Del: 27 Maggio 2022 Di: Redazione Commenti: 0
Per un pugno di proiettili. La strage di Uvalde

Salvador Ramos ha diciotto anni, frequenta la scuola superiore di Uvalde, Texas. È balbuziente, viene preso quotidianamente di mira a scuola e online. Ramos è uno studente-lavoratore: il manager del fast food in cui lavora lo definirà «un tipo silenzioso, timido, non in grado di socializzare coi suoi colleghi». Sua madre fa uso di droghe e Ramos litiga molto con lei. Per questo motivo si trasferisce dalla nonna, dall’altro lato della cittadina texana.

Salvador inizia a saltare la scuola, a vestirsi sempre di nero. Si fa crescere i capelli. Un giorno si presenta a scuola col viso sfregiato da tagli: sulle prime dà la colpa al gatto, ma successivamente rivela all’unico amico (il solo a difenderlo dagli attacchi dei compagni) di esserseli auto-procurati con un coltello.

Il 17 maggio il ragazzo compie diciotto anni: la prima cosa che fa da maggiorenne è fiondarsi in un negozio della Uvalde County. Ne esce con due fucili d’assalto Colt AR-15 e 375 proiettili. Posta il suo regalo di compleanno su Instagram, orgoglioso.

Martedì 24 invia un messaggio a una sconosciuta, allega le foto delle armi: «Voglio dirti un segreto, sto per…» si interrompe.

Il giorno stesso si dirige alla Robb Elementary School, la sua ex scuola elementare. Prima di uscire da casa spara in faccia a sua nonna. Probabilmente lo aveva scoperto e aveva tentato di fermarlo, sicuramente ha litigato con lei su chi dovesse pagare la bolletta del telefono. Sale sul suo camion, lo fa schiantare contro la cancellata della scuola.

Spara al poliziotto di turno, entra nell’edificio pieno di bambini. Inizia a uccidere, lo fa indisturbato per i 90 minuti successivi. «É entrato in classe di corsa e ci ha detto: “è ora di morire”». Ammazza 19 bimbi e le loro due insegnanti. Poi, dopo un duro scontro a fuoco in cui ferisce altri due poliziotti, viene abbattuto.

Greg Abbott è il governatore del Texas. Repubblicano trumpiano, accanito sostenitore del Secondo Emendamento – la clausola costituzionale che sancisce il diritto di essere armati – sette anni fa postava su Twitter: «Sono imbarazzato. Il Texas è solo al secondo posto per gli acquisti di nuove armi, siamo dietro ai californiani. Texani, aumentiamo il ritmo!». Grazie a un suo provvedimento del 2021 è consentito a tutti possedere e portare in giro armi senza licenza e senza formazione. Il Far West.

Joe Biden ha preso subito posizione: «in nome di Dio, a cosa ti serve un AR se non per uccidere qualcuno?». Nel suo successivo discorso alla nazione, il Presidente ha affermato: «sono passati 10 anni da quando un uomo uccise 26 persone alla Sandy Hook Elementary School di Newton, Connecticut. Da allora ci sono state oltre 900 sparatorie nelle scuole».

Secondo il Centers for Disease Control, nel solo 2020 più di 45.222 americani sono morti a causa di armi da fuoco. Il 43% sono omicidi: la percentuale negli scorsi dieci anni è quasi raddoppiata. Ogni giorno 53 persone negli USA muoiono per colpa delle armi, e il 79% degli omicidi avviene per mezzo di tali.

Negli USA ci sono 121 fucili ogni 100 persone: il tasso è il più alto al mondo.

Uno studio del 2016 pubblicato sull’American Journal of Public Health ha portato alla luce che l’aumento di morti per arma da fuoco è maggiore negli Stati in cui ne vengono acquistate di più. Alaska, Mississippi, Louisiana, Wyoming, Missouri e Alabama sono gli stati col peggior rates of gun-related deaths. Quelli coi tassi minori sono New York, Rhode Island, New Jersey, Massachussets e Hawaii, ossia quelli in cui esistono restrizioni serie alla vendita di armi.

In questo quadro da macelleria messicana, il 35% degli americani chiede che la legislazione sulle armi non venga modificata. La grande maggioranza dei Dem (91%) è d’accordo per leggi più stringenti, solo il 24% dei Republicans è d’accordo con tale affermazione.

Fra i più stretti oppositori alle restrizioni ci sono i membri della NRA (National Rifle Association), ossia la gun-lobby più potente degli States. Incredibilmente influente nei confronti degli uomini politici, soprattutto repubblicani dello stampo di Abbot.

I pro-gun si sono subito scagionati dopo la strage di Uvalde: «Atto di un criminale isolato e disturbato mentalmente». Queste le giustificazioni di chi confonde il problema con la causa scatenante. Secondo loro, sono i disturbi mentali e le condizioni sociali ad accrescere il rischio che un’arma venga usata per uccidere. Non il fatto stesso di possedere un’arma, e soprattutto di liberalizzarne selvaggiamente la vendita senza alcun tipo di background check.

Gli argomenti sono identici a quelli supportati dai Repubblicani d’Italia, strenui difensori del diritto alla difesa personale in ogni circostanza, fra i quali annoveriamo la Lega e Fratelli d’Italia, ma in generale una buona parte dell’elettorato di Destra. Il 39% degli Italiani è favorevole ad una legislazione più blanda.

Il problema della difesa personale è annoso.

La richiesta di maggiori libertà in materia è sintomo di quella allergia ai limiti di cui tutta la società Occidentale sta soffrendo oggigiorno. A nessuno importa leggere i dati, rendersi conto di come un numero sempre maggiore di armi in circolazione porti inevitabilmente a catastrofi come quella di Uvalde. La cosa che conta è poter essere liberi di fare qualsiasi cosa, anche di entrare in una scuola a 18 anni e compiere una strage. Tutto per un pugno di proiettili .223 Remington.

Articolo di Edoardo Arcidiacono.

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