Del: 7 Aprile 2022 Di: Redazione Commenti: 0
L'umano, l'intollerabile e l'amore in "America Latina"

America Latina è l’ultimo neonato dei fratelli d’Innocenzo, presentato a Venezia il 9 settembre 2021. Si parla di Massimo, dentista di Latina che conduce un’esistenza dedita all’onestà, al sacrificio e alla sua famiglia. Un giorno, nella sua cantina, compare una bambina, incatenata ad un tubo dell’acqua.

America latina racconta di una folle forma d’amore e dell’inquietudine borghese, di un’immersione nel delirio di un uomo solo, di allucinazioni e della psicologia di un uomo malato.

Massimo è un uomo doppio, vestito della facciata d’innocente, illuso d’essere un padre di famiglia amorevole, allucinato dalla fantasiosa presenza d’una famiglia completamente immaginaria; è anche un aguzzino, un uomo tanto affamato di possedere l’amore da rapire una bambina, farla propria e poi dimenticarsene. Fa tutto questo con dolcezza, è disperatamente alla ricerca di soluzioni per un crimine che non sa di aver commesso, è completamente dissociato in due elementi: l’uomo solo, morboso e il papà.

“America Latina” racconta anche del sacrificio d’un uomo, della sua incapacità d’affrontare il mondo adulto, racconta del terrore delle responsabilità e della responsabilità di proteggere l’amore, anche quando è immaginato. Massimo conserva, preserva le forme del suo amore fino all’esplosione, fino ai limiti della resistenza umana e della concezione del reale, vive in un’illusione talmente concretizzata da non riuscire a realizzare le atroci reazioni che mette in atto. È una storia d’un uomo che declina nella follia alla ricerca dell’amore, un uomo affogato di solitudine. Nel bel mezzo di questa pellicola vacilliamo nel valutare la sua figura, a tratti ci si chiede se occulti quel rimasuglio di bambina per proteggere moglie e figlie o per proteggere sé stesso, la propria dignità e la propria integrità. Altre volte Massimo è umanissimo ed ha al contempo una resistenza disumana agli istinti. Infine, è solo assurda follia, una morbosa voglia d’essere amato.

Il protagonista ha un’idea distorta d’amore: strappare, estrarre a forza il sentimento, fino a legare, imbavagliare, soffocare una bambina nel suo scantinato, senza rendersene conto.

Si prende cura di quella che ritiene essere un’intrusione clandestina che rappresenta quella bambina, sogna d’ucciderla, tenta ma profondamente non riesce, e quei tentativi sono anch’essi meschini: apre l’acqua, attende che lo scantinato sia stracolmo, finchè avrà cancellato la prova della sua pazzia. E non ci riesce.

Ogni sua azione è diretta a proteggere la sua famiglia immaginaria, delirio della sua mente; si rende complice di qualcosa che in sé stesso non ritiene plausibile e continua, in modo estenuante, a cercare risposte. È inesorabile il modo doloroso in cui, ad ogni giorno trascorso, la soluzione diventi più lontana ed agonizzante. Il personaggio meglio riuscito è certamente la vittima, la bambina rosso sangue, con occhi mostruosi, seduta sul freddo pavimento della cantina sottostante, ormai resa disumana, silenziata eppure espressione di mille parole. È anche perfettamente inquietante il modo in cui le altre figure – le figlie e la moglie – siano così pure e intellegibili, pare rispettino ogni canone classico: la bellezza, la delicatezza, l’intelligenza, la capacità d’amare. Scuote e fa riflettere, d’altra parte, la loro incapacità di percepire il disagio, di fiutare il terrore dell’uomo che vive al loro fianco. Di sospettarlo pazzo, ignorando la verità sepolta al piano inferiore, non credendola nemmeno plausibile. È come se i personaggi creati dalla sua mente fossero increduli rispetto alla stessa follia che li ha generati. Increduli, non indignati; questo dettaglio risuona nelle parole dei fratelli d’Innocenzo: “raccontare un uomo disgraziato non vuol dire odiarlo” (Roma, 13/03/2022), e infatti, discendendo nella sua pazzia non possiamo che provare tenerezza per quest’uomo che non sa amare ma solo possedere, allucinato com’è dalla solitudine.

È, appunto, quasi tenera questa sensazione di equilibrio tra il mondo d’un folle e la macabra realtà: nei suoi deliri, Massimo, cerca solo amore e lo fa generando dolore, costruendo un mondo fittizio dove mancano nessi causali, dove non tornano le spiegazioni e si insinuano i dubbi, prontamente rigettati dalla mente malata del protagonista.

“America Latina” si chiude con un irrisolvibile perché, come a sottolineare l’impotenza dell’uomo davanti a sé stesso e l’incapacità di sviscerare le proprie follie e le proprie paure.

E quel perché continua a risuonare nella testa dello spettatore; una volta insinuatosi il dubbio, non demorde. I fratelli d’Innocenzo hanno, come nei precedenti capolavori, esaminato profondamente il sentimento della paura, rendendoci partecipi dell’essere umano e delle sue debolezze. Questo film porta la loro firma ad ogni scena adottando quella triplice linea guida che impregna le loro creazioni: emozione, sentimento, dispersione. Porta la loro firma nella scrittura, profondamente reale e plausibile – attitudine già dimostrata con il primo loro prodotto: La terra dell’abbastanza, i dialoghi sono essenziali ma non semplicistici, tremano di incertezza e di disconoscimento da sé stessi, come se i personaggi, mentre parlano, fossero spaesati in sé stessi; e ancora, porta la loro firma nel sapiente uso dei colori, sempre primari, sempre tendenzialmente oscurati, come se fosse un bianco e nero colorato.

La luce non è soffusa, è come se l’atmosfera fosse annuvolata, accordandosi perfettamente con il carattere del film, i colori sono più densi, più pesanti all’occhio. Le architetture sono ingegnose: la casa di Massimo è enormemente vuota, quadratica e inquietantemente simile ad un ospedale. La scelta della periferia è sensata, ai bordi della città, come ai bordi dell’umano. Le notti sono piene e fanno emergere la capacità dei registi di non spaventarsi di fronte al confronto con gli abissi dell’uomo e i suoi istinti più animaleschi; la disperazione e la confusione non sono banalizzate né esasperate, silenziate, come nella vita di tutti i giorni, quando, lacerati, ci vestiamo per andare al lavoro mascherati da un sorriso. I fratelli d’Innocenzo sono senza dubbio quella novità inaspettata che necessitava un cinema che vira sempre più verso l’accademismo, nel loro modo di raccontarsi, di usare sapientemente la scrittura e la fotografia, in un connubio ben riuscito (e di ciò sono un esempio, ancora una volta, le inquadrature di La terra dell’abbastanza).

A voler cercare una nota stonata si potrebbe notare un certo macabro parallelismo con il mondo bergmaniano di Sussurri e grida: le pareti rosse, le vesti bianche, l’atmosfera sospesa, elementi troppo surreali per un film così ancorato all’“uomo davvero”. È un film inquietato dalle potenzialità umane che restituisce quella seduzione per la narrazione che caratterizza questi registi. Come dissero nella loro intervista a Libri come, festa del libro e della narrazione, tenutasi a Roma, il 13 marzo 2022, “bisogna stupirsi delle proprie idee, farsi sedurre”.

Articolo di Giulia Perelli

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