Il Purgatorio in scena. Potenziamento o mortificazione?

Il "dramma d'autore" dietro la rappresentazione di Dante

Dopo trent’anni dal debut­to di Pra­to, la regia di Fede­ri­co Tiez­zi arri­va al Pic­co­lo Tea­tro Stre­hler di Mila­no dal 30 mar­zo al 3 apri­le ad alle­sti­re la tea­tra­liz­za­zio­ne di una del­le tre can­ti­che dantesche.

L’attuale mes­sin­sce­na, così come quel­la del 1990, segue il testo che Tiez­zi rice­vet­te da Mario Luzi nel 1989. Fu Luzi – dichia­ra il regi­sta – a deci­de­re di dare un taglio di ‘col­lo­quio tra arti­sti’ al suo ‘trat­ta­men­to’ che inti­to­lò Il Pur­ga­to­rio, La not­te lava la men­te. Dram­ma­tur­gia di un’ascensione. Il taglio tea­tra­le è infat­ti basa­to sul dia­lo­go: «Tut­to è un doman­da­re da par­te del­le ani­me a Dan­te e da par­te di Dan­te e Vir­gi­lio a loro» (da Sana­to­rium, Il Pur­ga­to­rio come mon­ta­gna incantata di Fede­ri­co Tiezzi).

Nel­la pri­ma par­te del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne ci tro­via­mo anco­ra nell’Anti­pur­ga­to­rio: qui la sce­no­gra­fia tra­por­ta lo spet­ta­to­re in una dimen­sio­ne atem­po­ra­le ed aspa­zia­le, qua­si fan­ta­scien­ti­fi­ca, in cui la mono­cro­mia del­lo sfon­do tra­sci­na le men­ti in uno sta­dio di per­di­zio­ne e allo stes­so tem­po in una ritro­va­ta purez­za pri­mor­dia­le. Il nuo­vo Pur­ga­to­rio si lega dun­que a quel­lo di allo­ra per accen­ni sce­no­gra­fi­ci: con stu­po­re del pub­bli­co pre­sto una piat­ta­for­ma mobi­le si alza sol­le­van­do gli atto­ri ver­so il cul­mi­ne del­la mon­ta­gna purgatoriale. 

La sfida dichiaratamente espressa da Luzi è stata quella di preservare, anzitutto, l’assolutezza del testo originale. 

«Il dram­ma­ti­co del­la can­ti­ca – affer­ma il poe­ta (in Noti­zia di Mario Luzi, in appen­di­ce a Il Pur­ga­to­rio. La not­te lava la men­te, Geno­va, Edi­zio­ni Costa & Nolan, 1990) – si pro­nun­zia­va in sé e con mez­zi pro­pri. […] il pro­ten­der­si del­la paro­la dan­te­sca scan­di­va già un even­to tea­tra­le che il dia­lo­go o il con­tra­sto tra le per­so­ne completava». 

Ecco, dun­que, che quel­la poten­za teatrale natu­ral­men­te insi­ta nel lin­guag­gio dan­te­sco rie­sce final­men­te a rea­liz­zar­si nel­le voci uma­ne, nei cor­pi rea­li e negli ambien­ti con­cre­ti di un pal­co­sce­ni­co che acco­glie su di sé per­so­ne comu­ni, per­so­ne come noi che nel ven­tu­ne­si­mo seco­lo attra­ver­sa­no i mede­si­mi per­cor­si di spe­ran­za ed espia­zio­ne intra­pre­si dai con­tem­po­ra­nei del gran­de poe­ta. I per­so­nag­gi di Tiez­zi in car­ne ed ossa si fan­no dun­que pon­te tra pas­sa­to e pre­sen­te per­met­ten­do la rea­liz­za­zio­ne in imma­gi­ne, in visi­vi­tà, di una paro­la che sol­tan­to in que­sto modo può pas­sa­re dal vir­tua­le all’attuale.

Ed è quella di Luzi una parola pura, appartenente a un linguaggio eterno che pur carico di una severa auroralità riesce a farsi comprendere in tutta la sua quotidianità e a divenire mezzo di conquista di un proprio spazio nel mondo. 

E gra­zie al lin­guag­gio sol­tan­to, vive uno dei per­so­nag­gi del­la piè­ce: Poe­ma, inven­zio­ne inte­ra­men­te luzia­na, l’Auctor, la Scrit­tu­ra, che sul­la sce­na insie­me a Vir­gi­lio segue il Dan­te pel­le­gri­no e – ci spie­ga Tiez­zi (in Sana­to­rium. Il Pur­ga­to­rio come mon­ta­gna incan­ta­ta) – vive due tem­pi, quel­lo dila­ta­to del­la memo­ria e quel­lo atti­vo del­la scrittura. 

In que­sto Sana­to­rium, infat­ti, il tem­po esi­ste: a dif­fe­ren­za degli eter­ni Infer­no e Para­di­so, il Pur­ga­to­rio trat­tie­ne in sé anco­ra il dive­ni­re, il cam­bia­men­to, la tra­sfor­ma­zio­ne che signi­fi­che­rà glo­ri­fi­ca­zio­ne ver­so un pos­si­bi­le ricon­giun­gi­men­to con il divi­no ma soprat­tut­to ver­so la com­pren­sio­ne di sé stes­si. Il coro di ani­me esor­di­sce sul­la sce­na: «Esi­ste il tem­po?». A cui una voce fuo­ri cam­po rispon­de (con tono gra­ve): «Sì, ed esi­ste il tra­va­glio». Poi la fra­se è ripe­tu­ta duran­te la sce­na come un leit-motiv e, nuo­va­men­te, la voce fuo­ri cam­po: «La not­te lava la mente». 

Quel­la di Dan­te e degli altri per­so­nag­gi (e degli spet­ta­to­ri mede­si­mi) è, di fat­to, un’ascesi puri­fi­ca­tri­ce vis­su­ta con estre­ma soli­da­rie­tà, duran­te la qua­le ognu­no di noi rico­no­sce sé stes­so in un Dan­te pel­le­gri­no e, come lui, divie­ne «con­sa­pe­vo­le di esse­re por­ta­to­re del­la pro­pria soli­tu­di­ne, esu­le in que­sto esi­glio: “[…] Inten­do la tua ango­scia, / ma sono io che pago tut­to il debi­to […]”» (da Il Dan­te di Luzi di Lui­gi Bal­dac­ci, 1990). 

Ma tutta questa grande operazione in che rapporto riesce a inserirsi nella tradizione rispetto all’immenso lavoro dantesco? 

Ne illu­mi­na aspet­ti recon­di­ti offren­do alle ter­zi­ne un miglior modo per far­si figu­ra­re dal­le men­ti dei let­to­ri, o ne pro­fa­na il valo­re cer­can­do altri mez­zi d’espressione per un’opera la cui for­ma poe­ti­ca è com­po­nen­te impre­scin­di­bi­le? Lo stes­so Luzi affer­ma che in un pas­sa­to nep­pu­re trop­po anti­co era soli­to guar­da­re con sospetto alle “ridu­zio­ni” tea­tra­li di ope­re let­te­ra­rie e che sostan­ze che era­no dive­nu­te splen­den­ti in vir­tù del­la for­ma che le ave­va sigil­la­te non vede­va per­ché mano­met­ter­le e pie­gar­le a un uso diverso. 

Ma il poe­ta cam­bie­rà pre­sto giu­di­zio e con il suo testo rico­no­sce­rà di esser per­si­no riu­sci­to ad esal­ta­re nel­la sua inten­si­tà la sostan­za tra­gi­ca subia­cen­te nell’opera di Dan­te. In Pas­sag­gio di for­ma (già in Arti­sta. Cri­ti­ca nell’arte in Tosca­na, Firen­ze, Casa Edi­tri­ce Le Let­te­re, 1991) Mario Luzi sve­la come il pren­de­re cor­po del­la paro­la, l’incarnarsi di una figu­ra pen­sa­ta, il deli­mi­tar­si ine­so­ra­bi­le di un vol­to, di una voce che frui­va­no del­la muta­bi­li­tà dell’immaginario, pos­sa ave­re effet­ti “mera­vi­glio­si” sia come poten­zia­men­to gio­io­so, sia come mor­ti­fi­ca­zio­ne dell’idea poe­ti­ca. Luzi pro­se­gue: «C’è dun­que un dram­ma d’autore cela­to nel­la dram­ma­tur­gia di una piè­ce: e non lo esclu­de nep­pu­re la mor­te, non lo eli­mi­na la postumità…». 

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Rebecca Nicastri
Clas­se 2000. Stu­dio let­te­re, sono inna­mo­ra­ta del mon­do e vor­rei sape­re tut­to di lui. Per me le gior­na­te sono sem­pre trop­po corte.

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