Del: 19 Giugno 2022 Di: Tommaso Pisani Commenti: 0
Akira. L’anime, il Giappone, l’uomo e la divinità

Il Giappone di fine anni ’80 è un paese fiorente con un’economia in rapidissima ascesa che tocca il suo massimo storico. Da questo clima di benestare economico non viene esclusa l’industria dell’intrattenimento e, in particolare, gli anime (termine con cui si indica generalmente l’animazione giapponese), che iniziano ad essere massicciamente finanziati: rispetto agli anni ’70 il numero di anime quadruplica.

A differenza dell’animazione occidentale, sviluppatasi in un mercato per la maggior parte legato all’infanzia, l’animazione giapponese è sempre stata usata per esprimere e veicolare valori e pensieri non ristretti ad un’unica fetta di pubblico; infatti, la varietà di anime lascia sbigottiti e i temi trattati e analizzati spaziano nei più svariati campi.

Con la crescita economica degli anni ’80 l’industria di anime e manga, che già da anni esisteva e di cui facevano parte talentuosi giovani animatori, si veniva a trovare piena di risorse economiche che potevano permettere la piena espressione creativa degli autori; e i progetti di quegli anni toccarono livelli espressivi altissimi, che solo l’animazione avrebbe potuto consentire: dalla dolce e malinconica comunicazione di fragili emozioni di Angel’s Egg, passando per la dura e cruda rappresentazione delle conseguenze dello sgancio delle bombe nucleari sulla popolazione civile di Grave of the fireflies, alla infantile gioia immaginativa di un mondo magico come quello de Il mio vicino Totoro.

In questo oceano di prodotti di animazione, la nuova industria di animazione giapponese avrebbe raggiunto il suo apice nel 1988 con l’uscita di Akira.

L’anime è ambientato nel 2019 a Neo-Tokyo, una città distopica costruita sulle rovine della vecchia Tokyo. Vediamo la città attraverso gli occhi di Kaneda e Tetsuo, i due orfani protagonisti del film, che fanno parte di una delle tante bande di motociclisti della città (se volessimo tirare un parallelismo storico potremmo ricondurli ai bosozoku): scuole sovraffollate, insegnanti fascisti, atti vandalici, violenza gratuita, fanatismo religioso.

Otomo, il regista dell’anime nonché creatore del manga, riflette nel film quello che vedeva nella realtà: dipinge una città in cui le differenze sociali ed economiche sono estremamente ampie tra le varie fasce della popolazione. Per quanto la città possa essere futuristica, colma di grattacieli, piena di luci, colori ed insegne al neon (come ogni ambientazione cyberpunk ci insegna), appena si guarda negli strati più bassi ci si rende conto del sudiciume, sia fisico che umano, che popola le strade, della scarsa attenzione per le fasce di popolazione più povere e l’indifferenza dei più ricchi verso qualsiasi interesse che non sia il loro. Quello che Otomo ci mostra è, quindi, una città corrotta e ingiusta dove, sempre passando per gli occhi dei protagonisti che ricordiamo essere due ragazzi adolescenti, l’istruzione dei giovani e i giovani in persona vengono lasciati a se stessi, mentre i fondi per l’esercito non mancano (come ci ricordano gli equipaggiamenti all’avanguardia di cui dispongono i soldati e i soldi investiti in esperimenti segreti).

In questo clima di disuguaglianza sociale e ingiustizia generalizzata a seguito della ricostruzione della città, la popolazione è in continua protesta, divisa tra estremisti e fanatici religiosi, ma sempre prontamente repressa dal governo: un governo in mano ad un’élite politica disposta a spendere la maggior parte del bilancio nel riarmo e nella sicurezza interna mentre il paese versa in condizioni pietose (critica, questa, non troppo velata da parte di Otomo nei confronti dell’opera di riarmo del Giappone).

La sensazione che viene trasmessa è quella che i ragazzi protagonisti siano intrappolati sia dalla città, che per quanto futuristica rimane segnata da profonde differenze sociali, sia dalla catastrofe, che lascia profonde cicatrici nel tessuto sociale.

Tuttavia, mentre Kaneda riesce a resistere dal soccombere all’atmosfera oppressiva, Tetsuo si sente insignificante e solo. Le emozioni di quest’ultimo vengono amplificate nel momento dell’incontro con il soggetto di un esperimento governativo segreto, che lo porterà a riuscire ad esprimere tramite un potere psichico e cinetico illimitato la sua paura e la sua inadeguatezza e ad indirizzarle con odio sia verso la città che verso Kaneda, fino a che non finirà sopraffatto da questo stesso potere immenso e si ritroverà ad essere un ammasso informe di carne e materiale tecnologico.

Ora, in Tetsuo possiamo vedere un parallelismo con la società giapponese degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale e, in particolare, allo scoppio delle bombe atomiche. Infatti, proprio come Tetsuo nell’anime, il Giappone, in ginocchio dopo la tragedia del 1945, si trasforma molto velocemente e inaspettatamente in una potenza economica mondiale, dalle infinite potenzialità; ma rimane una forza ancora immatura che, senza un direzione chiara da prendere e senza una guida che possa aiutarla a sfruttare al meglio le prima citate potenzialità, rischia di strappare il tessuto sociale, di accrescere le già profonde cicatrici sociali e, infine, di arrivare ad un punto di non ritorno.

Alla fine del film (finale parzialmente criptico ma che si cala bene nel contesto della storia del manga), Tetsuo perde il controllo e rischia di distruggere la città, ma viene fermato in tempo e trasportato in un’altra dimensione dove il suo potere viene lasciato esprimere senza limiti e assistiamo alla nascita di un nuovo universo.

Forse il finale ci lascia un messaggio non del tutto negativo: dopo la distruzione e la tragedia (le bombe nucleari) quello che da esseri umani, e non da dei o esseri sovrannaturali, possiamo fare, è andare avanti raccogliendo i cocci di quello che è rimasto nella speranza di migliorare rispetto al passato.

Analizzati, anche se velocemente, la trama e i temi di Akira si può comprendere più profondamente il peso che l’industria anime ha avuto e tutt’ora ha nella dimensione culturale orientale e, sempre di più, in quella occidentale. Come detto all’inizio, l’animazione ha un potere espressivo limitato solamente dalla nostra immaginazione e, proprio per questo, procede di pari passo con essa: dove arriva la nostra immaginazione può arrivare l’animazione.

L’anime, spesso confuso con e limitato a sottogeneri di scarsa profondità riflessiva e legati strettamente ad una dimensione sessuale superficiale, ha la possibilità di veicolare, esprimere e definire riflessioni, pensieri e sentimenti relativi sia alla soggettività e intimità dell’individuo, come, per esempio, in Evangelion, sia alla società e alla storia che si è vissuta, come la trattazione del disastro nucleare e quello che gli è seguito in Akira.

Tommaso Pisani
Studente di filosofia del 2000. Leggo, guardo film, videogioco e semplicemente mi guardo attorno lasciando correre i pensieri e accompagnando la penna sul foglio.

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