Del: 27 Luglio 2022 Di: Alice Sebastiano Commenti: 0
La pezza neosurrealista di Valerio Lundini

Giunge al suo epilogo la terza e ultima (ascoltando il sentimento collettivo) stagione de Una pezza di Lundini, il programma in onda in seconda serata su Rai 2 dal 2020, nonché simpatica rivelazione dall’eccelsa compagnia durante il decorso del periodo di emergenza pandemica. Adesso ormai assume il titolo di capolavoro sulle bocche di moltissimi, rivelandosi una grandiosa riuscita nel mondo della comicità preponderata, caustica e giovane.

Valerio Lundini, classe 1986, con addietro già numerosi azzardi comici che lasciassero trasparire il creativo e raro talento a lui congenito, si attrezza quindi egregiamente per provvedere alla latenza del virus e serve su un piatto alquanto trasandato, quale è ormai divenuta la televisione pubblica, un ottimo espediente di intrattenimento con cui porre rimedio al temibile avvento di inattesi cambi di programmazione. Ci mette “una pezza”, la sua personalissima pezza, breve ma efficace, una parentesi imbarazzata di una ventina di minuti all’incirca, e in un tempo così risicato, riesce comunque a scoraggiare il pubblico dall’intenzione di cambiare canale.

Ciò che probabilmente rende Lundini così speciale nel suo genere è proprio la sua iniziativa di esplorazione nel territorio esotico dell’assurdo, con un volto che mai abbandona l’imbarazzo e un gusto sopraffino per le strisce a modi fumetto.

La scenografia sfondo delle sue posate peripezie è un’esplosione caotica e sconclusionata di colori e figure sconnesse tra di loro, il soqquadro è intenzionale, funge da allegorico ragguaglio all’imprevedibilità delle vicissitudini, proprio come avviene nella dinamica dello scherzo.

Le puntate sono relativamente corte, è una formula eccellente che rispetta le nuove tempistiche dell’uditorio a cui si rivolge, in aggiunta alla matura consapevolezza della lezione preziosa secondo cui “lo scherzo è bello finché dura poco”. Lundini fa tastare alla perfezione la difficoltà che si cela all’interno del laborioso disegno dietro alla risata finale.

Il suo serioso personaggio è frutto di un attento esame alle minuzie delle parole, delle espressioni, delle circostanze da cui forgiare gli ilari equivoci che rendono Una pezza di Lundini il pregiato divertimento mirato alla riflessione oltre che al riso istantaneo. Lundini ha insita in sé una commedia che scompone, che fa sedere i suoi ospiti ma che non trasmette mai idea di agio e comodità, né a loro né a chi segue le parodiche interviste aldilà dello schermo.

Con il suo show irriverente e dal linguaggio in apparenza monotono, il comico romano solletica prurito umoristico in chi lo segue, scardina qualsiasi iniziale aspettativa del pubblico e conferma un’ironia dissacrante ma al contempo altrettanto confortevole: si ride con moderazione, quasi mai a crepapelle, i silenzi diventano pietre miliari dell’architettura dei suoi sketch, quasi come in poesia ermetica, assumono un valore funzionale all’effetto conclusivo rilasciato sullo spettatore.

Uno spettatore attonito, spesso e volentieri in pendenza tra la risata e la domanda, dimostra la soddisfatta vittoria di Lundini nei retroscena del suo progetto.

Ciò che desiderava attestare lo ha ben ottenuto: la comicità che manovra è indubbiamente materiale per un auditorium selettivo. Non tutti ridono con Lundini, pochi captano ciò che egli riserva nei meandri del suo metateatro. Si tratta di una pazienza analitica che Lundini elogia, ma di cui non tutti coloro in ascolto dispongono.

Il pezzo comico di Emanuela Fanelli

Piombato in scena nei panni di conduttore da rimpiazzo, spaesato, indifferentemente inserito in dinamiche di offerta televisiva a lui estranee, ambiguo nel suo esprimersi, maldestro nel suo confuso esporsi. Un individuo protettore dell’etica ma sciagurato, assertivo e fasullo in ogni suo ridicolo tentativo di affermare la propria compostezza.

Eppure, il brutto anatroccolo della Rai diviene il suo cigno più pregiato.

Il non-sense, con Lundini, riaffiora su nuove superfici di logica. Le invettive che nasconde sono innumerevoli, ma mai polemiche, le battute che sfodera sono indirette, spaziose nelle interpretazioni e virtuosamente implicite. Se a primo impatto sembra una trasmissione orientata verso il generalismo più placido e vacuo che possa esistere (un conduttore di poche parole, una presentatrice ben vestita e servile, un accompagnamento musicale arrangiato di sottofondo, un pubblico anziano e accondiscendente, inchieste parziali e inconclusive, ospiti di opinabile rilevanza, una diretta fintamente resa spontanea), in un secondo momento di analisi, la sibillina Pezza si disvela come una messa in discussione del mezzo televisivo stesso.

Inedita e dirompente, la tragicommedia lundiniana all’insegna dell’impaccio e dell’inconveniente è stata eletta dall’appetito di novità giovanile come una ventata d’aria fresca intramontabile. Sarà fonte di rammarico non assistere più con consuetudine al suo appuntamento televisivo.

Coadiuvato da profili di egual dote creativa, tra i quali sono certamente meritevoli di menzione Emanuela Fanelli, Giovanni Benincasa e altre voci aurorali e comiche quali quelle di Valerio Coletta e Stefano Rapone, il programma che ora ha congedato con un esilarante epilogo la televisione italiana chiude il suo terzo capitolo con maestria invidiabile dall’intero settore dell’intrattenimento contemporaneo.

Alice Sebastiano
Di Milano. Studio international politics, law and economics, nasco nel 2001 e ho il callo sull’anulare per la pressione della biro sin dalla prima elementare. Elogio la nobile virtù dell’ascolto reciproco. Scrivo per legittima difesa, il piacere personale è poi accessorio.

Commenta