Credere ancora nei miracoli. LaChapelle al MUDEC

Credere ancora nei miracoli, LaChapelle al MUDEC

Dal 22 apri­le all’11 set­tem­bre è in espo­si­zio­ne la foto­gra­fia di David LaCha­pel­le al MUDEC di Mila­no, con una mostra per­so­na­le di oltre 90 ope­re: noi di Vul­ca­no sia­mo anda­ti a veder­la e ve la raccontiamo. 

David LaCha­pel­le è nato nel Con­nec­ti­cut nel 1963, dove ha fre­quen­ta­to il liceo arti­sti­co comin­cian­do la sua for­ma­zio­ne come pit­to­re. Duran­te gli stu­di si è avvi­ci­na­to alla foto­gra­fia, per la qua­le ha svi­lup­pa­to una tec­ni­ca ana­lo­gi­ca che pre­ve­de­va la pit­tu­ra sui nega­ti­vi per ren­de­re i colo­ri più “subli­mi”. Cre­sce­re in un pae­se di pochi abi­tan­ti che non sono in gra­do di usci­re dai pro­pri oriz­zon­ti ed apprez­za­re il genio è ciò che ha por­ta­to il foto­gra­fo a tra­sfe­rir­si a 17 anni a New York, dove due anni dopo è sta­to sco­per­to nien­te meno che da Andy Warhol. In segui­to, infat­ti, alla sua pri­ma mostra allo Stu­dio 303, il cele­ber­ri­mo arti­sta ne è diven­ta­to mentore. 

La mostra non è organizzata secondo l’ordine cronologico, ma secondo “visioni”: l’artista infatti ha una straordinaria filosofia che fa da sfondo a tutte le opere. 

Entran­do nel­la sala a lui dedi­ca­ta, la pri­ma cosa di cui si fa espe­rien­za è la musi­ca anni ’80 che arri­va dal­le cas­se poste nel fon­do, dove un fil­ma­to chiu­de­rà la mostra. È con il rit­mo poten­te e i sin­te­tiz­za­to­ri ben in risal­to che ci si immer­ge nell’epoca d’oro del­la pop cul­tu­re fat­ta di colo­ri sgar­gian­ti, cele­bri­tà innal­za­te ad ido­li, bel­lez­za a tut­ti i costi e in tut­ti i modi. Ma le paro­le di LaCha­pel­le ad apri­re la mostra dipin­go­no il qua­dro spes­so taciu­to degli anni del benes­se­re: la pan­de­mia di AIDS che ha col­pi­to soprat­tut­to gli Sta­ti Uni­ti, il nume­ro di mor­ti che essa ha fat­to all’interno di quel­la che era una sub­cul­tu­ra già oppres­sa – gli omo­ses­sua­li. “Ho cono­sciu­to il mio pri­mo ragaz­zo a New York City. Ave­vo 19 anni e lui 21 […], nel­la pri­ma­ve­ra del 1984 è mor­to improv­vi­sa­men­te a cau­sa di una nuo­va miste­rio­sa malat­tia. […] Sen­ti­vo la mor­te intor­no a me ed ero con­vin­to che io stes­so non sarei vis­su­to oltre i 24 anni”. 

Le pri­me ope­re mostra­no la vul­ne­ra­bi­li­tà uma­na e del pia­ne­ta: le serie Delu­ge (2006) e After the Delu­ge (2006 – 2009) sono ispi­ra­te al dilu­vio uni­ver­sa­le del­la cap­pel­la Sisti­na e rac­col­go­no una serie di foto­gra­fie di vero impat­to. Pae­sag­gi bel­lis­si­mi sono distrut­ti da una natu­ra cru­de­le: il male è mostra­to in un modo così bel­lo, così in con­tra­sto con il suo signi­fi­ca­to, che l’unica emo­zio­ne che è leci­to pro­va­re è una mesta ras­se­gna­zio­ne, come a dire:  “Dove­va anda­re così”. Delu­ge è spie­ga­to con le paro­le dell’artista a fian­co: “Il dilu­vio è una gran­de meta­fo­ra del­la per­di­ta di tut­to ciò che è mate­ria­le, del­la salu­te, del cor­po: è tro­var­si sul let­to di mor­te con un’ul­ti­ma pos­si­bi­li­tà di illu­mi­na­zio­ne”.

David LaCha­pel­le, After the Delu­ge: Sta­tue, 2007, Los Ange­les ©David LaChapelle

Si prosegue poi verso il centro della cultura pop di cui il fotografo è un’icona: pareti piene dei ritratti dei più famosi idoli di ieri e di oggi riempiono l’area successiva. 

Brit­ney Spears, Madon­na, Tupac e David Bowie sono le fac­ce più rap­pre­sen­ta­ti­ve degli anni ’90, ognu­no di loro è ritrat­to all’interno di uno spa­zio che li rap­pre­sen­ta: nel­la visio­ne di LaCha­pel­le diven­ta­no una ragaz­zi­na al tele­fo­no immer­sa nel­la came­ret­ta rosa, una fem­me fata­le all’interno di una stan­za dal sapo­re futu­ri­sti­co, un uomo che non ha pau­ra di met­ter­si a nudo e un chi­rur­go dell’essere. Al cen­tro: Andy Warhol e una serie di foto­gra­fie ispi­ra­te alle sue ope­re più cele­bri, rivi­si­ta­te con sim­pa­ti­ca ammi­ra­zio­ne. Warhol è sta­ta un’influen­za impor­tan­tis­si­ma per LaCha­pel­le, non solo per quan­to riguar­da la tec­ni­ca, ma anche per ave­re un assag­gio dell’ipo­cri­sia insi­ta nel mon­do dell’arte ame­ri­ca­no: in più inter­vi­ste il foto­gra­fo rac­con­ta di come il suo men­to­re sia sta­to cri­ti­ca­to da mol­ti pri­ma del­la mor­te e che solo in segui­to è riu­sci­to ad otte­ne­re la ras­se­gna che ha tan­to ago­gna­to in vita. 

Ma non man­ca­no i vol­ti che segna­no gli ulti­mi anni: Liz­zo è una Vene­re di Bot­ti­cel­li all’entrata, men­tre Doja Cat e Dua Lipa fan­no le loro appa­ri­zio­ni, una in abi­to azzur­ro per lo shoo­ting di Pla­net Her e l’altra in body per la cover di Rol­ling Sto­ne. Ma la vera pro­ta­go­ni­sta del­la mostra è Kim Kar­da­shian: la si ami o la si odi, è il vol­to (e la per­so­na­li­tà, e il cor­po) più ico­ni­co del­la nostra epo­ca. Per­si­no LaCha­pel­le non ne offre un ritrat­to uni­vo­co: se fa la sua appa­ri­zio­ne come una Maria Mad­da­le­na pian­gen­te (pian­gen­te glit­ter, tut­to som­ma­to), è pro­prio lei a chiu­de­re la mostra con un ritrat­to con­tro­ver­so

David LaCha­pel­le, Mary Mag­da­le­ne: Abi­ding Lamen­ta­tion, 2019, Cour­te­sy of Reflex Amster­dam ©David LaChapelle

La foto­gra­fia che la ritrae men­tre guar­da in alto e pian­ge bril­lan­ti­ni è posta al fian­co di un ritrat­to di Kanye West, del­la stes­sa gran­dez­za, con la coro­na di spi­ne e i colo­ri – cal­di, aran­cia­ti – oppo­sti. L’artista ha col­la­bo­ra­to spes­so con i coniu­gi, a quan­to sem­bra più per il loro indub­bio peso all’interno dell’odierna cul­tu­ra pop e le loro dispo­ni­bi­li­tà eco­no­mi­che che non per una vera sim­pa­tia nei loro con­fron­ti. La mostra si chiu­de infat­ti con Sho­w­ti­me at the Apo­ca­lyp­se, una gigan­to­gra­fia da oltre 250.000$ che è sta­ta com­mis­sio­na­ta dal­la stes­sa Kim Kar­da­shian come car­to­li­na nata­li­zia del­la fami­glia. L’ambientazione e i pro­ta­go­ni­sti sono sta­ti però scel­ti con fer­mez­za da LaCha­pel­le, che ha volu­ta­men­te esclu­so gli uomi­ni del­la fami­glia e ha inse­ri­to le don­ne in posa all’interno di un cine­ma inon­da­to da quel­lo che sem­bra esse­re un dilu­vio uni­ver­sa­le. Chis­sà se a loro è sem­bra­to un ritrat­to lusinghiero!

Un grande artista è in grado di rappresentare l’altro senza la pretesa di afferrarlo: questo è quello che fa LaChapelle, offre la visione dell’altro che è destinata a cambiare a seconda del tempo, del contesto, di chi si trova di fronte. 

Il tema del­la natu­ra e dei peri­co­li che cor­re tor­na con la serie Land Sca­pe (2013), in cui l’artista riflet­te sui rischi dell’antro­po­cen­tri­smo e invi­ta ad un uso con­sa­pe­vo­le del­le risorse. 

New World (2007 – 2017) è la serie che arri­va subi­to dopo il tra­sfe­ri­men­to del foto­gra­fo alle Hawaii per una ricer­ca di pace e tran­quil­li­tà e gli scat­ti ne sono pro­fon­da­men­te influen­za­ti. I pae­sag­gi ricor­da­no la flo­ra loca­le, men­tre i temi e i per­so­nag­gi che ricor­ro­no sim­bo­leg­gia­no pace e sere­ni­tà, con evi­den­ti richia­mi a figu­re bibli­che. La Bib­bia e la cul­tu­ra cri­stia­na sono evi­den­ti influen­ze del­la foto­gra­fia di LaCha­pel­le, che ricor­da tra i momen­ti più d’impatto del­la sua vita la sua pri­ma visi­ta alla Cap­pel­la Sistina 

Sono nume­ro­si anche altri richia­mi all’arte ita­lia­na: Bot­ti­cel­li in par­ti­co­la­re è d’ispirazione (o, per meglio dire, vera e pro­pria cita­zio­ne) in nume­ro­se ope­re. L’an­nun­cia­zio­ne, Vene­re e Mar­te, le tre Gra­zie del­la Pri­ma­ve­ra e la Vene­re si pos­so­no scor­ge­re in nume­ro­se opere. 

Una serie di nuo­vi scat­ti in mostra per la pri­ma vol­ta rap­pre­sen­ta pro­prio una nuo­va visio­ne del libro sacro che mira a ren­der­ne i pro­ta­go­ni­sti più rea­li­sti­ci, rispon­de alla doman­da dell’artista: “Chi fre­quen­te­reb­be Gesù se tor­nas­se tra noi?”. È così che diver­se foto­gra­fie ritrag­go­no il mes­sia men­tre si tro­va a cena con spac­cia­to­ri, pro­sti­tu­te e gang­sters. Jesus is my home­boy è for­se la serie più con­tro­ver­sa dell’artista, egli rac­con­ta di aver­ne pro­po­sto le idee ini­zia­li al diret­to­re di i‑D, che gli ha bru­sca­men­te riat­tac­ca­to il tele­fo­no. “Nel mon­do dell’arte – dice al Guar­dian – per scioc­ca­re le per­so­ne devi par­la­re di Gesù o di Dio. Le reli­gio­ni dell’est […] sono cool, […] ma il Cri­stia­ne­si­mo ha un’orribile repu­ta­zio­ne a cau­sa degli estre­mi­sti”.

David LaCha­pel­le, The Holy Fami­ly with S. Fran­cis, 2019, Hawaii ©David LaChapelle

La serie più par­ti­co­la­re è l’ultima dell’artista in ordi­ne cro­no­lo­gi­co, ovve­ro Reve­la­tions (2020). Qui l’artista riflet­te sul­la pan­de­mia, su cosa essa ha dato e ha tol­to e su cosa in segui­to ad essa abbia­mo capi­to esse­re ciò che ci ren­de uma­ni. Le foto­gra­fie mostra­no pae­sag­gi disa­bi­ta­ti, atmo­sfe­re gri­gie che fan­no dispe­ra­re, ma in ognu­na del­le ope­re vi è un richia­mo al bel­lo di esse­re vivi, uma­ni, alla spe­ran­za che non muo­re. È così che l’artista vuo­le dire anco­ra una vol­ta di cre­de­re nei mira­co­li in tut­te le loro for­me: da quel­li che la natu­ra ha fat­to per por­tar­ci alla vita a quel­li nar­ra­ti dal­le leg­gen­de; da quel­li che dob­bia­mo fare per evi­ta­re il disa­stro eco­lo­gi­co a quel­li che fac­cia­mo ogni gior­no, sem­pli­ce­men­te esistendo. 

Foto di coper­ti­na: David LaCha­pel­le, Reve­la­tions, 2020, Los Ange­les ©David LaCha­pel­le

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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