta­via non pos­sie­de alcu­na cono­scen­za scien­ti­fi­ca per con­sta­ta­re che lati­no e vol­ga­re in real­tà sia­no impa­ren­ta­ti. Egli, piut­to­sto, è del pare­re che il vol­ga­re venis­se par­la­to già dall’antichità e che solo in un secon­do momen­to i roma­ni aves­se­ro costrui­to la Gra­ma­ti­ca, lin­gua sta­bi­le e non cor­rut­ti­bi­le in quan­to arti­fi­cia­le, del­lo stes­so sta­tu­to del gre­co (oppo­sta dun­que al vol­ga­re, che inve­ce è suscet­ti­bi­le al cam­bia­men­to per­ché naturale). 

Dan­te poi si pro­po­ne di spie­ga­re il per­ché dell’origine del lin­guag­gio, che rico­no­sce esse­re esclu­si­vo dell’uomo; gli ange­li infat­ti non avreb­be­ro biso­gno di alcu­na lin­gua per comu­ni­ca­re, sic­co­me sono in gra­do di cono­sce­re i loro pen­sie­ri tra­mi­te Dio oppu­re scru­tan­do diret­ta­men­te l’uno nel­la men­te dell’altro, men­tre gli ani­ma­li sono gui­da­ti uni­ca­men­te dall’istinto, a dif­fe­ren­za degli uomi­ni che, al con­tra­rio, sono esse­ri ragio­ne­vo­li. L’origine del lin­guag­gio quin­di si con­net­te alla ratio uma­na.

Infi­ne ci si doman­da qua­le pos­sa esse­re, tra le tan­te lin­gue par­la­te e appre­se, quel­la ori­gi­na­ria dell’uomo. Sul­la base del det­ta­to bibli­co, si rico­no­sce che essa sia l’ebraico, lin­gua di Ada­mo, con­ser­va­ta dal popo­lo ebreo fino alla dia­spo­ra e uti­liz­za­ta pro­prio per par­la­re con Dio. 

Cosciente del fatto che gli uomini parlino però varietà linguistiche differenti, Dante cerca poi di spiegare quale sia stata la causa della frammentazione della lingua primigenia. 

Ed ecco che si giun­ge a un nodo fon­da­men­ta­le nel­la trat­ta­zio­ne dan­te­sca: l’episodio del­la Tor­re di Babele e il rela­ti­vo tema del­la con­fu­sio lin­gua­rum. Secon­do il rac­con­to bibli­co l’uomo, acce­ca­to da super­bia e sol­le­ci­ta­to dal gigan­te Nem­brot, avreb­be cer­ca­to di egua­glia­re Dio median­te la costru­zio­ne di un’immensa tor­re, desti­na­ta a erger­si per sim­bo­leg­gia­re il ten­ta­ti­vo del­le crea­tu­re uma­ne di impor­re la visio­ne antro­pi­ca sul mon­do, con­tra­stan­te con quel­la divi­na. Dio, allo­ra, per puni­re gli arte­fi­ci di Babe­le, avreb­be cau­sa­to pro­prio la per­di­ta dell’unità del­la lin­gua ori­gi­na­le e una suc­ces­si­va con­fu­sio­ne che non avreb­be più per­mes­so ai costrut­to­ri di capirsi. 

Se gli ebrei, non pre­sen­ti all’edificazione del­la tor­re, con­ti­nua­ro­no a par­la­re la lin­gua di Ada­mo, i costrut­to­ri avreb­be­ro ini­zia­to inve­ce a pro­nun­cia­re paro­le incom­pren­si­bi­li, la cui roz­zez­za sareb­be sta­ta pro­por­zio­na­le alla raf­fi­na­tez­za del lavo­ro svol­to. Allo stes­so modo, anche il gigan­te Nem­brot, è sta­to puni­to: come si leg­ge nel can­to XXXI dell’Inferno il suo desti­no è quel­lo rima­ne­re con­fic­ca­to in un poz­zo assie­me ai super­bi e di non esse­re com­pre­so, sic­co­me le paro­le che pro­fe­ri­sce, simil­men­te a quel­le dei costrut­to­ri di Babe­le, risul­ta­no con­fu­sio­na­rie, caotiche.

Resta da doman­dar­si qua­le sia sta­ta l’origine del­le lin­gue che par­lia­mo oggi­gior­no. Dan­te, anche in que­sto caso, ci for­ni­sce una spie­ga­zio­ne: a segui­to del­la distru­zio­ne del­la tor­re gli uomi­ni puni­ti migra­ro­no ver­so l’Europa, dove si divi­se­ro in tre grup­pi, sul­la base del­le lin­gue deri­van­ti dal­la con­fu­sio­ne di Babe­le.

Que­ste ulti­me si divi­se­ro poi in tre “rami” (idio­ma tri­pha­rium), col­lo­ca­bi­li in tre zone euro­pee. In par­ti­co­la­re, nell’area dell’Europa meri­dio­na­le si sareb­be svi­lup­pa­to un idio­ma che avreb­be dato ori­gi­ne, a sua vol­ta, a diver­se lin­gue, distin­gui­bi­li sul­la base di come veni­va nomi­na­ta la par­ti­cel­la affer­ma­ti­va: da qui deri­ve­reb­be pro­prio la tri­par­ti­zio­ne tra lin­gua d’oc, lin­gua d’oillin­gua del si, da cui si sono svi­lup­pa­te suc­ces­si­va­men­te le nostre lin­gue roman­ze. L’indizio del­la deri­va­zio­ne da un uni­co idio­ma si riscon­tra nel­le paro­le con cui esse indi­ca­no gli stes­si ogget­ti e con­cet­ti, che, come si rile­va dal­la com­pa­ra­zio­ne, sono dav­ve­ro mol­to simi­li (tra le paro­le scel­te per il con­fron­to si segna­la­no: mare, cie­lo, Dio, ter­ra, amo­re).

Dan­te quin­di, con il suo De Vul­ga­ri, non avreb­be avu­to solo il meri­to di ave­re intui­to la paren­te­la tra le lin­gue roman­ze ma anche di ave­re com­pre­so per pri­mo l’esistenza di una fami­glia lin­gui­sti­ca uni­ca, che poi nell’Ottocento sareb­be sta­ta defi­ni­ta “indoeu­ro­pea”.


Biblio­gra­fia
Dan­te, De Vul­ga­ri Elo­quen­tia (con intro­du­zio­ne e note di Vit­to­rio Colet­ti), Gar­zan­ti, Mila­no, 2016.
Giu­sep­pe Poli­me­ni, Come fron­da in ramo. For­me e model­li del­la varie­tà nel­l’I­ta­lia dei vol­ga­ri, Mila­no, Biblion, 2019.

Con­di­vi­di:
Camilla Restelli
Let­te­ra­ta, scri­vo e com­pon­go ver­si per nutri­re la men­te e cura­re l’anima. Viag­gio, sor­ri­do e mi inna­mo­ro spes­so. Per gli ami­ci: Camille.

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