Fake news e postmodernità, istruzioni per l’uso

Fake news e postmodernità, istruzioni per l’uso

Se una not­te d’inverno un viag­gia­to­re, fuo­ri dall’abitato di Mal­bork con un gior­na­le sot­to­brac­cio, guar­da in bas­so dove l’inchiostro si adden­sa, in una rete di tito­li che s’intersecano, in una rete di edi­to­ria­li che si allac­cia­no… Qua­le sto­ria lag­giù atten­de la fine? Sareb­be bel­lo poter­lo chie­de­re a Ita­lo Cal­vi­no, già che gli si è fat­to il verso. 

Nel 1979 usci­va un suo roman­zo che può esse­re con­si­de­ra­to una del­le pie­tre ango­la­ri del post­mo­der­no let­te­ra­rio ita­lia­no: la linea­ri­tà del­la tra­ma è distur­ba­ta da inter­ru­zio­ni con­ti­nue, gli inci­pit si mol­ti­pli­ca­no, non c’è con­clu­sio­ne defi­ni­ti­va se non il diso­rien­ta­men­to. Il libro tra­su­da un sen­so di inde­ter­mi­na­tez­za che è quel­lo del­la con­di­zio­ne post­mo­der­na: sbia­di­sco­no le nozio­ni di vero e ogget­ti­vi­tà, il rea­le vie­ne deco­strui­to e sosti­tui­to con le sue inter­pre­ta­zio­ni – il pen­sie­ro è debo­le, per dir­la con Vat­ti­mo. Ognu­no, di veri­tà, can­ta la propria. 

Un pantano di incertezza perenne in cui oggi si ritrova chiunque voglia informarsi sul mondo. 

La sel­va di fat­ti, noti­zie e fake news è una fore­sta di Bro­cé­lian­de in cui sia­mo tut­ti cava­lie­ri erran­ti, nel dop­pio sen­so del ter­mi­ne: giron­zo­lia­mo in pena come le ani­me dei dan­na­ti, sba­glia­mo di con­ti­nuo. Mani­po­la­te da sub­do­li inge­gne­ri del caos, le noti­zie gene­ti­ca­men­te modi­fi­ca­te han­no impa­ra­to a mime­tiz­zar­si con la veri­tà. Apri Goo­gle Chro­me e sei in un rac­con­to di Bor­ges: nel giar­di­no dei sen­tie­ri che si bifor­ca­no, real­tà e fin­zio­ne insie­me, è impos­si­bi­le non inciam­pa­re nei rovi di bol­let­ti­ni fasul­li che pro­li­fe­ra­no incon­trol­la­ti. Esi­ste­rà mai una via di uscita?

Que­sta doman­da è alla base di un libric­ci­no del pro­fes­sor Car­pe­gna Fal­co­nie­ri, usci­to nel 2020 col tito­lo Nel labi­rin­to del pas­sa­to. 10 modi di riscri­ve­re la sto­ria. A ren­de­re la let­tu­ra parec­chio inte­res­san­te è pro­prio la sua pub­bli­ca­zio­ne recen­te: tra le bufa­le com­pa­io­no anche alcu­ne per­le dell’info­de­mia, neo­lo­gi­smo conia­to dall’Oms per defi­ni­re l’ondata di assur­di­tà media­ti­che che han­no accom­pa­gna­to l’ultima pesti­len­za. Tan­to per capir­si: la fac­cen­da dei leo­ni sguin­za­glia­ti in Rus­sia per tene­re la gen­te tap­pa­ta in casa. 

Esistono circostanze più propense di altre alla menzogna. La guerra, ad esempio, è da sempre una fucina di propaganda e ciarlatani. 

Per giu­sti­fi­ca­re l’attacco ame­ri­ca­no a Sad­dam si mise in giro la voce che l’Iraq ave­va in ser­bo armi di distru­zio­ne di mas­sa. Qual­che decen­nio pri­ma, le trin­cee del­la Gran­de guer­ra si era­no tra­sfor­ma­te in un depo­si­to abnor­me di sto­ria cul­tu­ra­le del­la fan­ta­sia, tra epi­so­di para­nor­ma­li intra­vi­sti ovun­que e leg­gen­de ino­cu­la­te alle trup­pe a mo’ di inco­rag­gia­men­to o per disu­ma­niz­za­re i nemi­ci. Nel 1914 la tro­va­ta di un gior­na­li­sta bri­tan­ni­co diven­ne il mito degli Ange­li di Mons: un eser­ci­to di spet­tri arma­ti, gui­da­to nien­te di meno che da san Gior­gio, avreb­be per­mes­so ai sol­da­ti del­la Bri­tish Expe­di­tio­na­ry For­ce una riti­ra­ta for­tui­ta. Dall’altro lato, era risa­pu­to che i san­gui­na­ri sol­da­ti tede­schi taglias­se­ro le mani a tut­ti i prigionieri. 

I tota­li­ta­ri­smi nove­cen­te­schi avreb­be­ro rin­ca­ra­to la dose. Basti ricor­da­re che duran­te la guer­ra in Etio­pia lo stes­so gene­ra­le De Bono fece nota­re al Duce i rischi del­le fan­do­nie che dava ordi­ne di stam­pa­re: se si pote­va star tran­quil­li sul­lo scar­so acu­me dei tes­se­ra­ti, pare­va comun­que trop­po scri­ve­re di una stra­da costrui­ta in una sola not­te dai mili­ta­ri, per di più men­tre infu­ria­va la bat­ta­glia cogli africani. 

Esistono pure epoche più inclini all’inganno rispetto ad altre. 

Il medioe­vo, di fal­si, è pie­no: per­ga­me­ne taroc­ca­te per far com­pa­ri­re un pri­vi­le­gio uti­le al signo­rot­to di tur­no, reli­quie fin­te come la piu­ma e i car­bo­ni che il fur­ba­stro Fra­te Cipol­la sven­to­la ai fede­li nel­la novel­la di Boc­cac­cio. C’è un capo­la­vo­ro di Marc Bloch che si inti­to­la I re tau­ma­tur­ghi. È lo stu­dio di una cre­den­za: quel­la che sua mae­stà, col solo toc­co del­la mano, potes­se gua­ri­re le scro­fo­le, altri­men­ti note come ade­ni­te tubercolare. 

Pen­sa­ta come sot­ti­le stru­men­to di legit­ti­ma­zio­ne dina­sti­ca, la fac­cen­da si rami­fi­cò ben oltre gli inten­ti dei re Cape­tin­gi. Sor­se­ro varian­ti e imi­ta­zio­ni del rito tra unzio­ni solen­ni, file di pazien­ti fuo­ri dal palaz­zo, dispu­te eccle­sia­sti­che sul­la fasti­dio­sa sacra­li­tà del monar­ca. Per non far­si man­ca­re nul­la, ini­zia­ro­no anche i pel­le­gri­nag­gi con tan­to di gad­get sul­la tom­ba di San Mar­col­fo, miste­rio­so e pio tera­peu­ta, alle­sti­ti da mona­ci con un fiu­to per il busi­ness che fareb­be invi­dia a Elon Musk. Il pun­to è che ci si cre­de­va sul serio. Quel che col­pi­sce, infat­ti, è la soprav­vi­ven­za del­la super­sti­zione nei seco­li a veni­re: per quan­to piac­cia dire che in età moder­na i re era d’uso deca­pi­tar­li, va ricor­da­to che in mol­ti intin­ge­va­no anco­ra il faz­zo­let­to nel san­gue blu rima­sto sul­la ghi­gliot­ti­na, caso­mai spun­tas­se qual­che acciac­co da guarire. 

Il pen­sie­ro magi­co è tutt’altro che sepol­to dal­le stra­ti­fi­ca­zio­ni del pas­sa­to. Teo­rie com­plot­ti­ste, intru­gli di fake news, fino alle più impro­ba­bi­li pozio­ni del ter­ra­piat­ti­smo: oggi ci si beve di tut­to, e maga­ri sen­ten­do­si pure una set­ta illu­mi­na­ta, inve­sti­ta del­la mis­sio­ne di risve­glia­re l’umanità dor­mien­te dal suo letar­go dog­ma­ti­co. Il pen­sie­ro magi­co si insi­nua nel­le cor­re­la­zio­ni che diven­ta­no subi­to nes­si cau­sa-effet­to, nei discor­si che pro­ce­do­no per ana­lo­gia con­den­san­do con­cet­ti lon­ta­ni in accop­pia­men­ti ben poco giu­di­zio­si. L’analogia come cam­po magne­ti­co per annul­la­re le distan­ze tra le cose: sem­bra­no un po’ le tavo­le paro­li­be­re dei futu­ri­sti. Il tut­to con una velo­ci­tà tale che for­se, a voler tro­va­re un rime­dio, va riva­lu­ta­ta la far­ra­gi­no­si­tà del ragio­na­men­to analitico.

Quello in cui viviamo è un periodo di post-verità più intenso di altri. Non che il vero sia mai andato troppo di moda: solo, i mezzi di comunicazione di cui disponiamo lo rendono alterabile come non mai. 

Il digi­ta­le è un humus per­fet­to per i fal­sa­ri del­la paro­la, che a buon dirit­to Dan­te spe­di­va a lagnar­si nel­le bol­ge infer­na­li, con le sem­bian­ze sfi­gu­ra­te da un feb­bro­ne tre­men­do. Oggi pos­sia­mo solo augu­rar­ci che ven­ga­no radia­ti dall’ordine dei gior­na­li­sti, o che sfo­ghi­no la loro fre­go­la inven­ti­va su lidi che non sia­no quel­lo pub­bli­co di Twit­ter. Nell’impossibilità di eli­mi­nar­li, sarà il caso di pro­cu­rar­ci un’armatura per adden­trar­si nel fit­to del­la bosca­glia infor­ma­ti­va, e una dur­lin­da­na per reci­de­re le erbac­ce che la infe­sta­no: tor­nan­do ai sug­ge­ri­men­ti del pro­fes­sor Car­pe­gna Fal­co­nie­ri, il meto­do sto­ri­co.

Del­la sto­ria si pen­sa spes­so sia enci­clo­pe­di­smo da eru­di­ti – “tu che sei col­to, com’è che era fini­ta quel­la bat­ta­glia là ai Cam­pi di Cro­co?”. Non è pro­prio così. Un po’ per­ché gli spa­zi di archi­vio mne­mo­ni­ci son quel­lo che sono, e lo sci­bi­le tal­men­te abnor­me nel­le sue poten­zia­li­tà che ci si sen­te sem­pre igno­ran­ti. Altro che poz­zi di scien­za aned­do­ti­ca. Un po’ per­ché sto­ria non è tan­to sape­re tut­ti i fat­ti, quan­to sape­re dove e come tro­var­li: puli­re il noc­cio­lo ogget­ti­vo dal­la pol­pa del­le opi­nio­ni, smon­ta­re l’artificio del­la fon­te. Doman­dar­si se è auten­ti­ca o no, ricor­dan­do che anche un fal­so può rive­la­re lo Zeit­gei­st di un’epoca, lo spi­ri­to dei tempi. 

L’indagine sulle fonti, che è poi il mestiere di storico, insegna a cercare con un’umiltà estranea al positivismo. A dubitare, verificare, confutare. 

Un esem­pio pra­ti­co per gli inter­nau­ti del web: vedo una noti­zia onli­ne e esplo­ro il sito da cui l’ho pesca­ta – chi lo scri­ve? Cita altre fon­ti? C’è una data da qual­che par­te che la ren­da più affi­da­bi­le? Ammet­ten­do che tiri aria di pan­za­ne, sia­mo sicu­ri di non esse­re capi­ta­ti su una pagi­na di sati­ra? O for­se abbia­mo noi qual­che pre­giu­di­zio che ci ren­de meno impar­zia­li nel­la lettura? 

Non sarà la garan­zia di usci­ta dal gine­pra­io, ma di sicu­ro una bus­so­la su cui fare sem­pre affi­da­men­to. Insom­ma, la sto­ria come baga­glio di cri­ti­ca per acco­star­si alle noti­zie che ci bom­bar­da­no, sen­za sen­tir­si sopraf­fat­ti e impi­gri­ti nell’esercizio del nostro dirit­to all’informazione. Sen­za dire a prio­ri che è tut­to un frac­co di bal­le. E, tut­ta­via, pren­der­le con le pinze. 

Con­di­vi­di:
Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.