Giradischi, gli album consigliati di giugno

Giradischi, gli album consigliati di giugno

Il 15 di ogni mese, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti.


Car­ta­la­vo­nu Remi­xes, Pla­net Opal (Dischi Sot­ter­ra­nei) – recen­sio­ne di Lau­ra Colombi

«Le rie­la­bo­ra­zio­ni sono­re che seguo­no sono il risul­ta­to di incon­tri di vita con­cre­ta, digi­ta­le o sopra­sen­si­bi­le.» Que­sta la pre­sen­ta­zio­ne del pri­mo album di remix dei Pla­net Opal, pro­get­to di musi­ca elet­tro­ni­ca ita­lia­na for­ma­to da Gior­gio Assi (pro­dut­to­re, sin­te­tiz­za­to­ri e voce) e Leo­nar­do De Fran­ce­schi (bat­te­ria e per­cus­sio­ni) a metà tra ispi­ra­zio­ni rock e post-disco. Que­sto album di remix meri­ta per il cumu­lo di spun­ti che sin­te­tiz­za nel­le nove trac­ce. Un album varie­ga­to su cui ci è dif­fi­ci­le dire di più. Gli auto­ri dico­no che se con Car­ta­la­vo­nu si è potu­to osser­va­re il nostro pia­ne­ta nel det­ta­glio, Car­ta­la­vo­nu Remi­xes allar­ga l’o­biet­ti­vo e per­met­te di esplo­ra­re le stel­le che lo cir­con­da­no una ad una.


Bar Medi­ter­ra­neo, Nu Genea (NG Records) – recen­sio­ne di Lau­ra Colombi

Que­sta vol­ta baria­mo per­ché il disco è usci­to il 13 mag­gio, ma trop­po bel­lo per non meri­ta­re alme­no una recen­sio­ne. I Nu Genea non ne sba­glia­no una e tor­na­no con un disco fre­sco ed equi­li­bra­to. Capa­ce di dire anco­ra qual­co­sa su un tema ormai sdo­ga­na­to come quel­lo del­l’i­den­ti­tà medi­ter­ra­nea, mol­to apprez­za­bi­le per la spen­sie­ra­tez­za e l’en­tu­sia­smo che tra­smet­te. E allo­ra chi se ne fre­ga se c’è chi ricor­da che i Nu Genea pote­va­no fare di più: tra vec­chio e nuo­vo – nume­ro­si come di con­sue­to i richia­mi alla disco music anni 70, per cita­re uno dei tan­ti gene­ri – Bar­Me­di­ter­ra­neo rima­ne uno dei lavo­ri più inte­res­san­ti del­l’ul­ti­mo perio­do tra quel­li più ricer­ca­ti, ma con l’ambizione di rivol­ger­si a un pub­bli­co ampio.


Bel­ve­de­re, Galef­fi (Uni­ver­sal) – recen­sio­ne di Giu­lia Scolari

Il ter­zo pro­get­to di Galef­fi, Bel­ve­de­re, è usci­to il 20 mag­gio in segui­to a tre sin­go­li. Si apre con Un sogno, dal­le atmo­sfe­re oni­ri­che e tri­sti, con cui comin­cia a illu­stra­re temi e meta­fo­re che ver­ran­no ripre­se più vol­te nel cor­so dell’album. Inco­mu­ni­ca­bi­li­tà, incom­pren­sio­ni, rap­por­ti fred­di che non han­no lun­ga vita, rim­pian­ti e il tut­to rac­con­ta­to attra­ver­so lo sguar­do di chi si vede come un pun­ti­no nell’universo cir­con­da­to da stel­le, aste­roi­di e dal­lo sguar­do che tut­to vede del­la Luna. Dol­ce­vi­ta, sul pri­mo amo­re con le sue gio­ie e dolo­ri è uno dei pez­zi più bel­li, segui­to subi­to dopo da Aste­roi­de che è un po’ più debo­le, ma van­ta alcu­ne tra le imma­gi­ni più vivi­de dell’album. Leg­ger­men­te è sta­ta pre­sen­ta­ta in ante­pri­ma duran­te alcu­ni live e ricor­da il Galef­fi di Scu­det­to, una can­zo­ne più alle­gra del soli­to, ma che man­tie­ne la stes­sa tene­rez­za tipi­ca del can­tan­te. Il bra­no più riu­sci­to è for­se In que­sta casa: una rifles­sio­ne su una rela­zio­ne fini­ta a cau­sa del can­tan­te, che si è ritro­va­to a per­de­re una per­so­na spe­cia­le. «In que­sta casa non c’è nes­su­no, por­ca mise­ria», chiu­de il bra­no lascian­do l’amaro in boc­ca, favo­ren­do l’empatia di colo­ro che sono sta­ti sia da una par­te che dall’altra di que­sta dina­mi­ca clas­si­ca. San Fran­ci­sco ha un moti­vet­to alle­gro e facil­men­te memo­ra­bi­le, men­tre il suc­ces­si­vo Cine­ma fan­ta­sia ripren­de imma­gi­ni malin­co­ni­che e toni tri­sti. Diva­no nostal­gia è sta­to l’ultimo sin­go­lo del­la pro­mo ed è una del­le can­zo­ni più bel­le. È sem­pre una rifles­sio­ne su una rela­zio­ne fini­ta, ma lascia mol­to più sere­ni. Tua sorel­la è for­se il bra­no più debo­le dell’album men­tre Appas­si­re, il pri­mo sin­go­lo, è un otti­mo esem­pio dell’evoluzione dell’artista e rega­la una bel­lis­si­ma imma­gi­ne del­la part­ner vista come un fio­re che si lascia appas­si­re, for­se una del­le più for­ti pre­sen­ti. Due gira­so­liMalin­co­nia Mon Amour, gli ulti­mi due bra­ni, ripren­do­no l’amato fran­ce­se e le imma­gi­ni pari­gi­ne tipi­che dell’artista, riman­go­no una nel cuo­re e l’altra in testa. Un altro bel­lis­si­mo album che assi­cu­ra Galef­fi come uno dei più inte­res­san­ti arti­sti ita­lia­ni degli ulti­mi anni. 


Arti­fi­cial brain, Arti­fi­cial brain (Pro­found Lore Records) – recen­sio­ne di Gabrie­le Benizio 

Que­sto disco ci ricor­da due cose che stan­no for­te­men­te in ten­sio­ne fra loro: il death metal ha ad oggi poco da dare, tut­ta­via, un disco death metal ben fat­to è sem­pre pia­ce­vo­le da sen­ti­re. Se vole­te espe­rien­ze estre­me gli Arti­fi­cial brain han­no ciò che fa per voi. Dopo due buo­ni lavo­ri si ricon­fer­ma­no con il loro ter­zo album uffi­cia­le, una pro­po­sta che non ha dav­ve­ro nul­la di nuo­vo ma per lo meno suo­na come dovreb­be suo­na­re un disco death metal nel 2022. Tra chi­tar­re infer­na­li e tema­ti­che fan­ta­scien­ti­fi­che, gli Arti­fi­cial Brain dipin­go­no atmo­sfe­re apo­ca­lit­ti­che ed epi­che; le scel­te com­po­si­ti­ve sono sem­pre mol­to azzec­ca­te, in pez­zi come Cele­stial cyst sem­bra qua­si di sen­ti­re una ver­sio­ne death metal degli Isis. Tut­ta­via è oppor­tu­no rimar­ca­re il valo­re estre­ma­men­te “set­to­ria­le” del disco: se non vi piac­cio­no mol­to le deri­va­zio­ni più estre­me del metal non sap­pia­mo quan­to pos­sia­te tro­var­ci qua den­tro, ma se vi piac­cio­no tro­ve­re­te sicu­ra­men­te un lavo­ro che potrà sod­di­sfa­re il vostro palato.


Pri­pyat, Mari­na Her­lop (PAN) – recen­sio­ne di Gabrie­le Benizio 

Mari­na Her­lop si è dimo­stra­ta con Pri­pyat un’artista estre­ma­men­te eclet­ti­ca e crea­ti­va. In que­sto disco uni­sce tra­di­zio­ne e inno­va­zio­ne. Da una par­te abbia­mo ele­men­ti folk e di musi­ca clas­si­ca, tra cui spic­ca­no con­ta­mi­na­zio­ni di musi­ca car­na­ti­ca, ovve­ro musi­ca pro­ve­nien­te dal­le regio­ni meri­dio­na­li dell’India, e di musi­ca cora­le; dall’altra il glitch pop e la decon­struc­ted club, in una sor­ta di via di mez­zo tra Bjork e Arca. Il risul­ta­to è un pro­get­to che ha un’estetica futu­ri­sti­ca e cao­ti­ca ma al con­tem­po solen­ne, con quel­la pun­ta di eso­ti­smo che non gua­sta. Il disco non è ovvia­men­te esen­te da difet­ti: l’amalgama non rie­sce sem­pre per­fet­ta­men­te, qual­che pez­zo scon­clu­sio­na­to c’è e le tan­te cose che cer­ca di fare a vol­te sono for­se trop­pe; tut­ta­via, l’artista in que­stio­ne osa mol­to, e pro­po­ne quel­la che è una del­le pro­po­ste più pecu­lia­ri del­la musi­ca elet­tro­ni­ca con­tem­po­ra­nea e di sicu­ro un pro­get­to di rilie­vo che meri­ta più di un ascolto.

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Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.

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