Giradischi, gli album consigliati di aprile

Giradischi, gli album consigliati di aprile

Il 15 di ogni mese, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti. 


Caos, Fabri Fibra (Epic/Sony Music Ita­ly) – recen­sio­ne di Chia­ra del Corno

Dopo cin­que anni dal suo ulti­mo album, Fibra ritor­na con Caos che lo ricon­fer­ma anco­ra una vol­ta come una del­le isti­tu­zio­ni (non­ché for­se fra i capi­scuo­la stes­si) del­la sce­na rap italiana. 

Caos, che al momen­to del­la sua usci­ta figu­ra­va ter­zo fra gli album più ascol­ta­ti al mon­do su Spo­ti­fy, rap­pre­sen­ta nel per­cor­so di Fibra una svol­ta più nostal­gi­ca e auto­ri­fles­si­va: l’album si apre con le note di Cie­lo in una stan­za di Gino Pao­li sul­le qua­li Fibra tira le fila di una lun­ghis­si­ma car­rie­ra musi­ca­le. Le altre trac­ce si arric­chi­sco­no del­le voci di Mada­me, Laz­za, Ketama126, Guè, Sal­mo, Fran­ce­sca Michie­lin e mol­ti altri, ma fre­sca di novi­tà è in Noia la stro­fa di Marracash. 

È un album ama­ro, in cui a fare da padro­ne sono incu­bi, para­no­ie e in cui il rap­per toc­ca il tema del­la depres­sio­ne, del­la rab­bia e del­la pau­ra, sen­za però pre­scin­de­re da un con­ti­nuo bilan­cio sul­la pro­pria espe­rien­za di vita. Si tro­va­no pez­zi come Nes­su­no, dove si rac­con­ta una lace­ran­te e tos­si­ca rela­zio­ne amo­ro­sa, per poi pas­sa­re a bra­ni più aggres­si­vi e rab­bio­si come El Dia­blo e arri­va­re anche a riflet­te­re tan­to sul­la pro­pria sto­ria per­so­na­le, quan­to su tema­ti­che socia­li come, ad esem­pio, sul­la disin­for­ma­zio­ne nell’ormai tor­men­to­ne Pro­pa­gan­da feat. Cola­pe­sce e Di Mar­ti­no. È un album da ascol­ta­re dal­la pri­ma trac­cia all’ultima e che l’artista nell’Outro dichia­ra old-school, riven­di­can­do l’esigenza di espri­mer­si libe­ra­men­te e di por­re sen­za fil­tri in ordi­ne (e in ver­si) il caos inte­rio­re, ma che la fir­ma di Fibra rilan­cia ad un suc­ces­so strepitoso.


Dove vola­no le aqui­le, Luchè (Colum­bia Records) – recen­sio­ne di Fran­ce­sco Pio Calabretta

Quat­tro anni dopo, è tor­na­to Luchè. Il rap­per par­te­no­peo, dopo il suc­ces­so di Pote­re data­to 2018, tor­na con Dove vola­no le aqui­le, quin­to album del­la sua car­rie­ra da solista.

L’album, com­po­sto da 15 trac­ce, non è lon­ta­no dal clas­si­co sti­le del rap­per, che si con­fer­ma come big del­la sce­na pro­get­to dopo pro­get­to, in una car­rie­ra ini­zia­ta nel lon­ta­no 1997. In DVLA Luchè, pseu­do­ni­mo di Luca Impru­den­te, non solo met­te in luce le sue doti da MC (ormai ben note), ma apre i suoi oriz­zon­ti a un rap melo­di­co, che ave­va già intro­dot­to in Pote­re, capa­ce di avvi­ci­na­re anche un pub­bli­co che non cono­sce bene il gene­re. Il pri­mo bra­no dell’album, D10S, con la par­te­ci­pa­zio­ne di Eli­sa – uno dei fea­tu­ring insie­me a Mar­ra­cash, Geo­lier, Guè e Noyz Nar­cos, Mada­me, Ernia, Etta e CoCo in ben due trac­ce –, intro­du­ce in modo stre­pi­to­so l’album, gra­zie alla straor­di­na­ria voce del­la can­tan­te, mostran­do come DVLA sia un album leg­ge­ro nei toni ma malin­co­ni­co e riflessivo. 

Spo­stan­do­si tra le varie trac­ce – da Slang, pura­men­te rap, a pez­zi più melo­di­ci, come Ci riu­sci­rò dav­ve­ro – si capi­sce come le tema­ti­che rac­con­ta­te dal rap­per sia­no pre­va­len­te­men­te per­so­na­li e intro­spet­ti­ve: amo­re, pote­re e riscat­to socia­le, già pre­sen­ti nei pro­get­ti pas­sa­ti, a cui si aggiun­ge però la capa­ci­tà di Luchè di affron­ta­re un cam­bia­men­to dra­sti­co e le sof­fe­ren­ze del­la vita, tra depres­sio­ne, che ave­va azze­ra­to come rac­con­ta­to nel docu­men­ta­rio rea­liz­za­to da ESSE maga­zi­ne la voglia di scri­ve­re e lavo­ra­re, e la sepa­ra­zio­ne non pri­va di pole­mi­che con Universal.

Supe­ra­ti i 40 anni, il rap­per di Napo­li ha ormai una car­rie­ra ric­ca di suc­ces­si alle spal­le, ma pre­ten­de anco­ra il rispet­to del­la sce­na che non ha mai avu­to total­men­te. Dove vola­no le aqui­le è per­ciò il frut­to di 4 anni di rifles­sio­ne e di lot­ta con il mon­do, e ci mostra come sia sem­pre giu­sto com­bat­te­re, per sod­di­sfa­re pri­ma di tut­to sé stessi.


Medi­ter­ra­neo, Jova­not­ti (Uni­ver­sal) – recen­sio­ne di Maria Pia Loiacono

È Medi­ter­ra­neo il tito­lo del nuo­vo EP di Jova­not­ti, pub­bli­ca­to il pri­mo di apri­le scor­so per Uni­ver­sal Music Ita­lia. I 9 bra­ni fan­no par­te di una imma­gi­ne comu­ne ricon­du­ci­bi­le appun­to ad un con­cept, quel­lo del Medi­ter­ra­neo, che diven­ta nel­la fat­ti­spe­cie un’ispirazione, facen­do­ce­ne cono­sce­re la sto­ria, fat­ta di avven­tu­re, scam­bi e incon­tri che si river­sa­no nel­le varie melo­die. Il pro­get­to, infat­ti, è musi­cal­men­te piut­to­sto ete­ro­ge­neo. Le influen­ze sono mol­te­pli­ci: si pas­sa dal­le sono­ri­tà vici­ne al sir­ta­ki gre­co con Eve­re­st, al bra­no Cor­po a cor­po dai carat­te­ri orien­ta­liz­zan­ti, alla bal­la­ta rock ‘n roll di Alle­lu e al synth-pop di Medi­ter­ra­neo.

Con que­sto EP Jova­not­ti vuo­le pale­sa­re la pro­pria curio­si­tà nei con­fron­ti dell’altro e del mon­do, la voglia di cono­sce­re, di far­si influen­za­re e di influen­za­re. È quin­di cor­po­sa la pre­sen­za di stru­men­ti e suo­ni, appun­to, dal gusto medi­ter­ra­neo, con col­la­bo­ra­zio­ni varie­ga­te, qua­li quel­la con Enzo Avi­ta­bi­le, con il Can­zo­nie­re Gre­ca­ni­co Salen­ti­no e la Smyr­na Orchestra. 

In Medi­ter­ra­neo Jova­not­ti sem­bra non voler asse­con­da­re le richie­ste del mer­ca­to musi­ca­le odier­no o di chi ascol­ta, per­lo­me­no non di tut­ti, ed è come se per la rea­liz­za­zio­ne di tut­to il lavo­ro sia sta­to mos­so da una gran­de cari­ca istin­ti­va, che gli ha per­mes­so però di rima­ne­re comun­que abba­stan­za coe­ren­te con l’ultimo perio­do del­la sua ormai tren­ten­na­le car­rie­ra musicale.


Elec­tri­ci­ty, Ibi­bio Sound Machi­ne (Mer­ge Records) – recen­sio­ne di Lau­ra Colombi

Una buo­na pro­po­sta afro, sen­za cade­re nel­lo ste­reo­ti­po. Con Elec­tri­ci­ty, gli Ibi­bio Sound Machi­ne rie­sco­no nel­l’im­pre­sa di pro­por­re un disco che rap­pre­sen­ti ade­gua­ta­men­te la cul­tu­ra nera. L’im­pre­sa è qua­si una voca­zio­ne, a par­ti­re dal nome del­la band: Ibi­bio è una del­le lin­gue pre-colo­nia­li del­la costa occi­den­ta­le afri­ca­na, sul gol­fo di Gui­nea, par­la­ta dal­la madre del­la can­tan­te e front­wo­man Eno Wil­liams, la qua­le inve­ce è nata e cre­sciu­ta a Londra. 

Elec­tri­ci­ty è un album tut­to da sco­pri­re, trac­cia dopo trac­cia. L’in­vi­to è a non far­si tra­di­re dal­l’i­ni­zio scop­piet­tan­te di Pro­tec­tion From Evil (trac­cia note­vo­le, dal­le mol­te­pli­ci ispi­ra­zio­ni) e ad atten­de­re pazien­te­men­te lo scor­re­re dei minu­ti, per­ché l’al­bum è in dive­ni­re e tra­sci­na pro­gres­si­va­men­te alla dan­za. Que­sta costru­zio­ne del lavo­ro pre­ve­de una for­te con­ti­nui­tà tra le trac­ce, attra­ver­so le qua­li l’a­scol­ta­to­re può com­pie­re un vero e pro­prio per­cor­so tra sto­ria e cul­tu­ra: ad esem­pio, in 17 18 19 abbia­mo una ripro­po­si­zio­ne in chia­ve pop del­la disco music che ci pro­iet­ta in un imma­gi­na­rio anni Set­tan­ta. Per que­sto moti­vo è con­si­glia­to l’a­scol­to del­l’al­bum per inte­ro (come per tut­ti i lavo­ri, ma qui ascol­ta­re la sin­go­la trac­cia è dav­ve­ro mol­to ridut­ti­vo).

La linea di con­fi­ne tra quel­la dimen­sio­ne tri­ba­le che rischia­va di esse­re ripor­ta­ta in otti­ca pri­mi­ti­vi­sta e le sono­ri­tà più pro­prie del­la band era dav­ve­ro sot­ti­le. Inve­ce, con Elec­tri­ci­ty gli Ibi­bio rie­sco­no a trar­re nume­ro­si spun­ti ori­gi­na­li, con­fer­man­do il for­te dina­mi­smo che sem­pre più carat­te­riz­za l’elettronica.


Remem­ber rain­bow brid­ge, Croa­tian amor (Posh Iso­la­tion) – recen­sio­ne di Gabrie­le Benizio

Nuo­vo lavo­ro del pro­dut­to­re spe­ri­men­ta­le dane­se Croa­tian Amor, figu­ra cen­tra­le dell’underground di Cope­na­ghen che si lan­cia nel­la sua nuo­va fati­ca dimo­stran­do­si un arti­sta estre­ma­men­te pro­li­fi­co e mai a cor­to di idee. 

Un disco mol­to soft che coniu­ga ambient, tech­no e tran­ce che andran­no a dise­gna­re atmo­sfe­re ete­ree e sognan­ti per tut­ti i 35 minu­ti di dura­ta del disco. Avre­mo anche qual­che trac­cia più movi­men­ta­ta tut­ta­via, come 5:00 am foun­tain e la bel­lis­si­ma Wor­thy con­ten­der, trac­ce che comun­que non sto­na­no con l’atmosfera del disco, ma si inse­ri­sco­no in esso con una natu­ra­lez­za incredibile. 

Un disco che con­fer­ma l’eccellente sta­to di salu­te del­la musi­ca elet­tro­ni­ca in tem­pi recen­ti, capa­ce di esse­re il macro­ge­ne­re più capa­ce di sfor­na­re pro­dot­ti di livel­lo tra tutti.


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Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.

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