Genesi e sviluppi dell’ennesima crisi di governo italiana

Genesi e sviluppi dell’ennesima crisi di governo italiana

Nien­te di nuo­vo sul fron­te poli­ti­co ita­lia­no: le dimis­sio­ni di Mario Dra­ghi, ras­se­gna­te al pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca nel­la mat­ti­na­ta del 21 luglio scor­so, suo­na­no come un ritor­nel­lo del tut­to pri­vo di sor­pre­se alle orec­chie dei cit­ta­di­ni ita­lia­ni, che dall’inizio del­la secon­da Repub­bli­ca, nel 1994, han­no assi­sti­to al suc­ce­der­si di ben 16 gover­ni e 10 pre­mier, per una dura­ta media 617 gior­ni: poco più di un anno e mez­zo. Non che il siste­ma del­la pri­ma Repub­bli­ca fun­zio­nas­se mol­to meglio, anzi: dal 1946 al 1994 i gover­ni sono sta­ti 50, per una dura­ta media di 349 giorni. 

Pochi ma signi­fi­ca­ti­vi dati, que­sti, che ci spie­ga­no per­ché gli ita­lia­ni si sono ormai abi­tua­ti all’idea di recar­si alle urne in occa­sio­ne del­le ele­zio­ni nazio­na­li mol­to più di una vol­ta ogni cin­que anni, come la nostra Costi­tu­zio­ne prevede.

La crisi che stiamo vivendo, tuttavia, presenta delle peculiarità non irrilevanti. 

In pri­mis, il pre­mier che ha gover­na­to il nostro Pae­se a par­ti­re da feb­bra­io 2021 gode di sti­ma a livel­lo inter­na­zio­na­le e le sue com­pe­ten­ze in cam­po eco­no­mi­co sem­bra­va­no poter assi­cu­ra­re una buo­na, se non otti­ma, com­pi­la­zio­ne del PNRR, la cui ero­ga­zio­ne è subor­di­na­ta all’approvazione di alcu­ne rifor­me su cui vero­si­mil­men­te l’Europa non con­ce­de­rà dero­ghe. Se è vero che il gover­no rimar­rà in cari­ca «per il disbri­go degli affa­ri cor­ren­ti», for­mu­la in cui la gestio­ne del PNRR è inclu­sa, è altre­sì vero che è appar­so alquan­to irra­zio­na­le far cade­re pre­ma­tu­ra­men­te, ossia pri­ma del feb­bra­io 2023, il gover­no gui­da­to da Mario Dra­ghi, impe­den­do­gli, così, di redi­ge­re la leg­ge di bilan­cio che come ogni anno va pre­sen­ta­ta entro fine dicembre.

I gior­na­li stra­nie­ri han­no par­la­to di “Choc per l’Europa”, non man­can­do di sot­to­li­nea­re come la cri­si abbia impat­ta­to nega­ti­va­men­te sull’ormai fami­ge­ra­to spread tra tito­li di sta­to tede­schi e ita­lia­ni (il pic­co è sta­to rag­giun­to pro­prio nel­la gior­na­ta di gio­ve­dì 21 luglio, quan­do il dif­fe­ren­zia­le di ren­di­men­to tra un tito­lo decen­na­le emes­so dal­lo Sta­to ita­lia­no e il cor­ri­spon­den­te tede­sco ha rag­giun­to 248 pun­ti base). 

In secundis, una campagna elettorale estiva non è esattamente lo scenario a cui si pensava di dover assistere.

Per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria repub­bli­ca­na, infat­ti, le ele­zio­ni si ter­ran­no in autun­no, il che vuol dire che le liste, le fir­me e i can­di­da­ti per i col­le­gi uni­no­mi­na­li dovran­no esse­re pre­sen­ta­ti nel­le Cor­ti d’Ap­pel­lo nel­le tor­ri­de gior­na­te del 21 e del 22 ago­sto. Una cam­pa­gna elet­to­ra­le sot­to l’ombrellone, l’hanno iro­ni­ca­men­te defi­ni­ta alcu­ni commentatori.

Al di là del diso­rien­ta­men­to che le carat­te­ri­sti­che di que­sta cri­si potreb­be­ro susci­ta­re negli elet­to­ri, per tut­ti gli inde­ci­si è arri­va­to il momen­to di tira­re le som­me e di defi­ni­re il pro­prio orien­ta­men­to di voto in vista del­le ele­zio­ni, che si ter­ran­no tra le 7 e le 23 del 25 set­tem­bre.

A tal fine, potrebbe essere utile ripercorrere le tappe principali che hanno portato alle dimissioni del premier.

Secon­do mol­ti osser­va­to­ri, i pri­mi segna­li dell’imminente cri­si sono da rin­ve­ni­re nell’intervista, pub­bli­ca­ta dal Fat­to Quo­ti­dia­no il 29 giu­gno, dove il socio­lo­go Dome­ni­co de Masi ripor­ta­va una tele­fo­na­ta tra Gril­lo e Dra­ghi in cui quest’ultimo avreb­be chie­sto al garan­te del Movi­men­to Cin­que Stel­le di rimuo­ve­re Con­te dal­la lea­der­ship del par­ti­to. Che que­sta con­ver­sa­zio­ne sia effet­ti­va­men­te avve­nu­ta è ogget­to di dibat­ti­to anco­ra oggi dato che la sera stes­sa è arri­va­ta la smen­ti­ta del Pre­si­den­te del Con­si­glio; tut­ta­via, ciò non è basta­to a scio­glie­re la ten­sio­ne tra i due.

Le cri­ti­ci­tà si sono acui­te quan­do Con­te ha pre­sen­ta­to a Dra­ghi una lista di nove pun­ti da sod­di­sfa­re che sono suo­na­ti come una sor­ta di ulti­ma­tum al gover­no: tra que­sti, i più emble­ma­ti­ci sono l’introduzione del sala­rio mini­mo, la pro­ro­ga del super­bo­nus edi­li­zio (ossia una detra­zio­ne del 110% del­le spe­se soste­nu­te per l’efficientamento ener­ge­ti­co o la ridu­zio­ne del rischio sismi­co degli edi­fi­ci), il no alle tri­vel­le e lo stop alle pole­mi­che sul red­di­to di cit­ta­di­nan­za, in meri­to a cui i pen­ta­stel­la­ti si sono dichia­ra­ti dispo­sti a valu­ta­re «solu­zio­ni per miglio­ra­re e acce­le­ra­re l’inserimento al lavo­ro» pre­ten­den­do allo stes­so tem­po che l’intera misu­ra non fos­se mes­sa in discussione.

Non era pre­sen­te tra i nove pun­ti, ma è sta­ta comun­que moti­vo di divi­sio­ne, una nor­ma con­te­nu­ta nel decre­to Aiu­ti che avreb­be dato al sin­da­co di Roma Gual­tie­ri il pote­re di rea­liz­za­re un ter­mo­va­lo­riz­za­to­re nel­la capi­ta­le. Si trat­ta di un impian­to che alcu­ni con­si­de­ra­no neces­sa­rio per la gestio­ne dei rifiu­ti a Roma, men­tre i pen­ta­stel­la­ti si sono sem­pre oppo­sti alla sua rea­liz­za­zio­ne. Al fine di fare chia­rez­za, Dra­ghi ha per­tan­to deci­so di por­re la que­stio­ne di fidu­cia sul decre­to Aiu­ti, in modo da costrin­ge­re il Movi­men­to a deci­de­re se con­ti­nua­re a soste­ne­re il gover­no o usci­re dal­la maggioranza.

Il pre­mier, infat­ti, ha sùbi­to chia­ri­to che, nono­stan­te i voti dei pen­ta­stel­la­ti non fos­se­ro neces­sa­ri per con­ti­nua­re ad “ave­re i nume­ri” in par­la­men­to, la que­stio­ne arit­me­ti­ca non con­ta­va: fat­ta ecce­zio­ne per Fra­tel­li d’Italia, infat­ti, il “gover­no del presidente”era nato come gover­no di uni­tà nazio­na­le e tale dove­va rima­ne­re. L’esito del voto di fidu­cia ha por­ta­to il pre­mier a ras­se­gna­re le sue dimis­sio­ni al Qui­ri­na­le poi­ché al sena­to il M5S ha deci­so di usci­re dall’aula, di fat­to non votan­do la fidu­cia. Il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca, tut­ta­via, ha respin­to le dimis­sio­ni di Dra­ghi, esor­tan­do­lo a par­la­men­ta­riz­za­re la cri­si, ossia a recar­si in par­la­men­to per chie­de­re la fidu­cia del­le for­ze poli­ti­che poi­ché, di fat­to, il gover­no non ha mai per­so la mag­gio­ran­za numerica.

Arriviamo, dunque, a mercoledì scorso, quando il Presidente del Consiglio ha ottenuto la fiducia al Senato con soli 95 sì e ben 38 no.

Pre­sen­ti non votan­ti i Cin­que Stel­le, assen­ti Lega e For­za Ita­lia, favo­re­vo­li Par­ti­to Demo­cra­ti­co, Leu, Ita­lia Viva, Azio­ne e +Euro­pa, Ita­lia al cen­tro, Ita­lia per il futu­ro e Auto­no­mie. Se il man­ca­to soste­gno da par­te del M5S era pre­ve­di­bi­le per i moti­vi soprae­len­ca­ti, l’improvvisa usci­ta dal­la mag­gio­ran­za di For­za Ita­lia ha cau­sa­to un vero e pro­prio ter­re­mo­to all’interno del par­ti­to, con l’addio di Gel­mi­ni, Bru­net­ta, Car­fa­gna e Can­gi­ni (quest’ultimo ha suc­ces­si­va­men­te ade­ri­to ad Azio­ne). Le moti­va­zio­ni del­la scel­ta sono comu­ni per tut­ti e quat­tro gli ex for­zi­sti, i qua­li han­no accu­sa­to il par­ti­to di esser­si pie­ga­to alla linea det­ta­ta da Lega e Fra­tel­li d’Italia. «Ripo­si­no in pace» è sta­ta la rispo­sta infe­li­ce di Ber­lu­sco­ni, che sul­le dimis­sio­ni di Dra­ghi ha com­men­ta­to: «pro­ba­bil­men­te era stan­co e ha col­to la pal­la al bal­zo per andarsene».

Tutt’altro che improv­vi­sa è sta­ta, inve­ce, la scel­ta del­la Lega, che secon­do mol­ti gior­na­li­sti poli­ti­ci sta­va cer­can­do da mesi di sfi­lar­si dal­la mag­gio­ran­za sen­za pren­der­si la respon­sa­bi­li­tà del­la cadu­ta del gover­no. Per quan­to riguar­da il Pd di Let­ta, la pre­sa di posi­zio­ne è sta­ta ine­qui­vo­ca­bi­le: «L’Italia è sta­ta tra­di­ta» ha affer­ma­to il segre­ta­rio dem, il qua­le ritie­ne che chi non ha vota­to la fidu­cia mer­co­le­dì lo abbia fat­to per inte­res­si egoi­sti­ci.

A conti fatti, dunque, quel che è certo è che tra due mesi esatti saremo chiamati alle urne.

Per la pri­ma vol­ta eleg­ge­re­mo 600 par­la­men­ta­ri anzi­ché 945. Ver­rà appli­ca­ta, infat­ti, la rifor­ma costi­tu­zio­na­le appro­va­ta tra­mi­te Refe­ren­dum il 21 set­tem­bre 2020, a cui era segui­ta anche la ride­fi­ni­zio­ne dei col­le­gi uni­no­mi­na­li e plu­ri­no­mi­na­li. Quel che non è cer­to, al con­tra­rio, è il futu­ro dell’alleanza M5S-Pd: data l’inconciliabilità di vedu­te che i due par­ti­ti han­no dimo­stra­to di ave­re sul gover­no Dra­ghi, infat­ti, sem­bra alquan­to impro­ba­bi­le che il cosid­det­to “cam­po lar­go” pos­sa soprav­vi­ve­re, men­tre non è da esclu­de­re un’alleanza tra Pd e Azio­ne e + Euro­pa (Calen­da) o, alter­na­ti­va­men­te, con Ita­lia per il futu­ro (di Maio). Insom­ma, non ci resta che atten­de­re gli svi­lup­pi di una cam­pa­gna elet­to­ra­le che si svol­ge­rà nell’arido cli­ma (poli­ti­co) italiano.

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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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