La pezza neosurrealista di Valerio Lundini

La pezza neosurrealista di Valerio Lundini

Giun­ge al suo epi­lo­go la ter­za e ulti­ma (ascol­tan­do il sen­ti­men­to col­let­ti­vo) sta­gio­ne de Una pez­za di Lun­di­ni, il pro­gram­ma in onda in secon­da sera­ta su Rai 2 dal 2020, non­ché sim­pa­ti­ca rive­la­zio­ne dall’eccelsa com­pa­gnia duran­te il decor­so del perio­do di emer­gen­za pan­de­mi­ca. Ades­so ormai assu­me il tito­lo di capo­la­vo­ro sul­le boc­che di mol­tis­si­mi, rive­lan­do­si una gran­dio­sa riu­sci­ta nel mon­do del­la comi­ci­tà pre­pon­de­ra­ta, cau­sti­ca e gio­va­ne.

Vale­rio Lun­di­ni, clas­se 1986, con addie­tro già nume­ro­si azzar­di comi­ci che lascias­se­ro tra­spa­ri­re il crea­ti­vo e raro talen­to a lui con­ge­ni­to, si attrez­za quin­di egre­gia­men­te per prov­ve­de­re alla laten­za del virus e ser­ve su un piat­to alquan­to tra­san­da­to, qua­le è ormai dive­nu­ta la tele­vi­sio­ne pub­bli­ca, un otti­mo espe­dien­te di intrat­te­ni­men­to con cui por­re rime­dio al temi­bi­le avven­to di inat­te­si cam­bi di pro­gram­ma­zio­ne. Ci met­te “una pez­za”, la sua per­so­na­lis­si­ma pez­za, bre­ve ma effi­ca­ce, una paren­te­si imba­raz­za­ta di una ven­ti­na di minu­ti all’incirca, e in un tem­po così risi­ca­to, rie­sce comun­que a sco­rag­gia­re il pub­bli­co dall’intenzione di cam­bia­re canale. 

Ciò che probabilmente rende Lundini così speciale nel suo genere è proprio la sua iniziativa di esplorazione nel territorio esotico dell’assurdo, con un volto che mai abbandona l’imbarazzo e un gusto sopraffino per le strisce a modi fumetto. 

La sce­no­gra­fia sfon­do del­le sue posa­te peri­pe­zie è un’esplo­sio­ne cao­ti­ca e scon­clu­sio­na­ta di colo­ri e figu­re scon­nes­se tra di loro, il soq­qua­dro è inten­zio­na­le, fun­ge da alle­go­ri­co rag­gua­glio all’imprevedibilità del­le vicis­si­tu­di­ni, pro­prio come avvie­ne nel­la dina­mi­ca del­lo scherzo.

Le pun­ta­te sono rela­ti­va­men­te cor­te, è una for­mu­la eccel­len­te che rispet­ta le nuo­ve tem­pi­sti­che dell’uditorio a cui si rivol­ge, in aggiun­ta alla matu­ra con­sa­pe­vo­lez­za del­la lezio­ne pre­zio­sa secon­do cui “lo scher­zo è bel­lo fin­ché dura poco”. Lun­di­ni fa tasta­re alla per­fe­zio­ne la dif­fi­col­tà che si cela all’interno del labo­rio­so dise­gno die­tro alla risa­ta finale. 

Il suo serio­so per­so­nag­gio è frut­to di un atten­to esa­me alle minu­zie del­le paro­le, del­le espres­sio­ni, del­le cir­co­stan­ze da cui for­gia­re gli ila­ri equi­vo­ci che ren­do­no Una pez­za di Lun­di­ni il pre­gia­to diver­ti­men­to mira­to alla rifles­sio­ne oltre che al riso istan­ta­neo. Lun­di­ni ha insi­ta in sé una com­me­dia che scom­po­ne, che fa sede­re i suoi ospi­ti ma che non tra­smet­te mai idea di agio e como­di­tà, né a loro né a chi segue le paro­di­che inter­vi­ste aldi­là del­lo schermo. 

Con il suo show irri­ve­ren­te e dal lin­guag­gio in appa­ren­za mono­to­no, il comi­co roma­no sol­le­ti­ca pru­ri­to umo­ri­sti­co in chi lo segue, scar­di­na qual­sia­si ini­zia­le aspet­ta­ti­va del pub­bli­co e con­fer­ma un’ironia dis­sa­cran­te ma al con­tem­po altret­tan­to con­for­te­vo­le: si ride con mode­ra­zio­ne, qua­si mai a cre­pa­pel­le, i silen­zi diven­ta­no pie­tre milia­ri dell’architettura dei suoi sketch, qua­si come in poe­sia erme­ti­ca, assu­mo­no un valo­re fun­zio­na­le all’effet­to con­clu­si­vo rila­scia­to sul­lo spettatore. 

Uno spettatore attonito, spesso e volentieri in pendenza tra la risata e la domanda, dimostra la soddisfatta vittoria di Lundini nei retroscena del suo progetto. 

Ciò che desi­de­ra­va atte­sta­re lo ha ben otte­nu­to: la comi­ci­tà che mano­vra è indub­bia­men­te mate­ria­le per un audi­to­rium selet­ti­vo. Non tut­ti rido­no con Lun­di­ni, pochi cap­ta­no ciò che egli riser­va nei mean­dri del suo meta­tea­tro. Si trat­ta di una pazien­za ana­li­ti­ca che Lun­di­ni elo­gia, ma di cui non tut­ti colo­ro in ascol­to dispongono.

Il pez­zo comi­co di Ema­nue­la Fanelli

Piom­ba­to in sce­na nei pan­ni di con­dut­to­re da rim­piaz­zo, spae­sa­to, indif­fe­ren­te­men­te inse­ri­to in dina­mi­che di offer­ta tele­vi­si­va a lui estra­nee, ambi­guo nel suo espri­mer­si, mal­de­stro nel suo con­fu­so espor­si. Un indi­vi­duo pro­tet­to­re dell’etica ma scia­gu­ra­to, asser­ti­vo e fasul­lo in ogni suo ridi­co­lo ten­ta­ti­vo di affer­ma­re la pro­pria compostezza.

Eppure, il brutto anatroccolo della Rai diviene il suo cigno più pregiato. 

Il non-sen­se, con Lun­di­ni, riaf­fio­ra su nuo­ve super­fi­ci di logi­ca. Le invet­ti­ve che nascon­de sono innu­me­re­vo­li, ma mai pole­mi­che, le bat­tu­te che sfo­de­ra sono indi­ret­te, spa­zio­se nel­le inter­pre­ta­zio­ni e vir­tuo­sa­men­te impli­ci­te. Se a pri­mo impat­to sem­bra una tra­smis­sio­ne orien­ta­ta ver­so il gene­ra­li­smo più pla­ci­do e vacuo che pos­sa esi­ste­re (un con­dut­to­re di poche paro­le, una pre­sen­ta­tri­ce ben vesti­ta e ser­vi­le, un accom­pa­gna­men­to musi­ca­le arran­gia­to di sot­to­fon­do, un pub­bli­co anzia­no e accon­di­scen­den­te, inchie­ste par­zia­li e incon­clu­si­ve, ospi­ti di opi­na­bi­le rile­van­za, una diret­ta fin­ta­men­te resa spon­ta­nea), in un secon­do momen­to di ana­li­si, la sibil­li­na Pez­za si disve­la come una mes­sa in discus­sio­ne del mez­zo tele­vi­si­vo stesso.

Ine­di­ta e dirom­pen­te, la tra­gi­com­me­dia lun­di­nia­na all’insegna dell’impaccio e dell’inconveniente è sta­ta elet­ta dall’appetito di novi­tà gio­va­ni­le come una ven­ta­ta d’aria fre­sca intra­mon­ta­bi­le. Sarà fon­te di ram­ma­ri­co non assi­ste­re più con con­sue­tu­di­ne al suo appun­ta­men­to televisivo.

Coa­diu­va­to da pro­fi­li di egual dote crea­ti­va, tra i qua­li sono cer­ta­men­te meri­te­vo­li di men­zio­ne Ema­nue­la Fanel­li, Gio­van­ni Benin­ca­sa e altre voci auto­ra­li e comi­che qua­li quel­le di Vale­rio Colet­ta e Ste­fa­no Rapo­ne, il pro­gram­ma che ora ha con­ge­da­to con un esi­la­ran­te epi­lo­go la tele­vi­sio­ne ita­lia­na chiu­de il suo ter­zo capi­to­lo con mae­stria invi­dia­bi­le dall’intero set­to­re dell’intrattenimento contemporaneo. 

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Alice Sebastiano
Di Mila­no. Stu­dio inter­na­tio­nal poli­tics, law and eco­no­mics, nasco nel 2001 e ho il cal­lo sull’anulare per la pres­sio­ne del­la biro sin dal­la pri­ma ele­men­ta­re. Elo­gio la nobi­le vir­tù dell’ascolto reci­pro­co. Scri­vo per legit­ti­ma dife­sa, il pia­ce­re per­so­na­le è poi accessorio.

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