Del: 29 Maggio 2022 Di: Redazione Commenti: 0
ARMI CHE SONO SOLO ARMI

La stessa cosa. Lo stesso aggeggio. Lo stesso materiale, struttura, figura, geometria. Sono effettivamente la stessa cosa, eppure, l’una è buona, l’altra è cattiva. L’una è bianco e l’altra è nero. L’una attacca e l’altra salva, protegge.

Tuttavia, l’una uccide e l’altra pure.

Sono le armi, categoria generica poi suddivisa nei sottogruppi subdoli di “armi da difesa” e “armi da attacco”. Negli ultimi mesi abbiamo ascoltato innumerevoli proclami di richiesta di “armi da difesa”, “armi per difendere”, “armi per proteggere”, armi, armi e ancora armi. L’unica soluzione che sappiamo trovare. La risposta alla violenza, sempre la violenza, esattamente la stessa violenza, con una sola differenza, l’essere una “risposta”. Il problema è che nella guerra è difficile distinguere i buoni e i cattivi, perché nessun uomo buono farebbe la guerra. La verità è che è difficile accostare l’aggettivo “buono” a qualsiasi essere umano che rimane sempre preda di almeno un istinto: quello di sopravvivenza, stringato alla sua natura biologica, è una necessità arcaica. La questione è, dunque, se questa reminiscenza animalesca possa giustificare una risposta armata, uccidere per salvare.

È problematico il fatto che non ci sia altra soluzione. È problematico dover chiedere aiuti “militari” e non “diplomatici”. È problematico che questa sia l’unico espediente che viene richiesto. Ed è ancora più problematico il fatto che la risposta sia spesso affermativa.

A proposito della guerra di oggi: il presidente degli Stati Uniti è stato uno dei primi a rispondere agli appelli di Zelensky. Ad aprile, proprio il presidente ucraino, in un messaggio pubblico divulgato sui media disse: «Mosca sta cambiando strategia, e per continuare a difendere il mondo dall’aggressione russa, l’Ucraina ha bisogno di armi specifiche, la libertà dovrebbe essere armata meglio della tirannia. I Paesi occidentali hanno tutto il necessario per far sì che questo accada». E J. Biden ha prontamente risposto, promettendo di continuare a rifornire l’Ucraina di armi per difendersi dal controllo russo. Missili Javelin, obici da 155 mm, fucili Barret, droni switchblade, veicoli Humvee, lanciagranate, radar controfuoco, l’elenco è lungo e i nomi sono minacciosi.

E questo stesso elenco, con certo qualche cambio di nomenclatura, un numero diverso di bossoli e cartucce, colori e design leggermente differenti, potrebbe essere fatto per le armate russe. Quale differenza? Funzionano esattamente nello stesso modo, sono entrambe progettate per uccidere, feriscono, lacerano, forano, distruggono e mille altre atrocità. E lo fanno entrambe. Gialle e azzurre ci piacciono, rosse, blu e bianche sono riprovevoli.

Certo, restano due differenze fondamentali. Il “tempo” in cui sono state imbracciate: le armi russe sono “d’attacco” perché hanno dato inizio a una situazione conflittuale, come “l’attacco” musicale inizia una sinfonia, da cui poi deriva uno srotolarsi potenzialmente infinito di note. La Russia ha attaccato l’Ucraina, ha per prima utilizzato delle armi. E la “ragione”: le armi ucraine seguono una ratio difensiva, non ci sarebbero proiettili bruciati se non fosse stata indotta da un’azione offensiva incontrollata

Due motivazioni che devono spiegare troppe vittime. È insoddisfacente. È troppo facile. È una difesa che ha gli stessi connotati di un attacco, lo stesso attacco che condanniamo e rimproveriamo e demonizziamo. Sulla base dei suoi contenuti, del suo potenziale omicida e della sua atrocità.

Proprio in questi giorni questi appelli hanno subito una svolta: il Presidente ucraino chiede armi a lungo raggio, armi capaci di sconfinare sul suolo russo e potenzialmente ampliare i confini di questa guerra. Le giustifica ritenendole necessarie al fine di arrestare l’avanzata del Cremlino nei territori del Donbass. A questa chiamata, ancora una volta, rispondono gli americani, assicurando la loro disponibilità a fornire i famigerati missili MLRS e M142.

Sono le possibili conseguenze di questa fornitura a rallentare la decisione USA: la reazione russa è temibile e provocherebbe un’escalation del conflitto. Il contrattacco sarebbe brutale, le vittime innumerevoli e le mani sporche di sangue sarebbero quelle di tutto il mondo: fornitori, alleati, combattenti e nemici. È difficile e controverso spiegare la necessità di “armare” sempre più pesantemente al fine di continuare una guerra. È la logica del maggiore sarà il sacrificio, più grande sarà il bene che ne deriva e più stabile la pace che si crea, brutale, arcaica e inaccettabile: rende la guerra non più un’extrema ratio ma uno strumento necessario all’istaurarsi della pace.

La libertà non deve essere armata. La libertà non si ottiene con il sangue. Ogni libertà così ottenuta sarà sempre vacillante, pronta ad essere annacquata da stragi peggiori, uomini più potenti, ambizioni più grandi.

La libertà, quella vera, non può e non deve sorgere dalla morte.

Gli eroi mitologici che sacrificavano il proprio corpo e quello di migliaia di altre persone, facendo della guerra il trionfo di una vita, appartengono a un tempo trapassato, oggi si hanno strumenti diversi.

In fondo, però, sono parole inutili, ipocrite: di fronte a un nemico accanito, determinato a combattere, sterminare e distruggere, non resta altra soluzione all’insistenza delle bombe e ai cingolati dei carri armati che una resistenza. E forse questo è il discrimine più importante: finchè le armi da difesa restano, appunto, meramente difensive, in situazioni oggettivamente non diversamente risolvibili, finchè sono mera resistenza, forse possiamo evitare di condannarle o quantomeno, possiamo giustificarle. Quando, però, tali armi si trasformano in armi d’attacco, si risolvono in sconfinamenti, in una battaglia non di resistenza ma di imposizione, allora non v’è differenza; e se proprio tali armi sono fornite da stati terzi, allora si rende necessaria una valutazione sul loro coinvolgimento.

La guerra, insomma, si risolve, in un circolo vizioso e l’unico modo per sconfiggerla è immaginarci di estinguerla. Immaginarci, perché oggi, 29 giugno 2022, la Terra è piena di guerre. È piena di umani che combattono umani, prima che di stati che combattono stati. La diplomazia è ancora sussidiaria e rimane – purtroppo – un’aspirazione l’idea di poter risolvere un conflitto esclusivamente con questo strumento.

Articolo di Giulia Perelli

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