Intervista agli Ojne, importante band screamo italiana

Intervista agli Ojne, band screamo del momento

Gli Ojne sono una del­le mag­gio­ri band screa­mo ita­lia­ne: il loro disco che li ha por­ta­ti alla ribal­ta, Pri­ma che tut­to bru­ci, riscuo­te anco­ra gran­di con­sen­si e lo si vede dall’affluenza ai loro live. Il loro sti­le par­ti­co­la­re, come ci ver­rà spie­ga­to, attin­ge da diver­si oriz­zon­ti e cer­ca di esse­re il più acces­si­bi­le pos­si­bi­le, for­se que­sto spie­ga il fasci­no che que­sta band rie­sce ad eser­ci­ta­re. Abbia­mo deci­so così di incon­trar­li nei chio­stri del­l’u­ni­ver­si­tà per fare due chiac­chie­re sul­la loro musica. 

L’intervista è sta­ta edi­ta­ta per moti­vi di bre­vi­tà e chiarezza. 


Come pre­sen­te­re­ste il vostro pro­get­to a Vulcano?

Jaco­po: È dif­fi­ci­le visto che abbia­mo cam­bia­to for­ma­zio­ne. Nel 2010 ci com­po­nia­mo uffi­cial­men­te con Jaco­po bat­te­ri­sta, Jaco­po Caba­gno­li il vec­chio can­tan­te e Axel, il vec­chio bas­si­sta, poi arri­va­no altri due chi­tar­ri­sti: Ales­san­dro (che suo­na anco­ra con noi) e Gabrie­le, nel 2016 arri­va l’at­tua­le can­tan­te Gian­lu­ca e bas­si­sta Mario. Il 23 mag­gio 2012 il pri­mo live a Tori­no con i Raein. 

Il nome del­l’ep deri­va dal fat­to che quel­le can­zo­ni ven­ne­ro fat­te nel 2011 e 2012. Abbia­mo smes­so di suo­na­re poi nel 2012, nel­l’a­pri­le 2013 abbia­mo ripre­so a fare con­cer­ti e così poi esce uffi­cial­men­te la pri­ma can­zo­ne (Gla­sgow) e il pri­mo ep Undi­ci dodi­ci. Lo regi­stram­mo in 5 ma uscì che era­va­mo in 4, fu un casi­no da mixa­re, era regi­stra­to mol­to male ma dopo un bel po’ di mesi ven­ne pub­bli­ca­to. Sem­pre nel 2014 il pri­mo con­cer­to fuo­ri Ita­lia: a Ber­li­no. Era­va­mo mol­to fomen­ta­ti in quel perio­do, veni­va­mo dal nul­la e comin­cia­va­mo ad anda­re in giro, face­va­mo con­cer­ti e ci com­pra­va­no i CD. Era un perio­do di revi­val del­l’e­mo italiano.

Qua­li sono le vostre influenze?

Gian­lu­ca: io mi sono approc­cia­to alla musi­ca urla­ta coi Lamb of God e il dea­th­co­re. All’i­ni­zio face­vo har­d­co­re tipo i Come­back Kid; poi ho ini­zia­to ad apprez­za­re que­sto gene­re con i La Dispu­te, sen­ten­do­li ho pen­sa­to che fos­se figo che ci fos­se uno che fri­gna­va sugli arpeg­gi e sta­vo ini­zian­do a stan­car­mi del metal, per­ché cer­ca­vo qual­co­sa di più ricer­ca­to. Altri grup­pi che apprez­zo su quel­lo sti­le sono i Tou­che Amo­ré che sono i miei pre­fe­ri­ti del gene­re e gli Envy.

Mario: io ho sco­per­to lo screa­mo con gli stes­si Ojne. Al tem­po ascol­ta­vo da un lato robe come il metal­co­re o il djent, e da un altro lato ascol­ta­vo roba come i La Dispu­te e il post-rock.

Gian­lu­ca: il chi­tar­ri­sta, Ales­san­dro, ascol­ta poco screa­mo inve­ce, apprez­za solo i Raein. Apprez­za inve­ce tan­ta roba anni 80: ascol­ta dar­k­wa­ve e post punk come i Bau­haus o i The cure, e difat­ti si sen­te da cer­te sono­ri­tà mol­to più acces­si­bi­li, difat­ti negli Ojne si pun­ta tan­to nel­le melo­die rispet­to all’­har­d­co­re più cao­ti­co, gra­zie alla unio­ne dei nostri gusti mol­to diver­si. Ci pia­ce il can­ta­to estre­mo del­l’­har­d­co­re, ma ci pia­ce anche fare una voce com­pren­si­bi­le e puli­ta, gli altri grup­pi voglio­no fare suo­ni caco­fo­ni­ci, noi voglia­mo fare la musi­ca che di soli­to dà fasti­dio e far­la più “pop”. Non biso­gna aver pau­ra di fare musi­ca più “ascol­ta­bi­le e commerciale”.

Jaco­po: l’in­fluen­za prin­ci­pa­le non era pro­prio screa­mo ma più sul post-har­d­co­re come appun­to i La Dispu­te, vole­va­mo distin­guer­ci dal­le altre band.

Gian­lu­ca: noi pren­dia­mo mol­ta ispi­ra­zio­ne da altri grup­pi e da altri gene­ri, il nostro chi­tar­ri­sta per esem­pio ha pre­so gli accor­di di My immor­tal degli Eva­ne­scen­ce per fare nel miglio­re dei modi pos­si­bi­li e ci abbia­mo fat­to un pez­zo screa­mo, men­tre Ales­san­dro dis­se che vole­va copia­re un pez­zo da Tay­lor Swift.

Da dove nasco­no le figu­re reto­ri­che (es. col­tel­lo, ragna­te­la, for­bi­ci, oro­lo­gio) pre­sen­ti nel vostro album?

La pri­ma trac­cia del­l’al­bum Pri­ma che tut­to bruci 

Jaco­po: Ini­zial­men­te ci ispi­ra­va­mo a Le cit­tà invi­si­bi­li di Cal­vi­no, non ci riu­scim­mo. Così poi pen­sai alcu­ne cose, come il col­tel­lo e riu­scii a scri­ve­re le pri­me can­zo­ni (es Tre­di­ci), pen­sai che sareb­be figo se ini­zias­se con que­sta fra­se sul col­tel­lo (ho un col­tel­lo nel­la tasca sini­stra), così imma­gi­nai cosa fare con que­sto col­tel­lo e nac­que il con­cept. Il filo comu­ne è comun­que la vio­len­za e la cre­sci­ta per­so­na­le nel sen­so di affron­ta­re la fine del­l’a­do­le­scen­za che sta finen­do. Can­tan­te Tre­di­ci per esem­pio rap­pre­sen­ta il supe­ra­men­to dell’adolescenza, la post ado­le­scen­za, quan­do a 19/20 anni si diven­ta adul­ti, un nuo­vo capi­to­lo, auto­ci­tan­do­si (Tre­di­ci come il segui­to dell’ep  11 12).

Bat­te­ri­sta: In Tre­di­ci si par­la anche di un vuo­to di disa­gio che si pro­va nel­lo sta­re inca­stra­to nel­la pro­pria com­fort zone, anche una cer­ta ambi­gui­tà in que­sto. Inve­ce dal­l’al­tra par­te del mare è come un post scrip­tum dal pun­to di vista del pro­ta­go­ni­sta dell’album, come una let­te­ra scrit­ta dal tu al qua­le si rife­ri­sce l’album. Tra le prin­ci­pa­li ispi­ra­zio­ne c’è Sto­ria di un impie­ga­to di De Andrè, qui si par­la del­la vio­len­za di qual­cu­no che vuo­le usci­re dal­la sua rou­ti­ne ma c’è anche una sua lei che par­la di lui. 

Gian­lu­ca: Io devo can­ta­re dei testi che non sono miei, quin­di li inter­pre­to sem­pre e per­so­nal­men­te, que­sto mi por­ta ad ave­re un’interpretazione diver­sa da loro. La loro inter­pre­ta­zio­ne è sem­pre aper­ta, ci pia­ce par­lar­ne tra di noi, non sono paro­le a caso. Il fat­to che c’è una sto­ria die­tro mi aiu­ta a ricor­dar­li, la con­ti­nua inter­pre­ta­zio­ne non mi fa stu­fa­re di can­tar­li. Que­sto grup­po ci sta sem­pre gra­zie a que­sto mood che si è crea­to tra di noi.

Ci potre­ste spie­ga­re il signi­fi­ca­to del­la coper­ti­na di Pri­ma che tut­to bru­ci?

Mario: La coper­ti­na è una cosa che ho tro­va­to a casa mia fat­ta da mio padre, pen­sa­vo che ci stes­se mol­to bene. È ispi­ra­ta alla ban­die­ra dell’Iran pri­ma degli anni 60, il leo­ne che si vede è il sim­bo­lo del­la Per­sia; mi pia­ce­va per­ché l’avevo vista e mi sem­bra­va la rap­pre­sen­ta­zio­ne gra­fi­ca di ciò che rac­con­ta­va­mo per il leo­ne con la spa­da e orien­ta­liz­zan­te ed era il perio­do degli atten­ta­ti e dell’Isis e la vio­len­za che inten­de­va­mo pote­va anche esse­re quel­la e spo­sta­va il pro­ta­go­ni­sta dell’album ver­so orien­te. Il disco par­la anche del­la vio­len­za come per dire che se anche non voglio esse­re vio­len­to sono costret­to ad esser­lo. Sull’altro lato del fiu­me è il cen­tro dell’album e si col­le­ga col discor­so del perio­do, la can­zo­ne par­la del fat­to che il pro­ta­go­ni­sta è arrab­bia­to e vuo­le ven­di­car­si nei con­fron­ti di qual­cu­no ma se io fos­si lato dal­l’al­tro lato del fiu­me può esse­re la stes­sa vio­len­za di un ter­ro­ri­sta, il mi fa pau­ra pen­sa­re trop­po può esse­re quel­lo ave­re pau­ra di sco­pri­re cosa potrei fare se mi tro­vas­si dal lato del fiume

Come sono i rap­por­ti con le altre band del­la sce­na screa­mo italiana?

Mario: È mol­to buo­no, c’è tan­to tan­to sup­por­to. Ci sono tan­te per­so­ne che si fan­no pro­ble­mi a scri­ver­ci o par­la­re con noi, maga­ri per­ché pen­sa­no che non ci inte­res­sa, però a noi fa solo mol­to pia­ce­re, anche per­ché così sco­pria­mo cose nuo­ve anche noi. A Mila­no ulti­ma­men­te c’è tan­to sup­por­to e per­so­ne inte­res­sa­te a nuo­vi pro­get­ti, da dopo la ria­per­tu­ra io ho sen­ti­to che c’è tan­ta voglia di fare e suo­na­re. Mol­ti posti han­no chiu­so per la pan­de­mia, le cose che son rima­ste sono para­dos­sal­men­te le più pic­co­le, cen­tri socia­li e band che han­no mol­ta voglia di fare. A noi pia­ce rima­ne­re Indi­pen­den­ti e far par­te di que­sto mondo. 

Gian­lu­ca: Esat­ta­men­te, a noi pia­ce chiac­chie­ra­re e cono­sce­re nuo­ve band, anche più pic­co­le ci fa solo pia­ce­re. Quan­do ci ser­vi­va un bas­si­sta, per esem­pio, non ci sia­mo fat­ti pro­ble­mi a con­tat­ta­re quel­lo dei Radu­ra, nono­stan­te fos­se una band gio­va­ne di ragaz­zi gio­va­ni, ci inte­res­sa que­sto per­ché ci pia­ce par­ti­co­lar­men­te l’entusiasmo dei ragaz­zi gio­va­ni, sia che suo­ni­no sia che sia­no il pub­bli­co. Non ci è mai pia­ciu­to un cer­to non­ni­smo che c’era quan­do io ero un gio­va­ne musi­ci­sta, in cui le band dei più gran­di ti trat­ta­no come se doves­si solo impa­ra­re. Io sono mol­to esti­ma­to­re di chi fa cose per il nostro grup­po, per esem­pio far­si km per veni­re ad ascol­ta­re o cose così, quan­do poi ci fan­no com­pli­men­ti mi fan­no capi­re che quel­lo che stia­mo facen­do pia­ce veramente.

Mario: Sem­pre cer­chia­mo di far sen­ti­re a pro­prio agio chi ci vuo­le par­la­re, rac­con­ta­re di quan­do ha ascol­ta­to il nostro disco, cosa ha pro­va­to. Que­sto ci aiu­ta vera­men­te tan­to, pen­si che que­ste cose piac­cio­no vera­men­te ai ragaz­zi. Nes­su­no di noi ha il pen­sie­ro di fare i sol­di con que­sto grup­po, lo fac­cia­mo per­ché ci pia­ce far­lo, per­ché sia­mo ragaz­zi a cui fa pia­ce­re con­di­vi­de­re la musi­ca, suo­nia­mo per gli altri nel sen­so che se ti pia­ce quel­lo che fac­cia­mo allo­ra suo­nia­mo. In que­sto modo le dina­mi­che del grup­po è più dif­fi­ci­le che si logo­ri­no, inol­tre se si pen­sa solo a fare i sol­di si sta mol­to male se un con­cer­to non va. Così nel rap­por­to con i grup­pi cer­chia­mo di voler­ci bene, sono ine­vi­ta­bi­li alcu­ni scre­zi ma è bel­lo legar­si in modo ami­che­vo­le. Nel nostro caso non pren­de­re trop­po seria­men­te la cosa è il moti­vo del nostro anda­re avan­ti insieme.

Voi che ave­te fat­to live anche all’e­ste­ro, che dif­fe­ren­ze nota­te rispet­to all’italia?

Mario: È un po’ stra­no, non c’è un meglio o un peg­gio, ci sono Festi­val all’e­ste­ro in cui vie­ne tan­tis­si­ma gen­te anche se non ti cono­sco­no, all’estero ci han­no det­to che nes­su­no fa casi­no come gli ita­lia­ni. Però c’è anche quel gusto nel pen­sa­re che si sta suo­nan­do all’estero.

Gian­lu­ca: Noi abbia­mo suo­na­to mol­to all’e­ste­ro anche se ulti­ma­men­te di meno, spes­so all’e­ste­ro ci sono gran­di even­ti con mol­tis­si­me per­so­ne, però con la pan­de­mia abbia­mo risco­per­to l’Italia e ne sia­mo rima­sti mol­to sor­pre­si, abbia­mo fat­to con­cer­ti con mol­ta gen­te e che sape­va i nostri testi a memo­ria, che li can­ta­va con noi. Spes­so si fa un ragio­na­men­to, che anche io ho fat­to, in cui si snob­ba il posto in cui si vive, ma poi è bel­lis­si­mo suo­na­re in casa con la gen­te che ti cono­sce, che sa chi sei.

Mario: Dicia­mo che in Ita­lia c’è un po’ un pro­ble­ma di sot­to­cul­tu­re, in cui dove si suo­na un gene­re ci va gen­te che ascol­ta quel gene­re. All’e­ste­ro ho nota­to che ai con­cer­ti veni­va gen­te che non cono­sce­va que­sto mon­do, ma veni­va per vede­re qual­cu­no suo­na­re in gene­ra­le. In Ita­lia si fa più nicchia.

Gian­lu­ca: Però in Ita­lia quan­do un grup­po è ama­to lo è in manie­ra esa­ge­ra­ta, i fan di un grup­po si rico­no­sco­no imme­dia­ta­men­te appe­na il grup­po suo­na, in bloc­co can­ta­no i loro pez­zi. Però quan­do non cono­sco­no il grup­po stan­no fer­mi, inve­ce all’e­ste­ro fan­no casi­no con tut­ti, però per for­za di cose non cono­sco­no così bene chi sei. Dicia­mo che se in Ger­ma­nia la gen­te va a tut­ti i con­cer­ti, in Ita­lia tut­ta la gen­te va a pochi con­cer­ti ma a quel­la sera­ta si vedo­no cose che all’estero pro­prio no.

Jaco­po: Io inve­ce dico che men­tre si suo­na meglio in Ita­lia, per quel­lo che c’è in tota­le meglio este­ro per­ché si sta in tour, si vedo­no posti nuo­vi, gen­te nuo­va, si viag­gia cono­scen­do per­so­ne mai viste, è un’esperienza che quan­do tor­ni ti sen­ti un po’ cam­bia­to. All’e­ste­ro poi ti sor­pren­di sem­pre quan­do vedi gen­te che è venu­ta a sen­tir­ti, maga­ri in Ita­lia ti sor­pren­di di meno ecco.

Ave­te pro­get­ti in cantiere?

Gian­lu­ca: Sì, abbia­mo un ep che stia­mo regi­stran­do, ma non sapre­mo anco­ra dire esat­ta­men­te quan­do uscirà.

Con­di­vi­di:
Gabriele Benizio Scotti
Stu­den­te di filo­so­fia, appas­sio­na­to di musi­ca, cine­ma, video­gio­chi e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce scri­ve­re di que­ste tema­ti­che e appro­fon­dir­le il più possibile.
Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

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