Radici. Achille Lauro e il populismo all’italiana

Radici. Achille Lauro e il populismo all’italiana

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.


Di Achil­le Lau­ro non c’è solo il can­tan­te noto a noi abi­ta­to­ri del­la Ter­za Repub­bli­ca. O alme­no, il can­tan­te è quel­lo che ci è rima­sto: i nostri non­ni e geni­to­ri, e maga­ri pure qual­che nipo­te che sba­di­glia sui libri di scuo­la, ricor­de­ran­no quel suo omo­ni­mo sin­da­co di Napo­li che sca­lò il cur­sus hono­rum negli anni Cin­quan­ta e può esse­re con­si­de­ra­to, nel­la sua car­rie­ra poli­ti­ca, un buon esem­pio di popu­li­smo made in Ita­ly.

Quello di populismo è un concetto di estrema complessità, rintracciabile a destra così come a sinistra. 

Sono soprat­tut­to i suoi rap­por­ti con la demo­cra­zia il rom­pi­ca­po dei poli­to­lo­gi: da un lato i popu­li­sti insi­sto­no sul­la sovra­ni­tà del popo­lo, e in que­sto sono demo­cra­ti­ci, dall’altro la loro con­ce­zio­ne estre­ma del mag­gio­ri­ta­ri­smo è illi­be­ra­le. Doven­do per for­za di cose rima­ne­re nel­la cor­ni­ce gene­ri­ca, si può fare un sun­to degli ingre­dien­ti base. Pri­mo, l’affermazione asso­lu­ta del prin­ci­pio di sovra­ni­tà popo­la­re, insof­fe­ren­te nei con­fron­ti di limi­ti e contropoteri. 

Da qui il popu­li­smo nazio­nal-sovra­ni­sta, che guar­da con stiz­za a qua­lun­que auto­ri­tà sovra­na­zio­na­le per­ce­pi­ta come intru­si­va (si pen­si ai leghi­sti con l’Unione Euro­pea). Il popo­lo è depo­si­ta­rio di ogni vir­tù: un inte­ro orga­ni­co e omo­ge­neo che riven­di­ca il pro­prio pri­ma­to anche sul­la leg­ge e sul­la magi­stra­tu­ra. Un volk-nazio­ne a cui il lea­der cari­sma­ti­co, pro­fe­ta ven­tri­lo­quo del­la volon­tà col­let­ti­va, dà voce. Ogni fal­li­men­to non è frut­to di un erro­re del dema­go­go, ma di qual­che oscu­ro com­plot­to ordi­to dai nemi­ci – pote­ri for­ti, bar­ba­ri immi­gra­ti, isti­tu­zio­ni inter­na­zio­na­li. Popo­lo e capo­po­po­lo, infat­ti, coincidono.

Ora, è chia­ro che il popo­lo come tota­li­tà com­pat­ta sia un arti­fi­cio: da quan­do la volon­tà popo­la­re è una sola? Il ricor­so a un paio di figu­re reto­ri­che può aiu­ta­re a capi­re meglio il truc­co. Nel cre­scen­te diva­rio tra siste­ma e pae­se rea­le, di cui il popu­li­smo si nutre, emer­go­no più doman­de insod­di­sfat­te, più popo­li ete­ro­ge­nei nel­la loro natu­ra: sta agli ora­to­ri tro­va­re il modo per legar­li tut­ti assie­me. In reto­ri­ca si chia­ma cata­cre­si: la gam­ba del tavo­lo, quel ramo del lago di Como… Anzi­ché conia­re una paro­la nuo­va per tap­pa­re un buco lin­gui­sti­co, si fa ricor­so a un ter­mi­ne pre­e­si­sten­te. C’è biso­gno di nomi­na­re un ogget­to che è al con­tem­po sen­za nome e neces­sa­rio, fon­da­men­ta­le per uni­fi­ca­re le varie petu­lan­ze sor­te dal bas­so. La costru­zio­ne poli­ti­ca del popo­lo è un pro­ce­di­men­to catacresico. 

E, in secon­da bat­tu­ta, una sined­do­che. Il nugo­lo di leghi­sti che vota­no Sal­vi­ni diven­ta­no i 60 milio­ni di ita­lia­ni che sia­mo e che “devo­no veni­re pri­ma”: la par­te al posto del tut­to. Sco­va­re le doman­de insod­di­sfat­te, arti­co­lar­le in una cate­na equi­va­len­zia­le, crea­re su misu­ra del­la cate­na un sog­get­to socia­le che si amman­ti di inclu­si­vi­tà: ecco ser­vi­to il popo­lo. Va da sé che, per esse­re un buon lea­der di que­sto gene­re, un olfat­to da segu­gio sia un requi­si­to necessario. 

Achille Lauro, per tutti i concittadini “O’ comandante”, era un armatore. Fu sindaco di Napoli nel periodo 1952–57 (con un incarico anche nel 1961) nonché presidente dell’omonima squadra di calcio. 

Già fasci­sta e poi vici­no al qua­lun­qui­smo, si iscris­se infi­ne al Par­ti­to Nazio­na­le Monar­chi­co. In bre­ve diven­ne un cam­pio­ne di con­sen­si ple­bi­sci­ta­ri, otte­nu­ti con meto­di di dub­bia inte­gri­tà a cui però biso­gna rico­no­sce­re un cer­to estro crea­ti­vo. All’approssimarsi del­le ele­zio­ni veni­va­no orche­stra­te elar­gi­zio­ni di pasta­sciut­ta, ban­co­no­te o scar­pe con con­se­gna ratea­le: la destra pri­ma del voto e la sini­stra all’indomani del buon esi­to con­sul­ti­vo, come ricom­pen­sa per la fedel­tà. Il clien­te­li­smo e l’atti­vi­tà di esu­be­ran­te bene­fat­to­re ebbe­ro un suc­ces­so enor­me: i pre­mi face­va­no gola, e alla tor­na­ta del 1956 Lau­ro otten­ne oltre il 50% dei consensi. 

Fin dal 1952, anno del­la sua pri­ma ele­zio­ne a sin­da­co, il per­so­nag­gio non pas­sò inos­ser­va­to all’occhio inda­ga­to­re dei cro­ni­sti pada­ni. Il Cor­rie­re aprì subi­to il fuo­co: “un nuo­vo rea­me dei baro­ni o, se pre­fe­ri­te, dei laz­za­ro­ni”. A Tori­no la Stam­pa non era da meno: “la pro­pa­gan­da lau­ri­na […] ha sapu­to dare a cia­scu­no il suo: agli spor­ti­vi una squa­dra di cal­cio rin­no­va­ta e la pro­mes­sa di con­qui­sta­re il pros­si­mo scu­det­to, ai pove­ris­si­mi lo spi­gno­ra­men­to del­le len­zuo­la e del­la cate­ni­na d’oro.” Al vaglio del­le testa­te set­ten­trio­na­li, Lau­ro assom­ma­va su di sé tut­ti i difet­ti per­ni­cio­si che ave­va­no fino ad allo­ra carat­te­riz­za­to la poli­ti­ca par­te­no­pea, mon­do eso­ti­co in cui malaf­fa­re e cor­ru­zio­ne pare­va­no con­su­stan­zia­li alla socie­tà. La fol­la feb­bri­ci­tan­te dei man­gia­to­ri di mac­che­ro­ni, raf­fi­gu­ra­ti dal pre­giu­di­zio anti­me­ri­dio­na­le nel loro las­si­smo e nel­la super­sti­zio­ne più grot­te­sca, ave­va tro­va­to il suo Coman­dan­te. E que­sto non face­va che impin­gua­re il reper­to­rio del­la pole­mi­ca Nord-Sud. 

Le pro­mes­se di Lau­ro cir­ca una Napo­li final­men­te moder­na si per­se­ro nel chias­so del­le stra­de rio­na­li. Il sin­da­co favo­rì la spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia, pro­sciu­gò i fon­di pub­bli­ci per sco­pi pri­va­ti, e pur di tener­si il suo ruo­lo di padre-padro­ne accet­tò sus­si­di nasco­sti dal gover­no, pat­teg­gian­do una scis­sio­ne nel suo par­ti­to. Alla fine, visto il dis­se­sto finan­zia­rio che ave­va com­bi­na­to, nel­la DC si pen­sò bene di toglier­se­lo dai pie­di: “O’ coman­dan­te” e la sua con­sor­te­ria di asses­so­ri furo­no denun­cia­ti per pecu­la­to. Quan­to al popo­lo, nato monar­chi­co e dal 1954 fede­le al Par­ti­to Monar­chi­co Popo­la­re dell’armatore, per­lo­più cam­biò sten­dar­do e morì democristiano. 

Achille Lauro, con le sue campagne condotte in modalità per così dire folcloristica, incarnò per bene il paradigma del capo populista. 

Come scrit­to da Lana­ro, era un buon annu­sa­to­re dell’aria ammor­ba­ta che rista­gna nei bas­si­fon­di del­la socie­tà: “sape­va anti­ci­pa­re e tra­scri­ve­re quel che si bor­bot­ta­va per le stra­de, rico­no­sce­re digni­tà di stam­pa alla can­zo­na­tu­ra, al laz­zo, allo sfo­go roz­zo e malan­dri­no”. Nel lau­ri­smo si può quin­di rico­no­sce­re un trat­to pre­ci­so del­la gestua­li­tà popu­li­sta: quel­la moda­li­tà pra­ti­ca di con­qui­sta del con­sen­so e fide­liz­za­zio­ne tipi­ca dei lea­der cari­sma­ti­ci, che instau­ra­no con la mas­sa un rap­por­to pri­ma di tut­to emo­ti­vo.

La sin­dro­me popu­li­sta non è mai sta­ta una pre­sen­za pul­vi­sco­la­re nel nostro Pae­se. Anzi, pare un robu­sto fil rou­ge nel­la tra­ma degli avvi­cen­da­men­ti repub­bli­ca­ni. Sem­pre par­lan­do di “male del Nord”, vie­ne in men­te il popu­li­smo etno-regio­na­li­sta di Bos­si, con la misti­ca poli­ti­ca uti­liz­za­ta in fun­zio­ne anti­si­ste­ma dal suo par­ti­to. Pen­san­do agli ere­di di Lau­ro, poi, tira subi­to aria di disce­se in cam­po, con­trat­ti cogli ita­lia­ni, truc­co e par­ruc­co fino alla supre­ma sin­te­si media­ti­ca, quin­tes­sen­za del tri­bu­na­to qua­lun­que, che pos­sia­mo anco­ra goder­ci su You­tu­be: “L’Italia è il pae­se che amo”. Ma qui sia­mo già nel­la Secon­da Repubblica. 


BIBLIOGRAFIA
Pao­lo Cor­si­ni, Demo­cra­zie popu­li­ste. Sto­ria, teo­ria, poli­ti­ca, Bre­scia 2021.
Anto­ni­no De Fran­ce­sco, La pal­la al pie­de. Una sto­ria del pre­giu­di­zio anti­me­ri­dio­na­le, Mila­no 2012.
Sal­va­to­re Lana­ro, Sto­ria dell’Italia repub­bli­ca­na, Vene­zia 1992.
Gior­gio Vec­chio, Pao­lo Trion­fi­ni, Sto­ria dell’Italia repub­bli­ca­na, Mila­no 2019. 

Con­di­vi­di:
Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.

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