L’umano, l’intollerabile e l’amore in “America Latina”

L'umano, l'intollerabile e l'amore in "America Latina"

Ame­ri­ca Lati­na è l’ultimo neo­na­to dei fra­tel­li d’Innocenzo, pre­sen­ta­to a Vene­zia il 9 set­tem­bre 2021. Si par­la di Mas­si­mo, den­ti­sta di Lati­na che con­du­ce un’esistenza dedi­ta all’one­stà, al sacri­fi­cio e alla sua fami­glia. Un gior­no, nel­la sua can­ti­na, com­pa­re una bam­bi­na, inca­te­na­ta ad un tubo dell’acqua.

America latina racconta di una folle forma d’amore e dell’inquietudine borghese, di un’immersione nel delirio di un uomo solo, di allucinazioni e della psicologia di un uomo malato. 

Mas­si­mo è un uomo dop­pio, vesti­to del­la fac­cia­ta d’innocente, illu­so d’essere un padre di fami­glia amo­re­vo­le, allu­ci­na­to dal­la fan­ta­sio­sa pre­sen­za d’una fami­glia com­ple­ta­men­te imma­gi­na­ria; è anche un aguz­zi­no, un uomo tan­to affa­ma­to di pos­se­de­re l’amore da rapi­re una bam­bi­na, far­la pro­pria e poi dimen­ti­car­se­ne. Fa tut­to que­sto con dol­cez­za, è dispe­ra­ta­men­te alla ricer­ca di solu­zio­ni per un cri­mi­ne che non sa di aver com­mes­so, è com­ple­ta­men­te dis­so­cia­to in due ele­men­ti: l’uomo solo, mor­bo­so e il papà. 

Ame­ri­ca Lati­na rac­con­ta anche del sacri­fi­cio d’un uomo, del­la sua inca­pa­ci­tà d’affrontare il mon­do adul­to, rac­con­ta del ter­ro­re del­le respon­sa­bi­li­tà e del­la respon­sa­bi­li­tà di pro­teg­ge­re l’amore, anche quan­do è imma­gi­na­to. Mas­si­mo con­ser­va, pre­ser­va le for­me del suo amo­re fino all’esplosione, fino ai limi­ti del­la resi­sten­za uma­na e del­la con­ce­zio­ne del rea­le, vive in un’illu­sio­ne tal­men­te con­cre­tiz­za­ta da non riu­sci­re a rea­liz­za­re le atro­ci rea­zio­ni che met­te in atto. È una sto­ria d’un uomo che decli­na nel­la fol­lia alla ricer­ca dell’amore, un uomo affo­ga­to di soli­tu­di­ne. Nel bel mez­zo di que­sta pel­li­co­la vacil­lia­mo nel valu­ta­re la sua figu­ra, a trat­ti ci si chie­de se occul­ti quel rima­su­glio di bam­bi­na per pro­teg­ge­re moglie e figlie o per pro­teg­ge­re sé stes­so, la pro­pria digni­tà e la pro­pria inte­gri­tà. Altre vol­te Mas­si­mo è uma­nis­si­mo ed ha al con­tem­po una resi­sten­za disu­ma­na agli istin­ti. Infi­ne, è solo assur­da fol­lia, una mor­bo­sa voglia d’essere amato. 

Il protagonista ha un’idea distorta d’amore: strappare, estrarre a forza il sentimento, fino a legare, imbavagliare, soffocare una bambina nel suo scantinato, senza rendersene conto. 

Si pren­de cura di quel­la che ritie­ne esse­re un’intrusione clan­de­sti­na che rap­pre­sen­ta quel­la bam­bi­na, sogna d’ucciderla, ten­ta ma pro­fon­da­men­te non rie­sce, e quei ten­ta­ti­vi sono anch’essi meschi­ni: apre l’acqua, atten­de che lo scan­ti­na­to sia stra­col­mo, fin­chè avrà can­cel­la­to la pro­va del­la sua paz­zia. E non ci rie­sce.

Ogni sua azio­ne è diret­ta a pro­teg­ge­re la sua fami­glia imma­gi­na­ria, deli­rio del­la sua men­te; si ren­de com­pli­ce di qual­co­sa che in sé stes­so non ritie­ne plau­si­bi­le e con­ti­nua, in modo este­nuan­te, a cer­ca­re rispo­ste. È ine­so­ra­bi­le il modo dolo­ro­so in cui, ad ogni gior­no tra­scor­so, la solu­zio­ne diven­ti più lon­ta­na ed ago­niz­zan­te. Il per­so­nag­gio meglio riu­sci­to è cer­ta­men­te la vit­ti­ma, la bam­bi­na ros­so san­gue, con occhi mostruo­si, sedu­ta sul fred­do pavi­men­to del­la can­ti­na sot­to­stan­te, ormai resa disu­ma­na, silen­zia­ta eppu­re espres­sio­ne di mil­le paro­le. È anche per­fet­ta­men­te inquie­tan­te il modo in cui le altre figu­re – le figlie e la moglie – sia­no così pure e intel­le­gi­bi­li, pare rispet­ti­no ogni cano­ne clas­si­co: la bel­lez­za, la deli­ca­tez­za, l’intelligenza, la capa­ci­tà d’amare.

Scuo­te e fa riflet­te­re, d’altra par­te, la loro inca­pa­ci­tà di per­ce­pi­re il disa­gio, di fiu­ta­re il ter­ro­re dell’uomo che vive al loro fian­co. Di sospet­tar­lo paz­zo, igno­ran­do la veri­tà sepol­ta al pia­no infe­rio­re, non cre­den­do­la nem­me­no plau­si­bi­le. È come se i per­so­nag­gi crea­ti dal­la sua men­te fos­se­ro incre­du­li rispet­to alla stes­sa fol­lia che li ha gene­ra­ti. Incre­du­li, non indi­gna­ti; que­sto det­ta­glio risuo­na nel­le paro­le dei fra­tel­li d’Innocenzo: “rac­con­ta­re un uomo disgra­zia­to non vuol dire odiar­lo” (Roma, 13/03/2022), e infat­ti, discen­den­do nel­la sua paz­zia non pos­sia­mo che pro­va­re tene­rez­za per quest’uomo che non sa ama­re ma solo pos­se­de­re, allu­ci­na­to com’è dal­la solitudine.

È, appun­to, qua­si tene­ra que­sta sen­sa­zio­ne di equi­li­brio tra il mon­do d’un fol­le e la maca­bra real­tà: nei suoi deli­ri, Mas­si­mo, cer­ca solo amo­re e lo fa gene­ran­do dolo­re, costruen­do un mon­do fit­ti­zio dove man­ca­no nes­si cau­sa­li, dove non tor­na­no le spie­ga­zio­ni e si insi­nua­no i dub­bi, pron­ta­men­te riget­ta­ti dal­la men­te mala­ta del protagonista. 

America Latina si chiude con un irrisolvibile perché, come a sottolineare l’impotenza dell’uomo davanti a sé stesso e l’incapacità di sviscerare le proprie follie e le proprie paure. 

E quel per­ché con­ti­nua a risuo­na­re nel­la testa del­lo spet­ta­to­re; una vol­ta insi­nua­to­si il dub­bio, non demor­de. I fra­tel­li d’Innocenzo han­no, come nei pre­ce­den­ti capo­la­vo­ri, esa­mi­na­to pro­fon­da­men­te il sen­ti­men­to del­la paura, ren­den­do­ci par­te­ci­pi dell’essere uma­no e del­le sue debo­lez­ze. Que­sto film por­ta la loro fir­ma ad ogni sce­na adot­tan­do quel­la tri­pli­ce linea gui­da che impre­gna le loro crea­zio­ni: emo­zio­ne, sen­ti­men­to, disper­sio­ne. Por­ta la loro fir­ma nel­la scrit­tu­ra, pro­fon­da­men­te rea­le e plau­si­bi­le – atti­tu­di­ne già dimo­stra­ta con il pri­mo loro pro­dot­to: La ter­ra dell’abbastanza, i dia­lo­ghi sono essen­zia­li ma non sem­pli­ci­sti­ci, tre­ma­no di incer­tez­za e di disco­no­sci­men­to da sé stes­si, come se i per­so­nag­gi, men­tre par­la­no, fos­se­ro spae­sa­ti in sé stes­si; e anco­ra, por­ta la loro fir­ma nel sapien­te uso dei colo­ri, sem­pre pri­ma­ri, sem­pre ten­den­zial­men­te oscu­ra­ti, come se fos­se un bian­co e nero colorato. 

La luce non è sof­fu­sa, è come se l’atmosfera fos­se annu­vo­la­ta, accor­dan­do­si per­fet­ta­men­te con il carat­te­re del film, i colo­ri sono più den­si, più pesan­ti all’occhio. Le archi­tet­tu­re sono inge­gno­se: la casa di Mas­si­mo è enor­me­men­te vuo­ta, qua­dra­ti­ca e inquie­tan­te­men­te simi­le ad un ospe­da­le. La scel­ta del­la peri­fe­ria è sen­sa­ta, ai bor­di del­la cit­tà, come ai bor­di dell’umano. Le not­ti sono pie­ne e fan­no emer­ge­re la capa­ci­tà dei regi­sti di non spa­ven­tar­si di fron­te al con­fron­to con gli abis­si dell’uomo e i suoi istin­ti più ani­ma­le­schi; la dispe­ra­zio­ne e la con­fu­sio­ne non sono bana­liz­za­te né esa­spe­ra­te, silen­zia­te, come nel­la vita di tut­ti i gior­ni, quan­do, lace­ra­ti, ci vestia­mo per anda­re al lavo­ro masche­ra­ti da un sorriso. 

I fra­tel­li d’Innocenzo sono sen­za dub­bio quel­la novi­tà ina­spet­ta­ta che neces­si­ta­va un cine­ma che vira sem­pre più ver­so l’accademismo, nel loro modo di rac­con­tar­si, di usa­re sapien­te­men­te la scrit­tu­ra e la foto­gra­fia, in un con­nu­bio ben riu­sci­to (e di ciò sono un esem­pio, anco­ra una vol­ta, le inqua­dra­tu­re di La ter­ra dell’abbastanza).

A voler cer­ca­re una nota sto­na­ta si potreb­be nota­re un cer­to maca­bro paral­le­li­smo con il mon­do berg­ma­nia­no di Sus­sur­ri e gri­da: le pare­ti ros­se, le vesti bian­che, l’atmosfera sospe­sa, ele­men­ti trop­po sur­rea­li per un film così anco­ra­to all’“uomo dav­ve­ro”. È un film inquie­ta­to dal­le poten­zia­li­tà uma­ne che resti­tui­sce quel­la sedu­zio­ne per la nar­ra­zio­ne che carat­te­riz­za que­sti regi­sti. Come dis­se­ro nel­la loro inter­vi­sta a Libri come, festa del libro e del­la nar­ra­zio­ne, tenu­ta­si a Roma, il 13 mar­zo 2022, “biso­gna stu­pir­si del­le pro­prie idee, far­si sedurre”. 

Con­di­vi­di:
Giulia Perelli
Vivo di viag­gi, di libri e di espe­rien­ze. Scri­vo di tut­to quel­lo che vedo e sono un moto per­pe­tuo. Sono una stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za e di tut­to quel­lo che mi capi­ta di voler impa­ra­re. Sono l’artista meno arti­sta di sem­pre. Nel­la vita devo solo poter rac­con­ta­re, par­la­re e fotografare.

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