Da rivedere per la prima volta. E morì con un felafel in mano

Da rivedere per la prima volta. E morì con un felafel in mano

In que­sto luglio dal cal­do sfian­can­te giu­sta­men­te si può non ave­re mol­ta voglia di guar­da­re un film impe­gna­ti­vo: sono trop­po poche le for­ze per goder­si un gran­de clas­si­co o simi­li. Ma le gior­na­te esti­ve sono lun­ghe e spes­so non pas­sa­no pro­prio, quin­di un film sem­pli­ce, leg­ge­ro, diver­ten­te ma comun­que di qua­li­tà può esse­re una buo­na solu­zio­ne per goder­si del tem­po. E morì con un fela­fel in mano è esat­ta­men­te que­sto: una com­me­dia sem­pli­ce, scor­re­vo­le ma mai pre­ve­di­bi­le, capa­ce di dare momen­ti di gran­de risa­ta e di genui­na riflessione. 

È un film austra­lia­no del 2001, diret­to da Richard Lowen­stein e ispi­ra­to all’omonimo roman­zo di John Bir­min­ghan. La sto­ria ini­zia con la mor­te di Flip, ritro­va­to dal suo coin­qui­li­no Dan­ny davan­ti alla tv con un fela­fel in mano. Da qui par­te un lun­go fla­sh­back che riper­cor­re le lun­ghe vicen­de di Dan­ny, costret­to a lascia­re e cam­bia­re casa per i moti­vi più dispa­ra­ti come un rito paga­no, minac­ce di due vio­len­ti poli­ziot­ti e cre­di­to­ri che inse­guo­no Dan­ny. Lui ad ogni casa si ritro­ve­rà cir­con­da­to da biz­zar­ri coin­qui­li­ni, situa­zio­ni assur­de e momen­ti sur­rea­li; tut­ta­via, i suoi ami­ci più cari lo segui­ran­no ad ogni cam­bio casa, volen­ti o nolen­ti, ogni vol­ta per un moti­vo diver­so. Tra di loro vi sono: Sam (Emi­ly Hamil­ton), Flip (Bret Stewart), Milo, Anya e Taylor. 

La con­di­zio­ne pre­ca­ria di Dan­ny è il car­di­ne di tut­ta la nar­ra­zio­ne, lui è un tren­ten­ne che non ha par­ti­co­la­ri pia­ni per il futu­ro, è per­so in una sta­si peren­ne, dice di esse­re uno scrit­to­re ma non ha mai scrit­to nul­la, cer­ca un lavo­ro in modo mol­to estem­po­ra­neo, per­lo­più si lascia tra­spor­ta­re dagli even­ti e li vive così come gli arri­va­no. Intre­pre­ta­to magni­fi­ca­men­te da Noah Tay­lor (stes­so atto­re che fa il padre di Char­lie ne La fab­bri­ca di cioc­co­la­to di Tim Bur­ton), con il suo viso incar­na total­men­te l’essenza del per­so­nag­gio, in par­te l’esempio di una gene­ra­zio­ne sen­za stra­de, costret­ta a dover ragio­na­re in un modo che non leap­par­tie­ne e for­se non anco­ra inte­res­sa­ta a sop­pe­sar­si le respon­sa­bi­li­tà; ma non è un debo­le e, sem­pre, con for­za rie­sce ad anda­re oltre ai nume­ro­si osta­co­li che gli si palesano. 

Si riesce facilmente a voler bene a questo personaggio, ci si rispecchia in molte delle sue azioni e nelle sue paure.

Se Dan­ny è l’epicentro del­la pel­li­co­la, ugual­men­te impor­tan­te è tut­to ciò che gira intor­no a lui, ovve­ro i per­so­nag­gi che si incon­tra­no. Sono dei più varie­ga­ti: da un ban­chie­re che vive in una ten­da a Flip che pren­de il sole di not­te per ave­re la tin­ta­rel­la di luna, da una don­na nevro­ti­ca e peren­ne­men­te sul­le spi­ne a Anya che fa riti paga­ni per com­bat­te­re il patriar­ca­to, e altri anco­ra, grot­te­schi o stra­va­gan­ti. Così sono anche le situa­zio­ni e soprat­tut­to i discor­si che que­sti avran­no nel­le loro case. 

Proprio i dialoghi sono uno degli aspetti migliori e più riusciti dell’opera. Sono squisitamente strampalati, del tutto singolari, inverosimili, surreali ma mai irreali. 

Que­sto sta­re nel mez­zo tra impos­si­bi­le e vero­si­mi­le pro­vo­ca il riso e fa fun­zio­na­re benis­si­mo la com­me­dia. Un esem­pio è que­sta scena:

Qui i per­so­nag­gi stan­no discu­ten­do di Le Iene di Taran­ti­no: è pia­ce­vol­men­te comu­ne nel film la gran­de quan­ti­tà di cita­zio­ni e rife­ri­men­ti presenti

In que­sta pic­co­la sequen­za si pos­so­no nota­re mol­ti altri degli ele­men­ti miglio­ri di que­sto ecce­zio­na­le film: la mes­sa in sce­na, il mon­tag­gio, la carat­te­riz­za­zio­ne dei per­so­nag­gi di cui già si è det­to prima.

Il secon­do è sem­pli­ce ma mai scon­ta­to, stu­pi­sce con tro­va­te ina­spet­ta­te e fur­be che crea­no momen­ti mol­to diver­ten­ti. Un esem­pio comu­ne nel­la pel­li­co­la sono i dia­lo­ghi tra più per­so­nag­gi nei qua­li, a con­ver­sa­zio­ne già par­ti­ta e nel suo pie­no, vie­ne inqua­dra­to improv­vi­sa­men­te un per­so­nag­gio lì pre­sen­te, che non si sape­va fos­se lì e che spes­so sta facen­do qual­co­sa di com­ple­ta­men­te sle­ga­to dal­la con­ver­sa­zio­ne. Più vol­te si han­no tro­va­te di que­sta tipo­lo­gia, che fun­zio­na­no benis­si­mo risul­tan­do spon­ta­nee e leg­ge­re e si lega­no a una intel­li­gen­te mes­sa in sce­na dei personaggi.

E morì con un felafel in mano è quindi un grande film molto leggero, piacevole proprio questa sua fluidità tranquilla, una commedia che fa delle situazioni e dei personaggi improbabili la sua forza. 

Nono­stan­te non sia mol­to cono­sciu­to è un cult semi indi­pen­den­te che ricor­da la bel­lez­za pro­pria che il cine­ma indi­pen­den­te può ave­re, come la sua ori­gi­na­li­tà con­ti­nua. Usci­to a ini­zio anni 2000, ha anco­ra mol­to dell’estetica tipi­ca degli anni ’90, come i movi­men­ti di mac­chi­na e le inqua­dra­tu­re e quel tipo di ener­gia e spi­ri­to. Inol­tre, cosa mol­to rara, que­sto film è cal­da­men­te con­si­glia­to da vede­re dop­pia­to in ita­lia­no, alcu­ni per­so­nag­gi pren­do­no una for­ma mol­to più diver­ten­te che nell’originale. Quest’opera andreb­be recu­pe­ra­ta per vari moti­vi, dal­la sua qua­li­tà al suo esse­re trop­po poco cono­sciu­to, sicu­ra­men­te però per l’abilità che ha di rac­con­ta­re dan­do rifles­sio­ni e risa­te con gran­de leg­ge­rez­za e pia­ce­vo­lez­za.

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Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

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