Referendum sulla giustizia, il fallimento della politica

Referendum sulla giustizia. Il fallimento della politica

Nel­la gior­na­ta di ieri, 12 giu­gno 2022, i cit­ta­di­ni ita­lia­ni sono sta­ti chia­ma­ti a vota­re su 5 refe­ren­dum abro­ga­ti­vi in mate­ria di Giu­sti­zia, ela­bo­ra­ti da Lega e Par­ti­to Radi­ca­le e dichia­ra­ti ammis­si­bi­li dal­la Cor­te Costi­tu­zio­na­le (con sen­ten­ze depo­si­ta­te lo scor­so 8 mar­zo); il sesto que­si­to, ine­ren­te la respon­sa­bi­li­tà civi­le dei magi­stra­ti e cal­deg­gia­to dal sena­to­re Mat­teo Sal­vi­ni al mot­to di “Chi sba­glia paga”, era sta­to inve­ce rite­nu­to inam­mis­si­bi­le e dun­que escluso. 

Ma la cam­pa­gna refe­ren­da­ria, se cam­pa­gna si può defi­ni­re, è pas­sa­ta nel silen­zio, non solo del­la mag­gior par­te dei media e del­le emit­ten­ti tele­vi­si­ve (che Lega e Radi­ca­li han­no accu­sa­to di “cen­su­ra”) ma anche dei pro­mo­to­ri stes­si che, a segui­to del­la rac­col­ta fir­me tenu­ta­si nell’estate 2021, han­no lascia­to che le loro pro­po­ste di “Giu­sti­zia giu­sta” venis­se­ro defi­ni­ti­va­men­te dimen­ti­ca­te dall’opinione pub­bli­ca. Di ben poca pre­sa, e rica­du­to in un silen­zio qua­si asso­lu­to, anche lo scio­pe­ro del­la fame indet­to in extre­ma ratio dal vice­pre­si­den­te del Sena­to non­ché mem­bro del­la Lega Rober­to Cal­de­ro­li: che si è det­to pron­to a rima­ne­re a pan­cia vuo­ta nel nome del­la “fame di giu­sti­zia” (rie­vo­can­do il pre­ce­den­te del radi­ca­le Mar­co Pan­nel­la) e ha così volu­to denun­cia­re quel­lo che ritie­ne un boi­cot­tag­gio del­la par­te­ci­pa­zio­ne al voto, com­pli­ci “i par­ti­ti di sinistra”. 

Se è indub­bio che i mez­zi di infor­ma­zio­ne han­no con­ces­so ben poco spa­zio alla discus­sio­ne e pub­bli­ciz­za­zio­ne dei que­si­ti refe­ren­da­ri (ana­lo­ga cri­ti­ca è giun­ta anche dall’Autorità indi­pen­den­te per le garan­zie nel­le comu­ni­ca­zio­ni, Agcom) stu­pi­sce che i due par­ti­ti a paro­le tan­to con­vin­ti del valo­re del­le loro pro­po­ste abro­ga­ti­ve non si sia­no mag­gior­men­te impe­gna­ti nell’opera di comu­ni­ca­zio­ne; tan­to più alla luce del fat­to che la vali­di­tà dei refe­ren­dum abro­ga­ti­vi è subor­di­na­ta al rag­giun­gi­men­to del quo­rum, cioè alla par­te­ci­pa­zio­ne del 50% + 1 degli aven­ti dirit­to al voto (art. 75 del­la Costituzione).

Nei giorni subito precedenti al voto, tale partecipazione si era già prospettata scarsa: secondo i sondaggi Ipsos, solo il 56% degli intervistati sapeva che si sarebbero tenuti dei referendum abrogativi, ma molti non ne conoscevano la materia. 

Le sti­me col­lo­ca­va­no dun­que la pro­ba­bi­le affluen­za ai seg­gi tra il 27% e il 31%, con un rial­zo dovu­to alle con­co­mi­tan­ti ele­zio­ni ammi­ni­stra­ti­ve in 971 comu­ni. A con­ti fat­ti, la per­cen­tua­le di ita­lia­ni che ha scel­to di vota­re per i soli refe­ren­dum si è atte­sta­ta intor­no al 20%: seb­be­ne la mag­gio­ran­za dei votan­ti si sia espres­sa per il “SÍ”, su tut­ti e 5 i que­si­ti, que­sto sem­bra esse­re uno dei peg­gio­ri risul­ta­ti nel­la sto­ria del­la Repubblica.

Del resto, già in segui­to alla cam­pa­gna di rac­col­ta fir­me tenu­ta­si nell’estate 2021, si era ipo­tiz­za­ta una in real­tà scar­sa ade­sio­ne popo­la­re, nono­stan­te le entu­sia­sti­che dichia­ra­zio­ni del Pre­si­den­te del Comi­ta­to pro­mo­to­re Sal­vi­ni, che a otto­bre affer­ma­va di aver rag­giun­to tra le 700 e le 750 mila fir­me a que­si­to (500mila sareb­be­ro quel­le neces­sa­rie per richie­de­re un referendum).

Il leader della Lega ha infatti scelto in seguito una strada alternativa.

Ha infat­ti richie­sto la vota­zio­ne dei que­si­ti ai Con­si­gli regio­na­li a mag­gio­ran­za di cen­tro­de­stra e otte­nu­to da essi ben 9 deli­be­ra­zio­ni favo­re­vo­li, cioè 4 in più di quel­le neces­sa­rie, in alter­na­ti­va alla richie­sta popo­la­re, affin­ché le pro­po­ste refe­ren­da­rie venis­se­ro pre­se in considerazione. 

Le sud­det­te fir­me non sono dun­que mai sta­te pre­sen­ta­te all’Ufficio cen­tra­le per il Refe­ren­dum, nono­stan­te la pagi­na uffi­cia­le del Comi­ta­to Pro­mo­to­re con­ti­nui a dichia­ra­re di aver­ne rac­col­te più di 4 milioni.

Un’ulteriore pro­ba­bi­le ragio­ne del­lo scar­so inte­res­se mani­fe­sta­to dai cit­ta­di­ni ita­lia­ni anche a ridos­so del voto, oltre alla man­ca­ta infor­ma­zio­ne, si può infi­ne indi­vi­dua­re nel fat­to che pro­prio quel­le pro­po­ste refe­ren­da­rie che più ave­va­no atti­ra­to l’attenzione e mobi­li­ta­to l’opinione pub­bli­ca, soprat­tut­to in fase di rac­col­ta fir­me, sono sta­te poi dichia­ra­te inam­mis­si­bi­li dal­la Cor­te Costi­tu­zio­na­le: in par­ti­co­la­re quel­le pro­mos­se dall’Asso­cia­zio­ne Luca Coscio­ni su Euta­na­sia Lega­le e Lega­liz­za­zio­ne del­la Can­na­bis ma anche il già cita­to que­si­to sul­la respon­sa­bi­li­tà civi­le dei magi­stra­ti, da mol­ti rite­nu­to caval­lo di bat­ta­glia del­la cam­pa­gna “Giu­sti­zia giu­sta” (ma anche, a ragio­ne, accu­sa­to di demagogia).

La Corte Costituzionale non si occupa e non deve occuparsi, del resto, di approvare quesiti referendari sulla base del maggiore o minore consenso riscontrabile tra la popolazione, bensì unicamente in ragione della loro costituzionalità.

D’altro can­to è ormai inne­ga­bi­le e onni­pre­sen­te lo scol­la­men­to tra poli­ti­ca e cit­ta­di­ni, tra biso­gni quo­ti­dia­ni, neces­si­tà urgen­ti, e orga­ni legi­sla­ti­vi ed ese­cu­ti­vi che dovreb­be­ro dia­lo­ga­re con i pro­pri elet­to­ri, ascol­tar­li, tro­va­re rispo­ste. Ne deri­va­no evi­den­te­men­te sfi­du­cia e disin­te­res­se: un’opi­nio­ne pub­bli­ca poco con­sa­pe­vo­le e qua­si per nul­la infor­ma­ta, che sco­pre di dover­si reca­re al voto con appe­na un paio di set­ti­ma­ne di anti­ci­po; che per riu­sci­re a capi­re, per eser­ci­ta­re un pro­prio dirit­to, deve infor­mar­si qua­si inte­ra­men­te da sé, ricer­can­do nei rita­gli di tem­po di una vita affan­no­sa fon­ti affi­da­bi­li cui attingere. 

E se poi rie­sce a tro­va­re il tem­po, si tro­va di fron­te a que­si­ti for­se ecces­si­va­men­te tec­ni­ci, che si per­do­no nel­le spi­re di un siste­ma giu­di­zia­rio di cui sa poco e in temi che, ine­vi­ta­bil­men­te, avver­te come estra­nei e di nes­sun impat­to sul­la vita rea­le. Per­ché è pro­prio que­sto che la poli­ti­ca sem­bra spes­so igno­ra­re: la vita rea­le del­le per­so­ne, il mon­do con­cre­to che la stra­gran­de mag­gio­ran­za di noi vive e cono­sce, di cui coglia­mo i difet­ti da cor­reg­ge­re, le man­can­ze, i vuo­ti nor­ma­ti­vi. Qui sta il pro­ble­ma: in un siste­ma che man­ca di un ordi­ne di prio­ri­tà, in un pano­ra­ma di par­ti­ti che ormai da trop­pi anni han­no abban­do­na­to il loro ruo­lo di cer­nie­re di tra­smis­sio­ne tra gover­na­ti e gover­no, di con­trat­ta­zio­ne e rap­pre­sen­tan­za, e che anzi non rap­pre­sen­ta­no più che se stes­si, chiu­den­do occhi ed orec­chie alla real­tà che sta fuori. 

Il pun­to non è che que­si­ti refe­ren­da­ri più “cal­di” sia­no sta­ti rite­nu­ti inco­sti­tu­zio­na­li e non sot­to­po­ni­bi­li al voto; il pun­to è che la clas­se diri­gen­te non si pre­oc­cu­pa e non vuo­le pro­va­re ad affron­ta­re di nuo­vo quel­le que­stio­ni, maga­ri rie­la­bo­ra­re i que­si­ti affin­ché pos­sa­no pas­sa­re la valu­ta­zio­ne di ammis­si­bi­li­tà, offri­re, alle milio­ni di per­so­ne che lo chie­do­no a gran voce, la pos­si­bi­li­tà di otte­ne­re dirit­ti che in mol­ti altri Pae­si sono già dati per cer­ti e garan­ti­ti tra­sver­sal­men­te da tut­ti gli orien­ta­men­ti politici. 

Con lo slogan “Giustizia giusta” il comitato promotore voleva forse conquistare la pancia degli italiani, assetati di cambiamento: ma di quale cambiamento, di quali cambiamenti, la politica ignora o vuole ignorare, avanzando proposte morte, vuote, che non risolvono nulla e che non ascoltano nessuno.

Attra­ver­so que­ste pro­po­ste di “Giu­sti­zia giu­sta”, è vero, sono sta­te evi­den­zia­te e sot­to­po­ste ai cit­ta­di­ni del­le cri­ti­ci­tà e disfun­zio­ni del siste­ma: come l’abuso del­la custo­dia cau­te­la­re, che pone l’Italia tra i pri­mi in clas­si­fi­ca per per­cen­tua­le di dete­nu­ti anco­ra pri­vi di sen­ten­za defi­ni­ti­va (ben il 34,6% a fine 2016, rispet­to alla media UE del 22%). Ma non ci sono sta­te for­ni­te solu­zio­ni sod­di­sfa­cen­ti: cor­reg­ge­re non signi­fi­ca can­cel­la­re, ristrut­tu­ra­re un edi­fi­cio non è abbat­ter­lo dal­le fon­da­men­ta, giu­sti­zia non è abo­li­re la custo­dia cau­te­la­re lascian­do cen­ti­na­ia, miglia­ia di vit­ti­me pri­ve di alcun tipo di tute­la (peral­tro già man­che­vo­le). Lo stes­so discor­so val­ga per la pro­po­sta di abo­li­zio­ne del Decre­to Seve­ri­no, raris­si­mo prov­ve­di­men­to anti-cor­ru­zio­ne in un Pae­se che di cor­ru­zio­ne, pur­trop­po, vive.

E che dire poi dei 3 que­si­ti ine­ren­ti Rifor­ma del CSM, Valu­ta­zio­ne dei magi­stra­ti e Sepa­ra­zio­ne del­le car­rie­re? Anco­ra una vol­ta, sem­bra­no riguar­dar­ci poco o nien­te; e sul­la vali­di­tà del­le modi­fi­che sug­ge­ri­te sono sta­ti avan­za­ti sva­ria­ti dub­bi, anche in ragio­ne del­la man­can­za di dati e argo­men­ta­zio­ni soli­de in favo­re. Per giun­ta, essi sono risul­ta­ti coin­vol­ti dal­la Rifor­ma Car­ta­bia (che deve anco­ra esse­re appro­va­ta in Sena­to), con­tri­buen­do ad ali­men­ta­re l’alone di futi­li­tà che già li circondava. 

Qual è la giustizia giusta per i cittadini? Nessuno ce l’ha chiesto e forse a nessuno importa. 

Ma le voci non man­ca­no: ci par­la­no di cri­si eco­no­mi­ca, di indi­gen­za e pover­tà in cre­sci­ta anche in con­se­guen­za del­la pan­de­mia di Covid-19, ma non solo; ci par­la­no di disoc­cu­pa­zio­ne, con tas­si par­ti­co­lar­men­te ele­va­ti tra don­ne e gio­va­ni; ci par­la­no di man­ca­ta tute­la sul lavo­ro, di mor­ti bian­che, assen­za di una nor­ma­ti­va sul sala­rio mini­mo che garan­ti­sca a tut­ti digni­tà e la pos­si­bi­li­tà di costrui­re la pro­pria esi­sten­za su basi soli­de, pro­get­ta­re il pro­prio futuro. 

Ci par­la­no del­le insuf­fi­cien­ze di assi­sten­za, pre­vi­den­za, sani­tà; del cre­scen­te diva­rio di ric­chez­za che garan­ti­sce tut­to a pochis­si­mi e qua­si nul­la ai più. Ci par­la­no di discri­mi­na­zio­ni, su base etni­ca, reli­gio­sa, di ses­so e gene­re, discri­mi­na­zio­ni ali­men­ta­te quo­ti­dia­na­men­te sui social dai nostri poli­ti­ci e osan­na­te in Sena­to. Ci par­la­no di cri­si cli­ma­ti­ca: che già pesa sul­le spal­le del­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, con­sa­pe­vo­li che tut­te le sue deva­stan­ti con­se­guen­ze non avran­no rica­du­ta che su di loro, che si sen­to­no impo­ten­ti di fron­te a chi si osti­na a mar­gi­na­liz­zar­le e smi­nuir­ne il contributo. 

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Con­di­vi­di:
Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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