Del: 30 Aprile 2022 Di: Camilla Restelli Commenti: 0
Dante. Dalla lingua degli angeli alla confusione di Babele

È oramai cosa nota che, fatta eccezione per ciò che si riscontra all’interno della cerchia accademica, in ambito scolastico e non, si tratti ancora in modo decisamente marginale e limitato del celebre trattato dantesco De Vulgari Eloquentia, un’opera che ha avuto un impatto decisivo sugli studi della storia della lingua, in primis sul modo di concepire il rapporto genealogico tra il latino e la lingua volgare.

In primo luogo, per comprendere l’apporto rivoluzionario e nevralgico di tale trattato, è necessario sottolinearne la sua assoluta novità.

Prima di Dante, infatti, nessuno aveva cercato di approfondire l’arte della trattazione volgare (o arte del “dire in volgare”, la cosiddetta eloquenza), la quale è necessaria a tutti: ad essa, infatti, anche “le donne e i bambini vi dirigono i propri sforzi”. Dante dunque si prefigge di portare a termine una missione educatrice; il suo intento consiste nel giovare alla locutio delle genti (alla lingua volgare delle genti), ossia al loro modo di parlare e di esprimersi, decidendo arbitrariamente di porre in secondo piano il latino, lingua che all’epoca veniva concepita nettamente superiore e prestigiosa rispetto a quella delle genti illitterate.

Proprio per venire in soccorso a queste ultime, Dante invoca il verbo divino (il Verbo divino), perché lo aiuti nei suoi intenti, sottintendendo così l’equazione tra i due termini latini Verbo – verbo, che non sono propriamente identici: infatti il primo Verbo alluderebbe a Cristo mentre il secondo si riferirebbe all’eloquenza.

L’impegno educativo prefissato viene successivamente espresso con una metafora, quella del banchetto (termine non casuale, siccome si ricollega ad un’altra opera dantesca che si intitola proprio Convivio), momento dunque conviviale in cui Dante si prefigge di fornire una bevanda, un dolcissimo idromele, agli assetati. La teoria linguistica proposta infatti si presenta proprio come una bevanda elaborata (l’idromele) che non è da concepire come il risultato di una semplice mescolanza, bensì come il frutto di un processo trasformativo di amalgama che produce qualcosa di nuovo e soprattutto utile.

Non c’è bisogno quindi di ribadire che l’oggetto del suo trattato (il cosiddetto subiectum) sarà proprio la lingua volgare, di cui il nostro fornisce poi una definizione.

La lingua volgare, presupposto di ogni dottrina, o locutio primaria, non sarebbe altro che il linguaggio appreso naturalmente, per imitazione («quella che i bambini apprendono da chi sta loro intorno dal momento che cominciano ad articolare i suoni […] quella che, senza il bisogno di regole, impariamo imitando la nostra nutrice»). Dante inoltre aggiunge che tale lingua verrebbe prima della locutio secondaria, ossia il latino, linguaggio artificiale e dotato di regole, le quali non sono necessarie per l’apprendimento del volgare, lingua per l’appunto naturale e per questo universale.

Dante tuttavia non possiede alcuna conoscenza scientifica per constatare che latino e volgare in realtà siano imparentati. Egli, piuttosto, è del parere che il volgare venisse parlato già dall’antichità e che solo in un secondo momento i romani avessero costruito la Gramatica, lingua stabile e non corruttibile in quanto artificiale, dello stesso statuto del greco (opposta dunque al volgare, che invece è suscettibile al cambiamento perché naturale).

Dante poi si propone di spiegare il perché dell’origine del linguaggio, che riconosce essere esclusivo dell’uomo; gli angeli infatti non avrebbero bisogno di alcuna lingua per comunicare, siccome sono in grado di conoscere i loro pensieri tramite Dio oppure scrutando direttamente l’uno nella mente dell’altro, mentre gli animali sono guidati unicamente dall’istinto, a differenza degli uomini che, al contrario, sono esseri ragionevoli. L’origine del linguaggio quindi si connette alla ratio umana.

Infine ci si domanda quale possa essere, tra le tante lingue parlate e apprese, quella originaria dell’uomo. Sulla base del dettato biblico, si riconosce che essa sia l’ebraico, lingua di Adamo, conservata dal popolo ebreo fino alla diaspora e utilizzata proprio per parlare con Dio.

Cosciente del fatto che gli uomini parlino però varietà linguistiche differenti, Dante cerca poi di spiegare quale sia stata la causa della frammentazione della lingua primigenia.

Ed ecco che si giunge a un nodo fondamentale nella trattazione dantesca: l’episodio della Torre di Babele e il relativo tema della confusio linguarum. Secondo il racconto biblico l’uomo, accecato da superbia e sollecitato dal gigante Nembrot, avrebbe cercato di eguagliare Dio mediante la costruzione di un’immensa torre, destinata a ergersi per simboleggiare il tentativo delle creature umane di imporre la visione antropica sul mondo, contrastante con quella divina. Dio, allora, per punire gli artefici di Babele, avrebbe causato proprio la perdita dell’unità della lingua originale e una successiva confusione che non avrebbe più permesso ai costruttori di capirsi.

Se gli ebrei, non presenti all’edificazione della torre, continuarono a parlare la lingua di Adamo, i costruttori avrebbero iniziato invece a pronunciare parole incomprensibili, la cui rozzezza sarebbe stata proporzionale alla raffinatezza del lavoro svolto. Allo stesso modo, anche il gigante Nembrot, è stato punito: come si legge nel canto XXXI dell’Inferno il suo destino è quello rimanere conficcato in un pozzo assieme ai superbi e di non essere compreso, siccome le parole che proferisce, similmente a quelle dei costruttori di Babele, risultano confusionarie, caotiche.

Resta da domandarsi quale sia stata l’origine delle lingue che parliamo oggigiorno. Dante, anche in questo caso, ci fornisce una spiegazione: a seguito della distruzione della torre gli uomini puniti migrarono verso l’Europa, dove si divisero in tre gruppi, sulla base delle lingue derivanti dalla confusione di Babele.

Queste ultime si divisero poi in tre “rami” (idioma tripharium), collocabili in tre zone europee. In particolare, nell’area dell’Europa meridionale si sarebbe sviluppato un idioma che avrebbe dato origine, a sua volta, a diverse lingue, distinguibili sulla base di come veniva nominata la particella affermativa: da qui deriverebbe proprio la tripartizione tra lingua d’oc, lingua d’oil e lingua del si, da cui si sono sviluppate successivamente le nostre lingue romanze. L’indizio della derivazione da un unico idioma si riscontra nelle parole con cui esse indicano gli stessi oggetti e concetti, che, come si rileva dalla comparazione, sono davvero molto simili (tra le parole scelte per il confronto si segnalano: mare, cielo, Dio, terra, amore).

Dante quindi, con il suo De Vulgari, non avrebbe avuto solo il merito di avere intuito la parentela tra le lingue romanze ma anche di avere compreso per primo l’esistenza di una famiglia linguistica unica, che poi nell’Ottocento sarebbe stata definita “indoeuropea”.


Bibliografia
Dante, De Vulgari Eloquentia (con introduzione e note di Vittorio Coletti), Garzanti, Milano, 2016.
Giuseppe Polimeni, Come fronda in ramo. Forme e modelli della varietà nell’Italia dei volgari, Milano, Biblion, 2019.

Camilla Restelli
Letterata, scrivo e compongo versi per nutrire la mente e curare l’anima. Viaggio, sorrido e mi innamoro spesso. Per gli amici: Camille.

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