“Leonor Fini. Italian Fury” alla Galleria Tommaso Calabro

“Leonor Fini. Italian Fury” alla Galleria Tommaso Calabro

A Mila­no, nel­la tran­quil­la piaz­za San Sepol­cro, l’antico, il moder­no e il con­tem­po­ra­neo si incon­tra­no. Vici­no alla Chie­sa di San Sepol­cro, data­ta al XII seco­lo, è situa­to il neo­clas­si­co Palaz­zo Mariet­ti, al cui inter­no tro­va sede la Gal­le­ria d’Arte Tom­ma­so Cala­bro, fon­da­ta nel 2018 come spa­zio espo­si­ti­vo di arte moder­na e contemporanea.

La Gal­le­ria ha inau­gu­ra­to il pri­mo apri­le una nuo­va mostra, dal tito­lo Leo­nor Fini. Ita­lian Fury, cura­ta dall’artista Fran­ce­sco Vez­zo­li. Le mae­sto­se stan­ze di Palaz­zo Mariet­ti ospi­te­ran­no le ope­re dell’artista ita­lo-argen­ti­na vis­su­ta nel Nove­cen­to (1907–96) fino al 25 giu­gno 2022.

Il nome dell’artista, a cau­sa di quel­la dif­fu­sa ten­den­za di manua­li sco­la­sti­ci e reso­con­ti sto­ri­ci di far pas­sa­re (mol­to) in secon­do pia­no i per­so­nag­gi fem­mi­ni­li, può suo­na­re a tan­ti come nuo­vo. Rico­struen­do la sto­ria di Fini, ci si ren­de con­to di esse­re di fron­te a una figu­ra eclet­ti­ca e anti­con­for­mi­sta, che ha assor­bi­to la vita­li­tà del­la metà del XX seco­lo e ne ha for­ni­to testi­mo­nian­za attra­ver­so la pro­pria arte.

Leo­nor Fini, Saint-Dyé-sur-Loi­re, 1973

Fini, nata a Bue­nos Aires, tra­scor­re i pri­mi ven­ti­cin­que anni del­la pro­pria vita a Trie­ste, cen­tro nevral­gi­co del­la Mit­te­leu­ro­pa che ha sti­mo­la­to nell’artista un’apertura nei con­fron­ti del­la cul­tu­ra internazionale. 

Fin da piccolissima inizia a disegnare, scoprendo le potenzialità del colore nel costruire mondi fantastici e da sogno. Questa passione non la abbandonerà più.

Nel 1927 Fini ini­zia a rea­liz­za­re alcu­ni ritrat­ti dal­la pre­ci­sio­ne e dal­la niti­dez­za qua­si fiam­min­ghe e nel segno degli scam­bi cul­tu­ra­li inter­cor­si con l’artista trie­sti­no Artu­ro Nathan. In mostra, a dimo­stra­zio­ne del per­du­ra­re di que­sta pas­sio­ne ritrat­ti­sti­ca, sono espo­sti alcu­ni ritrat­ti di una fase arti­sti­ca più avan­za­ta, che risen­te del­la cono­scen­za del­le cor­ren­ti sur­rea­li­ste e meta­fi­si­che e dell’incontro con Sta­ni­slao Lepri, come il Ritrat­to di Eli­za­beth (Bes­sie) de Cue­vas Fau­re (1950).

Il Por­trait fémi­nin no. 9 / Ritrat­to di signo­ra sedu­ta (1936) raf­fi­gu­ra, come dice il tito­lo stes­so, una signo­ra, ma in un modo non cano­ni­co, rom­pen­do con quel­le che sono le carat­te­ri­sti­che codi­fi­ca­te del gene­re fem­mi­ni­le. Fini, nel cor­so del­la pro­pria vita, svi­lup­pa un inte­res­se – e poi una vera e pro­pria pas­sio­ne – per il tra­ve­sti­men­to come pos­si­bi­li­tà per­for­ma­ti­va di assu­me­re nuo­ve e cama­leon­ti­che identità. 

Il 1928 è una data par­ti­co­lar­men­te signi­fi­ca­ti­va per l’artista, che espo­ne per la pri­ma vol­ta le pro­prie ope­re in una mostra a tre, con Artu­ro Nathan e Car­lo Sbi­sà, pit­to­re trie­sti­no del movi­men­to arti­sti­co Nove­cen­to. Fini col­pi­sce la cri­ti­ca per il suo sti­le iro­ni­co e la scel­ta di intro­dur­re nel­le ope­re ele­men­ti che sem­bra­no fuo­ri con­te­sto e irri­den­ti. Le sue ope­re sono oscu­re, poco chia­re e, for­se pro­prio per que­sto, par­ti­co­lar­men­te intri­gan­ti.

Fini poco dopo si tra­sfe­ri­sce a Mila­no, la cit­tà che dal 1910 di Boc­cio­ni sali­va con ener­gia e vigo­re. Qui tro­va un ter­re­no fer­ti­le per la pro­pria espe­rien­za arti­sti­ca e crea dei lega­mi che influen­ze­ran­no la sua vita e la sua car­rie­ra: cono­sce Siro­ni, De Chi­ri­co, Funi; par­te­ci­pa alla II Mostra del Nove­cen­to Italiano. 

Con De Chi­ri­co Fini si tro­ve­rà ad espor­re nel 1936, all’interno del­la mostra Fan­ta­stic Art Dada Sur­rea­li­sm al Moma di New York; nel­lo stes­so anno De Chi­ri­co scri­ve­rà il sag­gio intro­dut­ti­vo alla pri­ma per­so­na­le di Fini negli Sta­tes. Que­sto soda­li­zio arti­sti­co vie­ne richia­ma­to all’interno del­la Gal­le­ria dal­la pre­sen­za di un auro­ri­trat­to di De Chi­ri­co, posto pro­prio sopra a un sin­go­la­re e minia­tu­ri­sti­co auto­ri­trat­to di Fini.

Auto­ri­trat­to di Gior­gio De Chi­ri­co e Auto­ri­trat­to di Leo­nor Fini

Que­sto appa­ren­tar­si alle espe­rien­ze più rile­van­ti del tem­po, però, ini­zia a esse­re sof­fer­to da Fini, che sarà sem­pre iden­ti­fi­ca­ta da uno sti­le per­so­na­lis­si­mo e dif­fi­cil­men­te inqua­dra­bi­le all’interno di gri­glie pre­co­sti­tui­te, cor­ren­ti e scuo­le. E così Fini si spo­sta anco­ra e nel 1931 dall’Italia giun­ge nel­la capi­ta­le dell’arte, Pari­gi, luo­go di aggior­na­men­to e for­ma­zio­ne per tut­ti i pittori. 

Qui, il modo di fare e inten­de­re l’arte di Fini cam­bia, gra­zie alla cono­scen­za dell’astrattismo di Picas­so e dell’arcaismo di Cam­pi­gli. I colo­ri del­le sue ope­re diven­ta­no più tenui, i con­tor­ni meno net­ti, le figu­re meno anco­ra­te a una ricer­ca del­la vero­si­mi­glian­za. Nel 1933, a tut­to ciò si aggiun­ge il con­tat­to con un’Avanguardia sto­ri­ca, il Sur­rea­li­smo, e con Max Ern­st, tra i prin­ci­pa­li espo­nen­ti del Sur­rea­li­smo, anche lui espo­sto in Gal­le­ria Tom­ma­so Cala­bro con A l’intérieur de la vue: les oiseaux (1929). E così la pit­tu­ra di Leo­nor evol­ve anco­ra, in una con­ti­nua meta­mor­fo­si: ora domi­na­no colo­ri bril­lan­ti e sche­mi com­po­si­ti­vi com­ples­si e foca­liz­za­ti più su pic­co­li dettagli. 

Fini è inserita in un mondo dinamico e lussuoso e le sue vicende si legano a quelle di grandi nomi. 

Nel 1938, dise­gna una boc­cet­ta a for­ma di busto, model­la­ta sul­le for­me del busto di Mae West, per il pro­fu­mo Shoc­king di Elsa Schiap­pa­rel­li. La boc­cet­ta è richia­ma­ta da Vez­zo­li, arti­sta e cura­to­re del­la mostra Leo­nor Fini. Ita­lian Fury, che ne rea­liz­za una ver­sio­ne in vetro sof­fia­to a gran­dez­za natu­ra­le, espo­sta nell’ultima sala: un tri­bu­to alla nostra “furia ita­lia­na” – come Fini è chia­ma­ta da Ern­st – che si è affer­ma­ta nei con­ti­nen­ti occi­den­ta­li con un’arte sem­pre in tra­sfor­ma­zio­ne e unica.

Nel 1941, in un perio­do sto­ri­co par­ti­co­lar­men­te com­ples­so per ovvi moti­vi, Fini incon­tra in Fran­cia Sta­ni­slao Lepri, che diven­te­rà il suo com­pa­gno; anche lui ini­zie­rà a dipin­ge­re. Le pri­me ope­re in mostra sono pro­prio di Lepri e, in par­ti­co­la­re, si vie­ne accol­ti da una ripro­du­zio­ne a tut­ta pare­te di La cham­bre de Leo­nor (1967). Il visi­ta­to­re è imme­dia­ta­men­te pro­iet­ta­to nel mon­do di Leo­nor, tra libri, gat­ti e quadri. 

L’allestimento del­la mostra, ope­ra di Filip­po Bisa­gni, pren­de ispi­ra­zio­ne da que­sto dipin­to e ne trae alcu­ni ele­men­ti: nel­la secon­da sala il pavi­men­to è a pia­strel­le, nel­la ter­za il diva­net­to in broc­ca­to in mez­zo alla stan­za… L’idea è pro­prio quel­la di muo­ver­si nel mon­do dell’artista, tra le sue cono­scen­ze, le sue ami­ci­zie e i suoi amo­ri, i suoi viag­gi, i suoi dise­gni e i suoi quadri.

Sta­ni­slao Lepri, Cham­bre de Leo­nor, 1967

Dagli anni Cin­quan­ta, Fini ini­zia una ricer­ca che con­ti­nue­rà fino agli ulti­mi anni del­la sua vita: si con­cen­tra su sog­get­ti ambi­gui, imma­gi­ni­fi­ci, miste­rio­si (sfin­gi e fem­me fatal) o più con­ven­zio­na­li (gat­ti), ma tut­ti rea­liz­za­ti in modo oni­ri­co, visio­na­rio e sim­bo­li­co, vol­ti a sfi­da­re leg­gi e nor­me costi­tui­te dell’arte – e soprat­tut­to dell’arte femminile. 

Vie­ne cele­bra­ta la bel­lez­za e l’energia fem­mi­ni­le, è inda­ga­to il tema del­la meta­mor­fo­si, del pas­sag­gio dal­la vita alla mor­te, del­la pro­fon­di­tà del­la psi­che. Emble­ma­ti­che di que­sta ricer­ca sono Le sphi­nx (1973), L’amitié (1958) e Pré­sen­ce sans issue (1966), tut­te e tre in mostra.

Que­sta arti­sta polie­dri­ca – pit­tri­ce, illu­stra­tri­ce, costu­mi­sta, desi­gner, dise­gna­tri­ce – ha eser­ci­ta­to il pro­prio fasci­no sull’artista Fran­ce­sco Vez­zo­li, che ha inclu­so L’amitié all’interno di un pro­prio video, An Embroi­de­red Tri­lo­gy (1999), e ha ripre­so il vol­to di Fini nei rica­mi del­la serie Greed (2009), espo­ste in Galleria. 

Assie­me ad altre ope­re, rea­liz­za­te da Vez­zo­li appo­si­ta­men­te per la mostra, si vuo­le sot­to­li­nea­re quan­to l’immagine dell’artista fos­se impor­tan­te e par­te inte­gran­te del suo fare arte, quan­to la tea­tra­li­tà e lo charm del­la sua per­so­na l’hanno por­ta­ta a esse­re una figu­ra da risco­pri­re e ana­liz­za­re in tut­te le sue pieghe. 

Fini la ritroveremo anche all’interno espositivo della 59esima Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, curata da Cecilia Alemani. 

L’artista sarà in com­pa­gnia di altre don­ne del­le avan­guar­die sto­ri­che, tra cui Carol Rama, Doro­thea Tan­ning e Eileen Agar. La Mostra Inter­na­zio­na­le, dal tito­lo Il lat­te dei sogni, vede per la pri­ma vol­ta una pre­pon­de­ran­te par­te­ci­pa­zio­ne di arti­ste don­ne e sog­get­ti non bina­ri, al fine di costrui­re nuo­vi cano­ni, deco­struen­do quel­li ormai fos­si­liz­za­ti da tem­po. Un obiet­ti­vo, que­sto, con­di­vi­so anche dal­la Gal­le­ria Tom­ma­so Cala­bro nel­la sua scel­ta di pro­por­re mostre che offra­no nuo­ve let­tu­re di arti­sti meno noti. 

In coper­ti­na: invi­to alla mostra Leo­nor Fini. Ita­lian fury. As drea­med by Fran­ce­sco Vezzoli

Con­di­vi­di:
Costanza Mazzucchelli
Clas­se 2000, stu­den­tes­sa di Let­te­re. Guar­do il mon­do attra­ver­so i miei occhia­li spes­si, ascol­to e leg­go, poi scri­vo di ciò che ho imparato.

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