Margaret Moth, la fotoreporter senza paura

Margaret Moth, la fotoreporter senza paura

La chia­ma­va­no la signo­ra in nero per via del suo look eccen­tri­co con out­fit scu­ri, capel­li cor­vi­ni ribel­li e spes­so eye­li­ner attor­no agli occhi. Mar­ga­ret Moth, nata Mar­ga­ret Wil­son a Gisborn, Nuo­va Zelan­da, nel 1951, è sta­ta una del­le più gran­di foto­re­por­ter del­la sto­ria che, in quan­to don­na, ha sfi­da­to pre­giu­di­zi e osta­co­li in un ambien­te fino ad allo­ra pre­va­len­te­men­te maschile. 

Definita come ironica e anticonformista, è stata protagonista della documentazione di alcuni dei più importanti conflitti della seconda metà del Novecento.

Mar­ga­ret rice­vet­te la sua pri­ma mac­chi­na foto­gra­fi­ca all’età di 8 anni, già con­sa­pe­vo­le che avreb­be segui­to le sue idee sen­za far­si inti­mo­ri­re dal­le dif­fi­col­tà. Appe­na ado­le­scen­te, sen­ten­do­si stret­ta nel cogno­me fami­lia­re, cam­biò il suo nome in Mar­ga­ret Gip­sy Moth per­ce­pen­do­lo come più adat­to alla sua per­so­na­li­tà. Appe­na ven­ten­ne, ter­mi­na­ti gli stu­di in cine­ma e foto­gra­fia pres­so l’università di Can­ter­bu­ry a Christ­church, diven­ne la pri­ma came­ra­wo­man del­la Nuo­va Zelan­da lavo­ran­do per le tele­vi­sio­ni nazionali.

Dive­nu­ta famo­sa nell’ambiente, nel 1983 si tra­sfe­rì negli Sta­ti Uni­ti per lavo­ra­re pres­so Khou a Hou­ston, Texas, pri­ma di entra­re, set­te anni più tar­di, alla CNN. Da que­sto momen­to Mar­ga­ret Moth non si fer­mò più, giran­do il mon­do a cac­cia del­la veri­tà arma­ta del­la sua video­ca­me­ra. L’anno suc­ces­si­vo fu infat­ti la prin­ci­pa­le foto­re­por­ter a docu­men­ta­re le rivol­te india­ne in segui­to all’assassinio del pri­mo mini­stro Indi­ra Gan­d­hi, men­tre negli anni Novan­ta fu invia­ta nel Gol­fo Per­si­co per segui­re gli svol­gi­men­ti del­la guer­ra del Gol­fo nata dal ten­ta­ti­vo di libe­ra­zio­ne del Kuwait da Sad­dam Hus­sein; si recò più vol­te nel decen­nio suc­ces­si­vo anche a Bagh­dad per copri­re il rove­scia­men­to di Saddam.

Margaret Moth aveva dichiarato di non aver mai programmato di diventare una fotogiornalista: il suo percorso è stato guidato negli anni dall’amore per la storia e dal desiderio di vederla svolgersi in prima persona. 

Osser­va­zio­ne meta­fo­ri­ca dato che Mar­ga­ret diven­ne famo­sa pro­prio per il suo estre­mo corag­gio e l’apparente non­cu­ran­za del peri­co­lo che, in pri­ma linea, le han­no per­mes­so di non disto­glie­re mai l’obbiettivo del­la sua foto­ca­me­ra dal sog­get­to che sta­va ripren­den­do, anche fos­se un sol­da­to in pro­cin­to di spararle.

Sono nume­ro­si gli esem­pi emble­ma­ti­ci di que­sta disar­man­te intra­pren­den­za. Uno dei prin­ci­pa­li ser­vi­zi del­la car­rie­ra di Moth fu quel­lo sul­la guer­ra civi­le in Geor­gia, con­flit­to scop­pia­to in segui­to al col­po di sta­to che rove­sciò il neoe­let­to pre­si­den­te geor­gia­no Zviad Gam­sa­khur­dia. La foto­re­por­ter del­la CNN seguì in par­ti­co­la­re tra il ‘91 e il ‘92 la Guer­ra di Tibli­si, capi­ta­le del­lo sta­to e cen­tro nevral­gi­co del con­flit­to. Come ripor­ta­to su sito del­la CNN, men­tre gli altri foto­re­por­ter cer­ca­va­no ripa­ro die­tro le auto, per pro­teg­gen­do­si dal fuo­co che i mili­zia­ni ave­va­no aper­to sui mani­fe­stan­ti, Mar­ga­ret Moth rima­se fer­ma in mez­zo ai rivol­to­si tenen­do la sua foto­ca­me­ra acce­sa.

Duran­te l’incursione israe­lia­na nel 2002 in Cisgior­da­nia, Moth si nasco­se tra un grup­po di medi­ci pale­sti­ne­si in mar­cia con­tro i vei­co­li blin­da­ti del­le trup­pe israe­lia­ne, ripren­den­do tut­ti gli avve­ni­men­ti e cer­can­do di otte­ne­re un’intervista esclu­si­va con Yas­ser Ara­fat, lea­der palestinese.

Ma for­se l’impegno che ha influi­to mag­gior­men­te sul­la sua car­rie­ra, come sul­la sua vita per­so­na­le, è sta­to quel­lo che l’ha vista pro­ta­go­ni­sta in pri­mis­si­ma linea nel dram­ma­ti­co asse­dio ser­bo di Sara­je­vo, capi­ta­le bosniaca.

Anche qui, ancora una volta, Moth dimostrò la sua tenacia e la sua cieca fede nei confronti della documentazione diretta.

Al cen­tro del­la cit­tà asse­dia­ta si erge­va infat­ti un Holi­day Inn esat­ta­men­te sul­la tra­iet­to­ria dell’artiglieria ser­ba: Mar­ga­ret Moth posi­zio­nò la sua posta­zio­ne di ripre­sa tra le mace­rie dell’hotel semi­di­strut­to, chia­ma­to iro­ni­ca­men­te Emmen­tal chee­se. Usan­do un viso­re not­tur­no come obbiet­ti­vo e copren­do la luce ros­sa del­la tele­ca­me­ra con del nastro ade­si­vo, la Moth tra­scor­se lun­ghis­si­me gior­na­te tra le mace­rie del palaz­zo, fil­man­do rego­lar­men­te i bom­bar­da­men­ti, spe­cial­men­te quel­li not­tur­ni, del­la cit­tà bosniaca.

Il 23 luglio del 1992, la foto­re­por­ter e due col­le­ghi del­la CNN intra­pre­se­ro quel­la che era cono­sciu­ta in tut­to il mon­do come la Sni­per Alley, una via cen­tra­le di Sara­je­vo all’epoca deser­ta per­ché com­ple­ta­men­te espo­sta al fuo­co ser­bo. L’obiettivo dei tre gior­na­li­sti era quel­lo di rag­giun­ge­re l’aeroporto per inter­vi­sta­re i pilo­ti dei voli di soc­cor­so. Nono­stan­te la velo­ci­tà del fur­go­ne su cui si tro­va­va­no, Mar­ga­ret Moth ven­ne col­pi­ta in pie­no vol­to da un pro­iet­ti­le per­fet­ta­men­te mira­to che le distrus­se metà mascel­la e par­te del­la lin­gua; dopo un trat­ta­men­to di emer­gen­za loca­le, ven­ne tra­spor­ta­ta dal­la CNN in una cli­ni­ca spe­cia­liz­za­ta degli Sta­ti Uniti. 

È pro­prio dopo que­sto fat­to che emer­se anco­ra una vol­ta la poten­te ed eccen­tri­ca per­so­na­li­tà di que­sta came­ra­wo­man. Nei mesi suc­ces­si­vi all’operazione duran­te, il lun­go perio­do di ria­bi­li­ta­zio­ne, più vol­te Moth scher­zò con i col­le­ghi con dicen­do «Sem­bro sem­bre ubria­ca quan­do par­lo». Dopo un anno e mez­zo con­vin­se la CNN a riman­dar­la sul cam­po. Dove? A Sara­je­vo ovvia­men­te, dove sen­ti­va di non aver anco­ra ter­mi­na­to il suo lavoro.

Le gra­vi feri­te ripor­ta­te a Sara­je­vo e la con­se­guen­te con­tra­zio­ne dell’epatite C, dovu­ta a una tra­sfu­sio­ne di san­gue, sono sta­ti solo alcu­ni degli osta­co­li che Mar­ga­ret Moth ha supe­ra­to con il suo carat­te­re corag­gio­so e intra­pren­den­te. Nel docu­men­ta­rio del­la CNN Fear­less to the end: Remem­be­ring Mar­ga­ret Moth la foto­re­por­ter vie­ne ricor­da­ta come sen­za pau­ra fino alla fine. All’età di 58 anni le ven­ne dia­gno­sti­ca­ta una for­ma aggres­si­va di can­cro al colon. Anche in que­sta occa­sio­ne, ai micro­fo­ni del­la CNN, non per­se il suo spi­ri­to ribel­le e autoironico:

«Mi sareb­be pia­ciu­to pen­sa­re che sarei usci­ta di sce­na con un po’ più di sti­le… l’im­por­tan­te però è sape­re che hai vis­su­to la tua vita al mas­si­mo. Potre­sti esse­re un miliar­da­rio, ma non potre­sti paga­re per fare le cose che abbia­mo fatto.»

Mar­ga­ret Gip­sy Moth morì all’età di 59 anni in Min­ne­so­ta in segui­to alle com­pli­ca­zio­ni deri­va­te dal­la malat­tia. Die­tro di sé ha lascia­to l’opera di una don­na impa­vi­da e gen­ti­le, pron­ta a bat­ter­si per la veri­tà rima­nen­do con l’obbiettivo del­la sua video­ca­me­ra fer­mo nell’occhio del ciclone.

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Arianna Locatelli
Da pic­co­la cer­ca­vo l’origine del mio nome per­ché mi affa­sci­na­va la sto­ria che c’era die­tro. Anco­ra oggi mi pia­ce cono­sce­re e sco­pri­re sto­rie di cui poi rac­con­to e scri­vo. Intan­to cor­ro, bevo caf­fè e pia­ni­fi­co viaggi.

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