Cuori selvaggi. Il Salone del Libro torna a Torino

Cuori selvaggi. Il Salone del Libro torna a Torino

Il Salo­ne del libro di Tori­no si tie­ne una vol­ta all’anno. La 34ma edi­zio­ne, del 2022, si è svol­ta nel­la set­ti­ma­na che va dal 19 al 23 mag­gio a Tori­no. La capi­ta­le mon­dia­le del­la cul­tu­ra, alla base del­la civil­tà del libro, era già sta­ta pro­ta­go­ni­sta dell’ultima edi­zio­ne del­l’Euro­vi­sion e non dà alcun segno di voler­si fer­ma­re. Noi di Vul­ca­no sia­mo sta­ti alla gior­na­ta inau­gu­ra­le e vi rac­con­tia­mo quel­lo che ne abbia­mo tratto. 

Il Salo­ne, come ogni even­to cul­tu­ra­le, è un atto poli­ti­co: in un mon­do dove l’importanza del­le paro­le è sem­pre più sot­to­va­lu­ta­ta, a disca­pi­to dell’imma­gi­ne, la cul­tu­ra ci ricor­da che è dal logos che venia­mo. La let­te­ra che il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca ha invia­to per inau­gu­ra­re l’evento sot­to­li­nea que­ste tema­ti­che. Mat­ta­rel­la ricor­da il cen­te­na­rio dal­la nasci­ta di Paso­li­ni, di cui il pre­si­den­te ripren­de l’invito a «leg­ge­re, leg­ge­re, leg­ge­re». Si sot­to­li­nea come l’evento sia anche un’opportunità per i lavo­ra­to­ri del set­to­re, col­pi­ti dura­men­te dal­la pan­de­mia, di far­si cono­sce­re (se indi­pen­den­ti, come mol­te del­le oltre 140 case edi­tri­ci pre­sen­ti) e rialzarsi. 

Come annunciato fin dall’inaugurazione, questa edizione è la prima dal cosiddetto ritorno alla normalità, eppure di normale non ha nulla. 

Si mira a ren­der­la la più par­te­ci­pa­ta, vede un nume­ro di gio­va­ni che con­ti­nua a cre­sce­re di anno in anno e a loro sem­pre più spes­so si rivol­ge. «In ogni epo­ca in tut­ti i luo­ghi alcu­ni uomi­ni e don­ne han­no sapu­to gui­da­re tra­mi­te le paro­le […] han­no risve­glia­to e vei­co­la­to il sen­ti­re comu­ne intor­no a un’idea e in que­sti gior­ni avre­mo occa­sio­ne di sen­tir­ne tan­te»: così Giu­lio Bii­no ricor­da che anco­ra oggi sono le paro­le a cam­bia­re le cose. Così si crea­no sogni, uto­pie, si ini­zia­no guer­re e si crea la pace: la pace è un topos che il Salo­ne si impo­ne di man­te­ne­re, in un perio­do in cui è agognata. 

Lad­do­ve fal­li­sco­no i cosid­det­ti “pri­mi uomi­ni”, alle per­so­ne comu­ni non resta­no che le pic­co­le gran­di azio­ni: ecco quel­lo che può fare un libro. «Per­dia­mo­ci nel magi­co mon­do del­le paro­le, come i noma­di del deser­to, cuo­ri sel­vag­gi, si per­do­no ad ascol­ta­re paro­le intor­no al fuo­co.» L’auspicio del Salo­ne è che ogni cuo­re sel­vag­gio che entri por­ti un ami­co: più cuo­ri sel­vag­gi sare­mo, più si sarà dato sen­so al salone. 

Il pun­to di vista più emble­ma­ti­co è quel­lo con­di­vi­so tele­gra­fi­ca­men­te da Nico­la Lagio­ia, il diret­to­re: il Salo­ne di oggi si con­cen­tra sul­la “Mol­te­pli­ci­tà”. La mol­te­pli­ci­tà che vivia­mo ogni gior­no nel­le socie­tà com­ples­se e che si river­sa natu­ral­men­te in ciò che leg­gia­mo – il roman­zo moder­no vive all’insegna del­la poli­fo­nia, dei diver­si pun­ti di vista. È for­se un caso – si chie­de Lagio­ia, con la sen­si­bi­li­tà di chi ha scrit­to uno dei libri più dif­fi­ci­li da dige­ri­re degli ulti­mi anni – che que­sto sia anche il cen­te­na­rio dall’uscita dell’Ulis­se di Joy­ce? L’evento si ripro­met­te di pre­sen­ta­re quel­la che l’autore chia­ma “Biblio­di­ver­si­tà”: il nume­ro di auto­ri rap­pre­sen­ta­ti e la varie­tà del­le loro for­me di scrit­tu­ra, opi­nio­ni, temi cari. La mol­te­pli­ci­tà è minac­cia­ta dal­la vio­len­za, dal­la guer­ra, dal desi­de­rio di met­te­re a tace­re l’altro: par­te­ci­pa­re al Salo­ne oggi è par­te­ci­pa­re di una diver­si­tà rug­gen­te, che non si fer­ma nean­che davan­ti alle bombe. 

Lagioia lascia presto il posto a una personalità che riconosce avere ben più da dire: Maria Falcone. L’attivista ricorda il fratello e come siano stati proprio i libri a «creare [la sua] indipendenza». 

Da Sal­ga­ri a D’Annunzio, dopo esser­se­li divo­ra­ti tut­ti, Fal­co­ne è diven­ta­to il super uomo che tan­ti han­no solo potu­to imma­gi­na­re e «ha sapu­to fare del­la sua vita uno stru­men­to di liber­tà per la socie­tà tut­ta». Da Maria Fal­co­ne arri­va l’ultimo moni­to al Salo­ne: l’imperativo di fare del­la bel­lez­za un’arma con­tro la brut­tez­za del­la guer­ra, del­la mafia, di una real­tà che anco­ra non è come vor­rem­mo e va com­bat­tu­ta, cam­bia­ta, rivo­lu­zio­na­ta

Oltre 5678 incon­tri si sono sus­se­gui­ti per tut­to il gior­no e quel­li seguen­ti, di segui­to i tre even­ti che abbia­mo sele­zio­na­to tra i più inte­res­san­ti cui sia­mo sta­ti presenti. 


LA STRADA – Ele­na Varvello 

La poe­tes­sa Ele­na Var­va­rel­lo si ripro­po­ne di par­la­re di un libro non suo, ma che ha ama­to: La stra­da. Il capo­la­vo­ro di McCar­thy vie­ne rac­con­ta­to a par­ti­re dal­le sue ori­gi­ni, a par­ti­re dall’autore e da quel­lo che è il suo pun­to di vista sul­la scrit­tu­ra e sul libro in gene­ra­le. L’autrice si dice ini­zial­men­te “imba­raz­za­ta” nel par­la­re di quel­lo che è un libro impor­tan­tis­si­mo scrit­to da un’altra per­so­na. «L’unico modo per par­la­re de La stra­da sareb­be non par­lar­ne, ma leg­ger­lo (o rileg­ger­lo)»: è così che annun­cia che ne par­le­rà “di lato” (citan­do Emi­ly Dic­kin­son). 

McCar­thy, come i suoi libri, è un vero e pro­prio “cuo­re sel­vag­gio”. È un signo­re di 89 anni oggi, riser­va­to, ha rila­scia­to solo ad Oprah un’intervista (lei è anda­ta da lui, non sareb­be anda­to fino a New York). 

Alla doman­da: «Per­ché non par­la dei suoi libri?» rispon­de: «Per­ché fa male alla testa». Se scri­vi, pen­sa infat­ti l’autore e sot­to­scri­ve Var­vel­lo, il tuo mestie­re è scri­ve­re, non par­la­re del tuo mestie­re. Que­sta intro­du­zio­ne sul­lo scrit­to­re è giu­sti­fi­ca­ta quan­do la poe­tes­sa spie­ga: «Tut­ti noi qui sia­mo nar­ra­to­ri: tut­ti sognia­mo, ricor­dia­mo, imma­gi­nia­mo. I ricor­di sono nar­ra­zio­ni: cam­bia­no nel tem­po. Gli auto­ri dedi­ca­no anni alla costru­zio­ne di un’unica sto­ria, che for­se il mon­do acco­glie­rà e farà suo per un perio­do, per poi dover­ne tro­va­re, for­se, un’altra e dedi­car­vi altri anni.» 

Ciò che rende McCarthy superiore è la sua capacità di andare “oltre il confine”: questo viene dimostrato già nel 1994 quando uscì il suo primo libro, dal titolo omonimo. 

Nel­la lupa – vit­ti­ma sacri­fi­ca­le, pun­to foca­le, arche­ti­po – vi è un rife­ri­men­to sim­bo­li­co alla scrit­tu­ra: essa è «come il copo de nie­ve, puoi affer­ra­re un fioc­co di neve, ma quan­do ti guar­di in mano non c’è più. Pri­ma di poter­lo guar­da­re, devi guar­dar­ti in mano». Alla scrit­tu­ra sem­pre si ritor­na, la si deve affron­ta­re da soli, appar­tie­ne solo a chi la sa addo­me­sti­ca­re e non a chi pro­va a ven­der­la o a veder­la com­pe­te­re. «Non è fio­re, ma cac­cia­tri­ce velo­ce di cui il ven­to stes­so ha ter­ro­re e che il mon­do stes­so non può per­de­re.» La stra­da esce nel 2006, vin­ce il Puli­tzer nel 2007 (sen­za trop­pe ceri­mo­nie dall’autore). La stra­da è mol­te cose, rac­con­ta tene­ra­men­te Var­vel­lo, ma è anche un roman­zo sul­la scrit­tu­ra, sul rac­con­ta­re sto­rie e sul loro valo­re profondo. 


Il secon­do vol­to del Salo­ne è quel­lo del­la for­ma­zio­ne: è infat­ti un luo­go in cui è pos­si­bi­le assi­ste­re ad esper­ti che rac­con­ta­no la let­te­ra­tu­ra e l’arte dal pun­to di vista di chi sta die­tro le quin­te e si rivol­go­no a chi aspi­ra a fare di una pro­fes­sio­ne la sua passione. 

PROFESSIONI DELL’ARTE – Anna­pao­la Mar­tin e The­Si­gn Academy

Il secon­do incon­tro che abbia­mo sele­zio­na­to è il pri­mo di tre appun­ta­men­ti offer­ti dall’accademia, in cui si nar­ra­no le pro­fes­sio­ni dell’arte nel mon­do moder­no. Que­sto si con­cen­tra­va sul­la pro­fes­sio­ne di video­ma­king.  

Anna­pao­la Mar­tin, film­ma­ker indi­pen­den­te, rac­con­ta com’è sta­to ini­zia­re e cosa è cam­bia­to ora: come gli stru­men­ti di oggi pos­so­no fare in pochi secon­di ciò che pri­ma si dove­va fare in ore e come ora sia pos­si­bi­le otte­ne­re pro­dot­ti di qua­li­tà che pri­ma era­no a dispo­si­zio­ne solo di chi lavo­ra­va in tv. 

Oggi le cose sono cam­bia­te, ma è anche mol­to più dif­fi­ci­le far­si un nome. Ecco per­ché, rac­con­ta, tan­ti gio­va­ni han­no pau­ra. Il con­si­glio che vie­ne dato è quel­lo di: «anda­re dove c’è il fuo­co: lì si può rag­giun­ge­re l’eccellenza, il lavo­ro si tro­va o si crea». Le per­so­ne che si avvi­ci­na­no al video­ma­king devo­no ave­re una gran­de aper­tu­ra cul­tu­ra­le: si incon­tra­no tan­te per­so­ne e biso­gna esse­re in gra­do di rela­zio­nar­si, far­si sen­ti­re pre­sen­ti, ma mai inva­den­ti. Le per­so­ne, soprat­tut­to nel mon­do del­la musi­ca, sono mol­to fra­gi­li: biso­gna ave­re un’apertura nei con­fron­ti del­la vita, saper sta­re vici­no sen­za biso­gno di cri­ti­ca­re. La curio­si­tà è la spin­ta a cer­ca­re sto­rie, inqua­dra­tu­ra, sguar­di, modi per raccontare. 

Quel­lo del film­ma­ker era nel­le sue ori­gi­ni un lavo­ro non codi­fi­ca­to, si è costrui­to negli ulti­mi anni. Oggi ci sono tan­te risor­se per ini­zia­re a fare i pri­mi pas­si nel video­ma­king, tan­ti tuto­rial. Il filmmaker/videomaker, ama dire Mar­tin, è una “one man band”: in tele­vi­sio­ne sono tan­te per­so­ne a fare deter­mi­na­te man­sio­ni, in un video musi­ca­le tut­to vie­ne fat­to da uno solo. Se anche si richie­de tan­ta cono­scen­za dal pun­to di vista tec­ni­co (ave­re sot­to­ma­no e saper usa­re gli stru­men­ti), il pun­to foca­le rima­ne però l’ambito crea­ti­vo: la crea­ti­vi­tà non si inse­gna, ma si può nutri­re.

Serve nutrirsi a 360 gradi, continua l’esperta, l’ispirazione arriva da ogni cosa: non solo da film, serie tv… ma da tutti gli ambiti creativi. 

È neces­sa­rio lasciar flui­re l’incon­scio. A vol­te si par­te da un testo, si crea­no reti di paro­le che poi si amplia­no e la nostra men­te ela­bo­ra i dati fin­ché non arri­va un’idea e fun­zio­na. Il con­si­glio è di non fis­sar­si sul­la pri­ma idea: lascia­re che la men­te cer­chi qual­co­sa di meno scon­ta­to. Fare pri­ma ricer­ca qua­lun­que sia il lavo­ro che vie­ne asse­gna­to: que­sto è uti­le anche per costrui­re un pro­prio sti­le, una pro­pria imma­gi­ne. Lo sti­le è ciò che dif­fe­ren­zia dal­la mas­sa, la pro­pria per­so­na­li­tà che rie­sce ad usci­re. Il mez­zo video è fan­ta­sti­co per vei­co­la­re con­te­nu­ti che ven­go­no dall’interiorità: biso­gna par­ti­re sapen­do che l’obiettivo è esse­re rico­no­sci­bi­li in base alla nostra sensibilità. 


Qua­le miglior modo per fare pub­bli­ci­tà alle pro­prie nuo­ve usci­te se non par­te­ci­pan­do al Salo­ne del libro? La sua fun­zio­ne pro­mo­zio­na­le è quel­lo che spin­ge auto­ri di tut­to il mon­do a riu­nir­si a Tori­no una set­ti­ma­na all’anno: il ter­zo incon­tro di cui vi par­lia­mo è quel­lo di Car­lot­ta Vagno­li (pre­sen­ta­ta da un’inarrestabile Chia­ra Vale­rio), che illu­stra il suo nuo­vo libro nel­la Sala Azzur­ra dove ormai, scher­za, vie­ne posta ogni anno. 

MEMORIA DELLE MIE PUTTANE ALLEGRE Car­lot­ta Vagno­li (e Chia­ra Valerio)

«Cono­sce­te il vol­to di Car­lot­ta per­ché nel suo vol­to c’è la sua boc­ca che dice cose mol­to impor­tan­ti a livel­lo poli­ti­co», così Chia­ra Vale­rio intro­du­ce Car­lot­ta Vagno­li. Atti­vi­sta, influen­cer, sex colum­ni­st, autri­ce, «don­na pie­na di tatuag­gi che non cono­sco» a secon­da che lo si chie­da a ognu­na del­le per­so­ne pre­sen­ti sia ai vari fir­ma­co­pie, sia nel­la gran­dis­si­ma Sala Azzur­ra (peral­tro gre­mi­ta). Den­tro il suo libro ci sono mol­te cose impor­tan­ti a livel­lo poli­ti­co, ma soprat­tut­to lega­te alla sua infan­zia.

«Tor­na­re all’infanzia col sen­no di poi» è qual­co­sa che non ave­va anco­ra capi­to, dice seria Vagno­li, per­ché non si dà un signi­fi­ca­to agli avve­ni­men­ti quan­do si è bam­bi­ni. Ogni cosa acca­de sen­za che gli ven­ga dato un valo­re, dopo con gli stru­men­ti si rico­di­fi­ca tut­to e gli si dà un sen­so. L’infanzia è il moto­re di tutto. 

Come già det­to da un’illustre col­le­ga, Car­lot­ta Vagno­li «nasce vici­no al castel­lo, tut­ta­via non pen­sa di diven­ta­re prin­ci­pes­sa, ma guar­da tre don­ne da cui par­te un paral­le­lo con le don­ne di Gar­cía». Le ripor­ta tra­mi­te «un imma­gi­na­rio fem­mi­ni­le e fem­mi­ni­sta».

L’autrice spiega che le donne di cui parla erano viste da lei come guide perché avevano ciò che le mancava: una voce. 

Anche le don­ne del­la casa­ta del­la Ghe­rar­de­sca, innal­za­te da tut­ti come prin­ci­pes­se nobi­li, era­no sem­pre iso­la­te dal­la popo­la­zio­ne, sog­get­ti silen­zio­si, fan­ta­sma, cui non vole­va più sen­tir­si simile. 

Dopo esse­re diven­ta­ta «una per­so­na che fa rumo­re», ha volu­to par­la­re dei suoi model­li for­ma­ti­vi. Car­lot­ta smon­ta la gran­de mito­lo­gia dei Buen­día, la fami­glia cele­bre di Cent’anni di soli­tu­di­ne, resti­tuen­do la voce del­le don­ne del­la fami­glia al posto che ripor­ta­re la soli­ta mito­lo­gia dell’uomo. L’autrice ha sapu­to ren­de­re Casta­gne­to Car­duc­ci, il suo pae­se del cuo­re, un luo­go mito­lo­gi­co quan­to più simi­le a Macon­do. Come il fit­ti­zio pae­se di Cent’anni di soli­tu­di­ne, anche que­sto è cir­con­da­to da un’impervia natu­ra che lo iso­la dal resto del mondo. 

Nel caso di Casta­gne­to Car­duc­ci si trat­ta di una pine­ta, in cui tra l’altro si nascon­do­no colo­ro che voglio­no com­pie­re ille­ci­ti più dal pun­to di vista mora­le che non lega­le. È qui infat­ti che una fur­ba sex wor­ker si nascon­de­va con una rou­lot­te in cui por­ta­va gli aman­ti nei pae­si limi­tro­fi o che si voci­fe­ra avven­ga­no “mes­se nere”. Lo stes­so nome del pae­se si pre­sta a rac­con­ti mito­ma­ni: deri­va infat­ti da Car­duc­ci, che vi ave­va pas­sa­to solo i pri­mi anni dell’infanzia, come a voler dire «l’abbiamo avu­to pri­ma noi». 

Tra le don­ne che influen­za­no Vagno­li e si pre­sta­no a paral­le­li­smi con il rea­li­smo magi­co vi è la non­na: una don­na mol­to bel­la che ha spo­sa­to un uomo gelo­so e possessivo. 

Vittima di gelosia cieca, veniva chiusa in casa e aveva soldi contati per messa e spesa. Viene paragonata a Remedios la bella, cui non restava che prendersi il suo tempo nella vasca da bagno. 

Il vero pun­to for­te del roman­zo è che scar­di­na la dia­de san­ta-put­ta­na, che «non è mai sta­ta vera». Le don­ne Buen­dìa inse­gna­no che ci sono “con­te­ni­to­ri fun­zio­na­li” con una capien­za poten­zial­men­te infi­ni­ta, oltre i giu­di­zi mono­li­ti­ci. Tut­to ciò che è appan­nag­gio del­le put­ta­ne, per gli uomi­ni è con­si­de­ra­to fighis­si­mo. Se si leva­no que­sti giu­di­zi mora­li si otten­go­no per­so­nag­gi a tut­to ton­do come le don­ne Buen­dìa, che van­no oltre per­ché que­sti ste­reo­ti­pi non esi­sto­no. Le cri­ti­che le ave­va­no chia­ma­te vizia­te, ma non lo sono. Nei roman­zi di Mar­quez, infat­ti, gli uni­ci per­so­nag­gi che crea­no moto­re sono le don­ne: anche quan­do sem­bra che non abbia­no vita oltre al guar­dar­si allo spec­chio, in real­tà cam­bia­no le cose. 

Tut­to ciò dimo­stra come abbia­mo sem­pre dato poco spa­zio alle don­ne: dar­lo e pren­der­lo è agi­re poli­ti­ca­men­te, le Buen­dìa pren­do­no spa­zio e agen­do in esso fan­no del­la loro vita quo­ti­dia­na poli­ti­ca. Que­sta – dice Vagno­li – è la vita di tut­te le per­so­ne mar­gi­na­liz­za­te: il loro solo esi­ste­re è poli­ti­co. Sono con­dan­na­ti a non ave­re rap­pre­sen­ta­zio­ne, «che è un po’ esse­re con­dan­na­ti a Cent’anni di solitudine». 

Con­di­vi­di:
Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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