La Tunisia rischia di sprofondare nel caos?

la Tunisia sprofonderà nel caos?

Una noti­zia fre­sca, di gio­ve­dì 16 giu­gno per la pre­ci­sio­ne, ha riac­ce­so i timo­ri anche a livel­lo inter­na­zio­na­le di una pos­si­bi­le esplo­sio­ne del­la ten­sio­ne in Tunisia. 

L’UGTT (Union géné­ra­le tuni­sien­ne du tra­vail), il prin­ci­pa­le sin­da­ca­to tuni­si­no con i suoi oltre 750mila tes­se­ra­ti, ha infat­ti indet­to uno scio­pe­ro nazio­na­le che ha coin­vol­to ben tre milio­ni di lavo­ra­to­ri del set­to­re pub­bli­co para­liz­zan­do, di fat­to, buo­na par­te del Pae­se nord-afri­ca­no tra aero­por­ti e sta­zio­ni in tilt e uffi­ci chiu­si.

Obiet­ti­vo del­lo scio­pe­ro è quel­lo di man­da­re un chia­ro segna­le all’esecutivo del pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Kaïs Saïed, accu­sa­to di col­po di sta­to dopo che il 25 luglio 2021 ha sospe­so i lavo­ri del par­la­men­to fino a fine 2022, licen­zia­to il Con­si­glio dei mini­stri e fat­to arre­sta­re mem­bri dell’opposizione.

Il Gover­no ha annun­cia­to un pia­no di rifor­ma eco­no­mi­ca che com­pren­de­reb­be la ridu­zio­ne dei sala­ri e il gene­ra­le taglio del­la spe­sa pubblica. 

Il tutto in un contesto di aggravata crisi economica e di rafforzarsi delle opposizioni.

Sia­mo for­se alla vigi­lia di una secon­da “Pri­ma­ve­ra ara­ba” o, per meglio dire, di una secon­da “Rivo­lu­zio­ne dei Gel­so­mi­ni”? Negli anni 2010–2011, fu una cri­si poli­ti­ca e socia­le per cer­ti ver­si simi­le a quel­la di oggi (allo­ra al coman­do c’era l’ex mili­ta­re Zine El-Abi­di­ne Ben Ali, poi costret­to alla fuga) a pro­vo­ca­re la rivoluzione. 

L’UGTT fu nei mesi suc­ces­si­vi tra gli ele­men­ti di dia­lo­go e con­fron­to che por­ta­ro­no la Tuni­sia a vin­ce­re il pre­mio Nobel per la pace a Oslo, nel 2015.

La “Rivoluzione dei Gelsomini” fu un segno di speranza, che andò ben al di là della Tunisia, dopo un lungo periodo dittatura e stagnazione. 

Oggi, con le poli­ti­che di accen­tra­men­to del pote­re di Saïed e la cri­si eco­no­mi­ca, il Pae­se sem­bra nuo­va­men­te avvia­to ver­so un mix di non demo­cra­zia e pover­tà. Lo scio­pe­ro di gio­ve­dì ci par­la comun­que di una socie­tà viva. In par­ti­co­la­re, resta inne­ga­bi­le l’influenza dell’UGTT, real­tà così radi­ca­ta e ama­ta da sfug­gi­re a qual­sia­si ten­ta­ti­vo di repressione.

Alme­no per ora, non sem­bra esser­ci un obbiet­ti­vo rivo­lu­zio­na­rio die­tro gli scio­pe­ri. Il sin­da­ca­to chie­de essen­zial­men­te dia­lo­go. Dia­lo­go sui sala­ri, con l’obbiettivo di con­tra­sta­re l’inflazione che ha rag­giun­to l’8% ed è pre­vi­sta in for­te aumen­to per le ten­sio­ni sui mer­ca­ti internazionali. 

Ma il dia­lo­go è pre­te­so anche sull’annunciato taglio dei sus­si­di, misu­ra pre­vi­sta dal Gover­no per ten­ta­re di ripa­ga­re i debi­ti e otte­ne­re nuo­vi pre­sti­ti (si par­la ogni anno di miliar­di) dal Fon­do mone­ta­rio inter­na­zio­na­le, per tene­re in pie­di il bilan­cio. Il tut­to in un con­te­sto di gene­ra­le rin­ca­ro dei prez­zi dell’energia e del gra­no a cau­sa, in par­te, del con­flit­to in Ucraina.

La prin­ci­pa­le dif­fe­ren­za rispet­to ai sen­ti­men­ti rivo­lu­zio­na­ri degli anni 2010–2011 risie­de nel fat­to che l’UGTT, come altre real­tà socia­li, ini­zial­men­te ave­va appog­gia­to l’intervento di Saïed, com­pre­sa la sospen­sio­ne dei lavo­ri par­la­men­ta­ri nel 2021. L’intervento era sta­to visto, da mol­ti stu­den­ti ma anche da mol­ti lavo­ra­to­ri, come supe­ra­men­to di un siste­ma di pote­re for­mal­men­te demo­cra­ti­co ma pro­fon­da­men­te cor­rot­to e immo­bi­li­sta. In con­cre­to, poi, i sogni di rapi­de rifor­me, spe­cial­men­te eco­no­mi­che, si sono scon­tra­ti con la sete di pote­re di Kaïs Saïed e la cri­si sem­pre più drammatica.

Se que­sti ele­men­ti non sem­bra­no aver susci­ta­to, per ora, un odio rivo­lu­zio­na­rio ver­so il pre­si­den­te e i suoi, lo scio­pe­ro cade come una piog­gia fred­da sul palaz­zo di Car­ta­gi­ne, sede dell’esecutivo. La pros­si­ma set­ti­ma­na, come ha dichia­ra­to ai micro­fo­ni di Al Jazee­ra Hedia Arfaoui, vice­se­gre­ta­rio gene­ra­le dell’UGTT, è pre­vi­sto un altro scio­pe­ro e si con­ti­nue­rà a oltran­za, fin­che il Gover­no non mostre­rà un’apertura al dia­lo­go.

Ma sarà il pros­si­mo mese, con il refe­ren­dum dove il popo­lo tuni­si­no è chia­ma­to a espri­mer­si su una nuo­va costi­tu­zio­ne, che si gio­che­rà una del­le par­ti­te più impor­tan­ti per Saïed.

Se si andrà oppu­re no ver­so una nuo­va rivo­lu­zio­ne, come è faci­le intui­re, dipen­de­rà anche dall’atteggiamento del Gover­no. Nel 2010, a inne­sca­re i moti fu il gesto del gio­va­ne ambu­lan­te Moha­med Boua­zi­zi, che si die­de fuo­co con­tro il caro­vi­ta, i mal­trat­ta­men­ti, e la revo­ca del­la sua licen­za di com­mer­cio da par­te del­le autorità. 

E ad accrescere le tensioni fu la dura repressione del Governo e la sua incapacità di rispondere alle richieste popolari.

Oggi, for­se, gra­zie anche al con­sen­so non tra­scu­ra­bi­le di cui gode Kaïs Saïed, comun­que por­ta­to ini­zial­men­te al pote­re dal voto nel 2019, c’è anco­ra per il Gover­no la pos­si­bi­li­tà di ten­ta­re la via del dia­lo­go, sal­van­do il pae­se dal caos. 

Ma si trat­ta, in pochi mesi, di affron­ta­re una cri­si eco­no­mi­ca pesan­tis­si­ma e avvia­re la Tuni­sia ver­so il ritor­no a un asset­to demo­cra­ti­co, pos­si­bil­men­te libe­ro dal­le cri­ti­ci­tà di quel­lo usci­to dal­la “Rivo­lu­zio­ne dei Gel­so­mi­ni”. Altri­men­ti il rischio è di uno sci­vo­la­men­to del Pae­se ver­so una dina­mi­ca di repres­sio­ne-rivo­lu­zio­ne dal­le pro­spet­ti­ve dram­ma­ti­che e incerte.

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Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno stu­den­te di let­te­re. Appas­sio­na­to anche di sto­ria e filo­so­fia, non mi nego mai let­tu­re e appro­fon­di­men­ti in tali ambi­ti, con­vin­to che la varie­tà sia ric­chez­za, sempre.

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