Del: 6 Maggio 2022 Di: Jessica Rodenghi Commenti: 0
La questione dell'aborto negli USA

Il documento su cui si basa questo articolo è stato autenticato e verificato da Politico, quotidiano statunitense, ma non da altri. Al momento non ci sono conferme da parte della Corte Suprema riguardo la sua autenticità


Era il gennaio 1973 quando la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America promulgava la Roe v. Wade, la legge federale che aveva permesso a Jane Roe (nome alias) di interrompere la gravidanza e che aveva esteso questo diritto anche a donne che non avessero subito violenze ed il cui feto non avesse malformazioni. Una vittoria per l’indipendenza femminile, che finalmente aveva ottenuto un diritto importante, ma a quanto pare non a tempo indeterminato. Arriviamo ai nostri tempi. In questi giorni il quotidiano americano Politico ha pubblicato una serie di bozze di una discussione alla Corte Suprema, che lasciano intendere una decisione particolare nei confronti delle leggi sull’aborto.

Se il testo venisse approvato così come lo leggiamo, infatti, la decisione in merito non sarebbe più un dovere del governo federale, ma dei singoli Stati.

Ad ogni modo nulla è deciso: bisognerà attendere la sentenza della Corte Suprema, che non giungerà prima della fine di Giugno. In questa bozza, spinta in realtà da ben ventisei Stati, si parla innanzitutto della sentenza storica di Roe, mostrando le conseguenze ed i malumori che questa aveva creato. Ad esempio, si cita il fatto che non tutti fossero d’accordo con la legalizzazione dell’aborto, anzi, a quanto pare vi erano trenta Stati che cercavano di legiferare in direzione contraria, ma poi la legge Roe si impose e le cose andarono diversamente. A questo punto si parla della legge come di un ‘regime restrittivo’ che imposto sul Paese, facendo un sottile riferimento all’importanza della libertà d’espressione. Secondo questo parere, se ogni Stato potesse decidere, quindi, la decisione andrebbe a favore degli elettori (che trarrebbero un beneficio, visto che il potere passerebbe alle mani dei loro diretti rappresentanti).

Questo passaggio di potere è una retrocessione.

Proprio prima del 1973 ogni Stato decideva se mantenere l’aborto illegale o meno, in che circostanze, e così via. Nella maggior parte dei casi rimaneva illegale e, quindi, veniva considerato un crimine. La conseguenza immediata fu che aumentarono gli aborti clandestini, in condizioni igieniche precarie e con scarsa preparazione, e che aumentarono anche le morti durante i parti, visto che le gravidanze erano portate avanti ad ogni costo.

Alla luce di questi fatti nel documento si legge testualmente come il diritto all’aborto non sia inciso nella storia della nazione americana; al contrario, che sia sempre stato punito come un crimine. Sicuramente la storia può confermare questa versione, ma sappiamo con certezza che i cambiamenti esistono, a volte sono anche velocissimi, eppure non ci si appella ai tempi passati in cui non si avevano diritti fondamentali, giusto per tirare il colletto della camicia alla situazione.

Facendo un parallelismo molto concreto, si potrebbe pensare al diritto alla libertà di parola. Ad oggi siamo tutti indignati quando qualcuno viene censurato, quando sembra ci sia una remota possibilità che la sua espressione non venga mostrata a pieno per volere di qualcun altro più potente. Ora, se qualcuno si appellasse ad un periodo dittatoriale, in cui non esisteva libertà di parola, per dire che la libertà di parola non è un vero diritto (visto che la storia dimostra il contrario e che la dittatura è stata parte fondante della nazione) come ci sentiremmo?

È dal 2019 che alcuni Stati introducono leggi per limitare e rendere un reato l’aborto.

Da quel momento tutti i detrattori si sono fatti sentire e hanno ottenuto le loro vittorie. In Alabama, ad esempio, nel maggio 2019 si è deciso per l’aborto illegale e pene sino all’ergastolo per i medici che lo praticano. In Georgia, Ohio, Kentucky, Mississippi e Louisiana l’aborto è vietato dopo le sei settimane di gravidanza: un periodo brevissimo. Anche l’Oklahoma ha vietato la pratica, ma per ora la legge comprende le eccezioni per stupro, incesto ed emergenze mediche: le pene sono 100mila dollari e dieci anni di carcere. In Texas, invece, vi è la Heartbeat law, che non permette di abortire dal momento in cui esiste il battito cardiaco del feto.

Si nota con chiarezza, quindi, come i singoli Stati si stiano già muovendo da tempo per aggirare la legge federale, infatti ad oggi questo diritto non viene garantito da tutti. La terra del sogno americano, però, ha il tasso più alto di mortalità materna tra i Paesi più sviluppati e Amnesty International informa già da tempo su come proibire l’aborto non abbia conseguenze etiche, ma pratiche. Innanzitutto, si rende la pratica meno sicura, perché se non si ha una struttura medica in cui recarsi, ci si riferisce a persone poco esperte, rendendo il tutto molto più pericoloso. Inoltre, non permettendo un accesso sicuro a questa pratica, si sta escludendo una grande fetta della popolazione che non ha condizioni economiche così elevate da poter viaggiare sino ad un altro Stato per trovare la clinica abortiva che la supporti.

Jessica Rodenghi
Jessica, attiva nel mondo e nelle società, per fare buona informazione dedicata a tutti e tutte.

Commenta