Le inchieste anti-‘ndrangheta nel comasco

Le inchieste anti-‘ndrangheta nel comasco

Peri­co­li di infil­tra­zio­ni mafio­se nell’assetto impren­di­to­ria­le e di con­di­zio­na­men­to e assog­get­ta­men­to dell’attività eco­no­mi­ca alla minac­cia mafio­sa. Que­sti i pre­sup­po­sti che han­no indot­to la Sezio­ne auto­no­ma misu­re di pre­ven­zio­ne del Tri­bu­na­le di Mila­no, all’esito di una lun­ga e com­ples­sa inda­gi­ne con­dot­ta dal­la Dire­zio­ne distret­tua­le anti­ma­fia, a dispor­re l’ammi­ni­stra­zio­ne giu­di­zia­ria per la sede coma­sca del­la Spu­ma­dor S.p.A., colos­so inter­na­zio­na­le del soft drink.

Ultimo atto di una maxinchiesta, denominata Cavalli di razza, che aveva portato il 16 novembre 2021 all’esecuzione di 54 provvedimenti di fermo, su un totale di 113 misure cautelari eseguite nelle province di Reggio Calabria, Milano, Como, Varese, Firenze e Livorno. 

Un duro col­po per una ‘ndran­ghe­ta ormai tra­di­zio­nal­men­te radi­ca­ta in ter­ri­to­ri, quel­li del cen­tro-nord Ita­lia, che soprat­tut­to negli ulti­mi anni si sono rive­la­ti a dir poco per­mea­bi­li alla “rete di rela­zio­ni” che le cosche sono anda­te intrec­cian­do col mon­do col­lu­so dell’imprenditoria e del­la poli­ti­ca loca­li. È un’organizzazione cri­mi­na­le sem­pre più rami­fi­ca­ta e a voca­zio­ne affa­ri­sti­ca quel­la che emer­ge dal­le car­te giudiziarie. 

L’operazione era sta­ta ese­gui­ta nel coor­di­na­men­to inve­sti­ga­ti­vo fra le Dire­zio­ni distret­tua­li anti­ma­fia di Reg­gio Cala­bria, Firen­ze e Mila­no, che in tota­le ave­va­no richie­sto 36 arre­sti e 14 misu­re di custo­dia cau­te­la­re e dispo­sto 54 prov­ve­di­men­ti di fer­mo, oltre al seque­stro di una ton­nel­la­ta di cocai­na pro­ve­nien­te dal Sudamerica. 

Il pro­cu­ra­to­re del­la Repub­bli­ca di Reg­gio Cala­bria Gio­van­ni Bom­bar­die­ri e l’aggiunto Gae­ta­no Paci, tito­la­ri del filo­ne cala­bre­se dell’inchiesta, ave­va­no ripre­so le paro­le di uno degli inda­ga­ti inter­cet­ta­ti a pro­po­si­to di una «nuo­va nar­cos euro­pea». Un’organizzazione cri­mi­na­le trans­na­zio­na­le al cui ver­ti­ce vi sareb­be sta­ta la ‘ndri­na Molé di Gio­ia Tau­ro, ripre­sa­si – a quan­to pare – dal duro scon­tro avu­to una deci­na di anni fa con la cosca Piro­mal­li, sua sto­ri­ca allea­ta nel con­trol­lo dei “fiu­mi d’oro” che pas­sa­no per il por­to gio­ie­se e con adden­tel­la­ti, fra l’altro, nel livornese.

Quan­to al filo­ne lom­bar­do, con­dot­to dal­la Squa­dra mobi­le di Mila­no e dal Nucleo di Poli­zia Eco­no­mi­co Finan­zia­ria del­la Guar­dia di finan­za, sot­to la dire­zio­ne dell’aggiunto del­la Dda mila­ne­se Ales­san­dra Dol­ci e dei pm Sara Ombra e Pasqua­le Addes­so, gli inqui­ren­ti ave­va­no rico­strui­to una fit­ta rete di socie­tà coo­pe­ra­ti­ve e dit­te, uti­liz­za­te dal­le cosche cala­bre­si ope­ra­ti­ve nel­le zone di ComoVare­se per rici­cla­re i pro­ven­ti del­le atti­vi­tà ille­ci­te attra­ver­so i “cana­li” dell’economia lega­le. Prin­ci­pal­men­te nei set­to­ri dei tra­spor­ti, del­la logi­sti­ca, del­la risto­ra­zio­ne, dei ser­vi­zi di pulizia. 

L’indagine met­te in evi­den­za le moda­li­tà di mime­tiz­za­zio­ne e colo­niz­za­zio­ne dell’odierna orga­niz­za­zio­ne cri­mi­na­le: si par­la ormai di “’ndran­ghe­ta 2.0”, o “’ndran­ghe­ta socie­tà d’affari”, per indi­ca­re un soda­li­zio cri­mi­na­le mafio­so che, da alme­no una quin­di­ci­na d’anni – secon­do le paro­le del­la stes­sa pro­cu­ra­tri­ce Dol­ci – «ha cam­bia­to stra­te­gia, pas­san­do da rea­ti tipi­ca­men­te pre­da­to­ri, le estor­sio­ni sul ter­ri­to­rio, a rea­ti a con­no­ta­zio­ne eco­no­mi­co-impren­di­to­ria­le, e quin­di le eva­sio­ni fisca­li e le ban­ca­rot­te. Han­no sosti­tui­to le maz­zet­te pro­ven­to del­le estor­sio­ni con le distra­zio­ni di socie­tà poi por­ta­te al fal­li­men­to e con i pro­ven­ti dell’evasione fiscale».

Al “sottomondo” arcaico delle locali, dei riti di affiliazione, delle mangiate collettive, si affianca così un’attività di controllo e condizionamento sempre più pervasivo delle attività economiche sul territorio. 

«Noi sia­mo come le rac­co­man­da­te, arri­via­mo diret­ta­men­te a casa», è la fra­se inter­cet­ta­ta che dà misu­ra dell’intensità del­la for­za inti­mi­da­tri­ce e dell’autorevolezza del mon­do ‘ndran­ghe­ta, come sot­to­li­nea­va il pro­cu­ra­to­re aggiun­to di Mila­no Ric­car­do Tar­get­ti. Sia­mo di fron­te a un misto di «arcai­ci­tà e moder­ni­tà», una for­za inti­mi­da­tri­ce di carat­te­re più tra­di­zio­na­le che si accom­pa­gna all’interesse di impren­di­to­ri costret­ti a col­lu­de­re e a «for­ni­re il loro know-how», attra­ver­so la pre­di­spo­si­zio­ne di «deci­ne di coo­pe­ra­ti­ve nei set­to­ri del­le puli­zie, del fac­chi­nag­gio e del tra­spor­to» e la rea­liz­za­zio­ne di «ric­chez­ze ille­ga­li» garan­ti­te da un sofi­sti­ca­to siste­ma di «fat­tu­re fal­se, con l’omissione del paga­men­to del­le impo­ste per milio­ni e milio­ni di euro sot­trat­ti al Fisco, all’Ue e all’Inps».

È pro­prio que­sto che fa del­la ‘ndran­ghe­ta – si leg­ge nel decre­to di fer­mo – «un vero e pro­prio siste­ma di pote­re che entra in rap­por­to con i pote­ri eco­no­mi­co, poli­ti­co e impren­di­to­ria­le», instau­ran­do con essi «rela­zio­ni sta­bi­li non solo di carat­te­re cor­rut­ti­vo ma anche di vici­nan­za e contiguità».

Quel che più colpisce è dunque il legame a filo doppio che connette la criminalità organizzata alle amministrazioni locali e alle realtà imprenditoriali. 

Stan­do ai riscon­tri degli inve­sti­ga­to­ri, il pun­to di non ritor­no fu rap­pre­sen­ta­to dal­la riu­nio­ne di Gio­ia Tau­ro del mar­zo 2010, cui avreb­be­ro pre­so par­te insie­me agli uomi­ni del­la ‘ndri­na Molé anche Mari­no Caru­ga­ti, ex sin­da­co di Lomaz­zo, e Cesa­re Pra­vi­sa­no, ex asses­so­re pres­so lo stes­so Comu­ne ed ex fun­zio­na­rio del­la Ban­ca com­mer­cio e indu­stria, entram­bi inda­ga­ti nel novem­bre dell’anno scorso. 

In quel sum­mit, sareb­be sta­to sti­pu­la­to l’accordo tra le fami­glie cala­bre­si atti­ve tra il vare­sot­to e il coma­sco e i due ex pub­bli­ci uffi­cia­li – che nel 2019 han­no pat­teg­gia­to una con­dan­na per ban­ca­rot­ta – per «l’avvio di una “nuo­va fase” in cui – si appren­de dal decre­to – alle estor­sio­ni si giu­stap­po­ne il con­trol­lo del­le atti­vi­tà eco­no­mi­che nel set­to­re dei ser­vi­zi attua­to attra­ver­so i con­sor­zi e le coo­pe­ra­ti­ve nel­la dispo­ni­bi­li­tà di Pra­vi­sa­no».

E così due socie­tà tito­la­ri del risto­ran­te stel­la­to “Uni­co Mila­no”, in cima al pre­sti­gio­so World Join Cen­ter di via­le Achil­le Papa, a Mila­no, sareb­be­ro fini­te nell’orbita dei padri­ni cala­bre­si per tra­mi­te di un com­mer­cia­li­sta gio­ie­se, Mas­si­mi­lia­no Ficar­ra, clas­se ’69, ammi­ni­stra­to­re di fat­to del­le socie­tà, for­mal­men­te inte­sta­te a un pre­sta­no­me, Pie­tro Geno­ve­se, clas­se ’55, nati­vo di Sime­ri Cri­chi (Catan­za­ro). Entram­bi col­pi­ti dal decre­to di fer­mo in que­stio­ne, dopo che nel 2018 il risto­ran­te ave­va chiu­so i bat­ten­ti a segui­to di un’inter­dit­ti­va anti­ma­fia.

Da qui la “mac­chia d’olio” si espan­de­va pas­san­do per Pra­vi­sa­no, il qua­le avreb­be mes­so a dispo­si­zio­ne di Ficar­ra il suo know-how da fun­zio­na­rio di ban­ca «for­nen­do – si appren­de dal­le car­te – un costan­te con­tri­bu­to alla pene­tra­zio­ne dell’associazione mafio­sa nel tes­su­to eco­no­mi­co lom­bar­do qua­le sog­get­to “puli­to” da uti­liz­za­re per l’acquisizione di nuo­ve com­mes­se ed offren­do le sue impre­se ope­ran­ti nei set­to­ri dei ser­vi­zi di puli­zia e facchinaggio».

«Altri aspet­ti – dichia­ra­va la dot­to­res­sa Dol­ci – sono l’offerta di pro­te­zio­ne», quel­la che Pra­vi­sa­no rice­ve­rà, in cam­bio del­la spar­ti­zio­ne di pro­ven­ti ille­ci­ti da eva­sio­ne fisca­le, dal boss pre­giu­di­ca­to Bar­to­lo­meo Iaco­nis, in con­te­sa con un altro “pez­zo da novan­ta”, Giu­sep­pe Laro­sa, per il con­trol­lo del­la loca­le di Fino Mor­na­sco: «Alcu­ni impren­di­to­ri pas­sa­no dal­la pro­te­zio­ne di una fami­glia di ‘ndran­ghe­ta, ad un’altra fami­glia… in que­sto caso abbia­mo una pro­te­zio­ne che vie­ne for­ni­ta ad impren­di­to­ri che sono vit­ti­ma di estor­sio­ne ad ope­ra di un cer­to grup­po, e che ovvia­men­te, stan­chi del­le ves­sa­zio­ni, si rivol­go­no ad altre fami­glie che offro­no a loro vol­ta pro­te­zio­ne ma, anche in que­sto caso, in cam­bio del­la col­la­bo­ra­zio­ne e dell’inse­ri­men­to nei diver­si set­to­ri dell’economia», e cioè in cam­bio del «know-how di que­sti impren­di­to­ri nel siste­ma coo­pe­ra­ti­vi­sti­co».

L’imprenditoria è stata così lentamente, ma inesorabilmente, fagocitata dal sistema e dalle logiche mafiose. 

Di una mafia che l’inchiesta Caval­li di raz­za foto­gra­fa in tut­te le sue capa­ci­tà cri­mi­na­li: dal­le estor­sio­ni (anche dell’ordine di 300–400.000 euro) alle fro­di fisca­li, dal con­trol­lo di bar e loca­li alle minac­ce («…non pos­so ave­re dub­bi che tu mi cono­sci a me…»; «sai quan­ti sia­mo? Se loro sono 100 noi 200 non hai capi­to?»; «Lì ci sono io e si devo­no met­te­re tut­ti a peco­ri­na»), fino al traf­fi­co di stu­pe­fa­cen­ti e armi con la Sviz­ze­ra («Stan­no bene in Sviz­ze­ra, in Ita­lia ci han­no rovi­na­ti. Lì non esi­ste il 416-bis»). 

Tra i fer­ma­ti vi era­no anche i fra­tel­li Atti­lio e Anto­nio Saler­ni, di Gri­so­lia (Cosen­za), accu­sa­ti di aver minac­cia­to i diri­gen­ti di un’importante socie­tà pro­dut­tri­ce di bevan­de gas­sa­te, nien­te­me­no che la cita­ta Spu­ma­dor S.p.A., al fine di acqui­si­re – scri­vo­no i magi­stra­ti – «il con­trol­lo e la gestio­ne del­le com­mes­se di tra­spor­to “con­to ter­zi” (del­le bevan­de, ndr) per il tra­mi­te di Sea Tra­spor­ti», mono­po­li­sta in quei ser­vi­zi: solo la pun­ta dell’iceberg di una “joint ven­tu­re” ‘ndran­ghe­ti­sta con le cosche Pal­mie­riStil­li­ta­no.

Col­pi­to dal prov­ve­di­men­to di fer­mo anche Lucia­no De Lumè, clas­se ’56, ex con­si­glie­re comu­na­le di Fino Mor­na­sco. Poli­ti­ci e inda­ga­ti fan­no il paio anche nell’affare del­le ammi­ni­stra­ti­ve a Lomaz­zo del 2019: in occa­sio­ne di alcu­ni even­ti elet­to­ra­li, il con­si­glie­re comu­na­le coma­sco Anto­nio Tufa­no, non inda­ga­to, avreb­be con­tat­ta­to tele­fo­ni­ca­men­te uno dei fer­ma­ti, Giu­sep­pe Valen­zi­si, clas­se ’90, di Como, col qua­le – secon­do gli inqui­ren­ti – lo stes­so Tufa­no avreb­be avu­to «un lega­me soli­do», al pun­to di offrir­si di fare da “trait d’union” fra pos­si­bi­li can­di­da­ti in cer­ca di voti e cala­bre­si dispo­sti a for­ni­re loro appoggio.

Tra i nomi che spun­ta­no nel­le car­te, quel­lo dell’assessore del Comu­ne di Lomaz­zo, Nico­la Fusa­ro, qua­le pos­si­bi­le per­so­na infor­ma­ta sui fat­ti. In par­ti­co­la­re, per i suoi rap­por­ti con Pra­vi­sa­no. «Occhio ad anda­re a minac­cia­re Pra­vi­sa­no, per­ché c’è die­tro la ‘ndran­ghe­ta […] sono loro i soci»: così dice l’assessore in un’intercettazione.

Con­di­vi­di:
Alessandro Girardin
Stu­den­te del V anno di Giu­ri­spru­den­za, peren­ne­men­te scis­so tra lo stu­dio di codi­ci e codi­cil­li e l’indagine sui fat­ti del mon­do, con l’aggravante di una gra­fo­ma­nia para-gior­na­li­sti­ca in sta­dio avan­za­to. Cer­co nel mio pic­co­lo, come osser­va­to­re e atti­vi­sta — con tut­ti i miei limi­ti! -, di ana­liz­za­re feno­me­ni di cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, malaf­fa­re e intrec­ci fra Sta­to, mafia e mas­so­ne­ria. In una paro­la, mi occu­po del Potere.

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