Cosa sanno le app del ciclo mestruale su di noi?

Cosa sanno le app del ciclo mestruale su di noi?

Dopo l’eli­mi­na­zio­ne del dirit­to costi­tu­zio­na­le all’abor­to negli USA, even­to cri­ti­co che ha tra­vol­to l’opinione pub­bli­ca mon­dia­le, è tor­na­ta in auge una discus­sio­ne, già aper­ta da tem­po, riguar­dan­te la gestio­ne dei dati da par­te del­le appli­ca­zio­ni che moni­to­ra­no il ciclo mestrua­le. Ciò per­ché que­ste potreb­be­ro esse­re uti­liz­za­te per rac­co­glie­re dati sen­si­bi­li e per il trac­cia­men­to del­le uten­ti, che potran­no così esse­re più facil­men­te per­se­gui­te legal­men­te nel caso doves­se­ro deci­de­re di abor­ti­re in uno Sta­to dove l’aborto sarà rite­nu­to reato.

L’utilizzo di que­ste app (mol­to sca­ri­ca­te sono, ad esem­pio, Clue Flo) ren­de il moni­to­rag­gio del ciclo più imme­dia­to rispet­to ad altri meto­di ana­lo­gi­ci; dà una sti­ma del­la fine­stra di fer­ti­li­tà (ma, ricor­dia­mo, que­ste sti­me sono assai sen­si­bi­li a varia­zio­ni, quin­di non sono da con­si­de­ra­re come alter­na­ti­ve a meto­di anti­con­ce­zio­na­li); dà la pos­si­bi­li­tà di regi­stra­re, tra i vari para­me­tri, anche l’uti­liz­zo di con­trac­cet­ti­vi, la fre­quen­za dell’atti­vi­tà ses­sua­le, even­tua­li sin­to­mi pre­me­strua­li e irre­go­la­ri­tà del­le mestrua­zio­ni, age­vo­lan­do­ne così la memo­riz­za­zio­ne in vista di futu­re visi­te ginecologiche. 

A fronte di questa comodità, bisogna però riflettere su come vengono utilizzati i nostri dati, tenendo a mente l’adagio “se qualcosa è gratis [come queste app], il prodotto sei tu”. 

Nel 2021, un report redat­to dall’Inter­na­tio­nal Digi­tal Accoun­ta­bi­li­ty Coun­cil (IDAC) ha rile­va­to che mol­te di que­ste appli­ca­zio­ni inol­tra­no a ter­ze par­ti infor­ma­zio­ni per­so­na­li non crit­to­gra­fa­te, ossia con­di­vi­se in for­ma non pro­tet­ta da una chia­ve di decrit­ta­zio­ne e, dun­que, facil­men­te accessibili. 

Tal­vol­ta que­sti dati sono ven­du­ti in for­ma aggre­ga­ta (quin­di sen­za un rife­ri­men­to indi­vi­dua­le), ma ciò non è una garan­zia, per­ché è pos­si­bi­le a risa­li­re all’iden­ti­tà di una per­so­na incro­cian­do i vari dati acqui­si­ti (acqui­sti, geo­lo­ca­liz­za­zio­ne, mes­sag­gi). L’ideale, dun­que, sareb­be ser­vir­si di app che crit­to­gra­fa­no i dati e li sal­va­no diret­ta­men­te sul tele­fo­no, non su cloud esterni. 

Se di per sé già que­sto può rap­pre­sen­ta­re un ele­men­to di cui tene­re con­to, biso­gna sot­to­li­nea­re anche che spes­so di que­sto invio di dati non si fa men­zio­ne all’interno del­la pri­va­cy poli­cy. Alcu­ni calen­da­ri mestrua­li, inve­ce, pos­so­no esse­re uti­liz­za­ti solo ed uni­ca­men­te se dall’utente sono accet­ta­ti tut­ti i ter­mi­ni sul­la pri­va­cy – com­pre­si quel­li che riguar­da­no la con­di­vi­sio­ne dei dati con ter­zi –, vio­lan­do così le leg­gi euro­pee sul­la privacy. 

Tra le terze parti che possono ottenere questi dati troviamo anche i social network. 

Nel 2019, uno stu­dio di Pri­va­cy Inter­na­tio­nal (PI), orga­niz­za­zio­ne bene­fi­ca che difen­de il dirit­to alla pri­va­cy, ha rile­va­to che diver­se app (tra le qua­li la sopra­ci­ta­ta Flo, che però ha poi cam­bia­to la pro­pria poli­cy, MayaMy Period Trac­ker) con­di­vi­do­no dati con Face­book sen­za un con­sen­so espli­ci­to e infor­ma­to da par­te degli uten­ti. Al tem­po di que­sto stu­dio, il 61% del­le 36 appli­ca­zio­ni pre­se in con­si­de­ra­zio­ne da PI invia­va dati a Face­book in manie­ra auto­ma­ti­ca, nel momen­to stes­so in cui l’utente apri­va l’app. 

Il fine prin­ci­pa­le è quel­lo di pro­por­re pub­bli­ci­tà mira­te e annun­ci per­so­na­liz­za­ti: un’informazione fon­da­men­ta­le gli inser­zio­ni­sti è l’umore dell’utente e, di con­se­guen­za, la sua pro­pen­sio­ne all’acquisto e il suo gra­do di manipolabilità. 

A vol­te, però, i dati ven­go­no anche con­di­vi­si con i dato­ri di lavo­ro che, anche se rice­vo­no i dati in for­ma ano­ni­ma, pos­so­no così sti­ma­re quan­te dipen­den­ti sono inten­zio­na­te ad ave­re un figlio, sono in gra­vi­dan­za o sono in menopausa… 

Tut­ta­via, biso­gna ricor­da­re che alcu­ne appli­ca­zio­ni (come Clue) uti­liz­za­no i dati – ano­ni­mi e aggre­ga­ti – con fina­li­tà di ricer­ca, uti­li anche a col­ma­re le nume­ro­se lacu­ne che da sem­pre inte­res­sa­no gli ambi­ti fem­mi­ni­li del­la medi­ci­na, del­la salu­te ripro­dut­ti­va e del pia­ce­re sessuale.

Attualmente negli Stati Uniti, dunque, è forte e reale il timore che possano essere acquistati – dalle forze dell’ordine, ma anche da privati – pacchetti di dati per verificare se una donna ha abortito o ha intenzione di farlo. 

E que­sti dati sen­si­bi­li e per­so­na­li non ven­go­no rica­va­ti solo dal­le app del ciclo mestrua­le: ci si può ser­vi­re del­la loca­liz­za­zio­ne, con­trol­lan­do se una per­so­na si è reca­ta pres­so una cli­ni­ca che si occu­pa di abor­ti; oppu­re del­le ricer­che su Goo­gle e dal­le chat pri­va­te. Goo­gle, Face­book, Insta­gram, Ama­zon, e altre app che han­no acces­so ai dati sul­la posi­zio­ne: tut­ti pos­so­no esse­re coin­vol­ti e for­ni­re infor­ma­zio­ni. Ciò che con­vie­ne fare, dun­que, è ser­vir­si di una VPN, assi­cu­rar­si che le email e i mes­sag­gi sia­no crip­ta­ti e la loca­liz­za­zio­ne sia disat­ti­va­ta

Ovvia­men­te, però, l’azio­ne indi­vi­dua­le non è abba­stan­za ed è neces­sa­rio che si inter­ven­ga in que­sto ambi­to anche a livel­lo poli­ti­co e giu­ri­di­co.

Nel Rego­la­men­to gene­ra­le sul­la pro­te­zio­ne dei dati (GDPR) redat­to dall’Unione Euro­pa i dati rela­ti­vi alla salu­te sono rite­nu­ti sen­si­bi­li ed è vie­ta­to ser­vir­se­ne per la pro­fi­la­zio­ne sen­za il con­sen­so espli­ci­to dell’utente. Le appli­ca­zio­ni che han­no sede in un Pae­se mem­bro dell’Unione Euro­pa sono così costret­te a un con­trol­lo più strin­gen­te e gli uten­ti sono mag­gior­men­te tute­la­ti. Altro­ve, però, non fun­zio­na così.

A segui­to del­la dif­fu­sio­ne del­la boz­za del­la sen­ten­za su Dobbs v. Jack­son Women’s Health Orga­ni­za­tion, i legi­sla­to­ri demo­cra­ti­ci si sono mobi­li­ta­ti per la ste­su­ra di una pro­po­sta di leg­ge, My Body, My Data Act, al fine di garan­ti­re mag­gio­re pro­te­zio­ne dei dati rela­ti­vi alla salu­te ripro­dut­ti­va. Dif­fi­cil­men­te, però, que­sta boz­za diven­te­rà qual­co­sa di più con­cre­to, man­can­do qua­si sicu­ra­men­te l’appoggio dei Repub­bli­ca­ni. Negli Sta­ti Uni­ti, l’Health Insu­ran­ce Por­ta­bi­li­ty and Accoun­ta­bi­li­ty Act pro­teg­ge già i dati riguar­dan­ti la salu­te del­le per­so­ne, ma le app del ciclo mestrua­le non rien­tra­no nel­la casi­sti­ca pre­vi­sta dal­la legge.

Tutto ciò porta a una riflessione più profonda. 

Que­sta gestio­ne – discu­ti­bi­le – dei dati da par­te del­le appli­ca­zio­ni è qual­co­sa che già si cono­sce mol­to bene: si trat­ta, anco­ra una vol­ta, del con­trol­lo del cor­po del­le don­ne.

Cam­bia for­ma e si ade­gua ai tem­pi che muta­no, inte­gran­do­si per­fet­ta­men­te con la tec­no­lo­gia. La sor­ve­glian­za digi­ta­le pun­ta a gover­na­re i cor­pi, traen­do pro­fit­ti da que­sti. Si sti­ma che le “fem­tech”, azien­de che si occu­pa­no del­la salu­te del­le don­ne, per il 2025 saran­no in gra­do di gene­ra­re un valo­re glo­ba­le di oltre 50 milio­ni di dollari. 

Come spes­so acca­de, se un dato feno­me­no (come l’invasione del­la pri­va­cy) riguar­da tut­ti, a far­ci le spe­se in modo acu­to e gra­ve sono le cate­go­rie più mar­gi­na­liz­za­te. Le don­ne, così, si vedo­no pri­va­te del dirit­to all’aborto e quel­lo alla pri­va­cy, ma soprat­tut­to del­la liber­tà di autodeterminarsi. 

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Costanza Mazzucchelli
Clas­se 2000, stu­den­tes­sa di Let­te­re. Guar­do il mon­do attra­ver­so i miei occhia­li spes­si, ascol­to e leg­go, poi scri­vo di ciò che ho imparato.

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