L’ascesa della criminalità mafiosa in Lombardia e in Brianza / Parte II

L’ascesa della criminalità mafiosa in Lombardia e in Brianza / Parte II

Questo articolo è il secondo di due sull’ascesa della criminalità mafiosa in Lombardia e Brianza. Il primo è consultabile al seguente link.


Accer­ta­ti quin­di nel cor­so del­le inda­gi­ni sus­se­gui­te­si in que­gli anni (Hoca Tuca, Hin­ter­land, Wall Street, Count Down) i macro­sco­pi­ci mar­gi­ni di gua­da­gno garan­ti­ti dai traf­fi­ci ille­ci­ti del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, rima­ne da chie­der­si come essi ven­ga­no impie­ga­ti dal­le ‘ndri­ne radi­ca­te nel ter­ri­to­rio.

In città opulente e dal fiorente sviluppo imprenditoriale e urbanistico come quelle della Brianza — ma anche della Lombardia tutta — le mafie hanno trovato storicamente grandi opportunità di investimento

quin­di, di rici­clag­gio dei pro­ven­ti del­le atti­vi­tà ille­ci­te attra­ver­so i cana­li “puli­ti” dell’economia lega­le. Sia acqui­sen­do impre­se attra­ver­so minac­ce e richie­ste estor­si­ve che spes­so han­no indot­to le dit­te a inde­bi­tar­si con pre­sti­ti a usu­ra, a subap­pal­ta­re lavo­ri, a cede­re posti nel­le com­pa­gi­ni socie­ta­rie o nei con­si­gli di ammi­ni­stra­zio­ne, ad asser­vi­re i pro­pri orga­ni socia­li o i pro­pri dipen­den­ti agli inte­res­si mafio­si o, in alter­na­ti­va, a rim­piaz­zar­ne i tito­la­ri con appo­si­ti pre­sta­no­me; sia ponen­do la mano­va­lan­za affi­lia­ta “al ser­vi­zio” del­le impre­se stes­se, come nei perio­di di più for­te con­cor­ren­za. E, di que­sto secon­do para­dig­ma stra­te­gi­co, le riva­li­tà tra i grup­pi mala­vi­to­si dei Miria­di e dei Mala­spi­na costi­tui­sco­no in Brian­za un esem­pio lampante.

A fare capo­li­no nel­le infor­ma­ti­ve dei Cara­bi­nie­ri sono, in pri­mo luo­go, le coin­te­res­sen­ze socie­ta­rie del soda­li­zio facen­te capo ai Mala­spi­na: in que­ste figu­ra­no sog­get­ti come Vin­cen­zo Cotro­neo, rite­nu­to orga­ni­co alla loca­le di ‘ndran­ghe­ta di Desio, e Bar­to­lo Foti, che risul­te­rà dall’inchiesta Infi­ni­to esse­re in rap­por­ti (e per que­sto con­dan­na­to) con il capo-socie­tà Can­de­lo­ro Pio, al pun­to da par­te­ci­pa­re al pestag­gio di un camio­ni­sta che avan­za­va sol­di nei con­fron­ti del boss. Coi Mala­spi­na, i Miria­di ten­ta­no ben pre­sto di entra­re in affa­ri, nel ten­ta­ti­vo di con­tra­star­ne la supre­ma­zia ter­ri­to­ria­le. La que­stio­ne ver­te — secon­do le inda­gi­ni - su un ter­re­no di via Prin­ci­pa­to a Vimer­ca­te, di pro­prie­tà dal 2010 di Giu­sep­pe Mala­spi­na, rifat­to­si una vita (dopo la ‘ria­bi­li­ta­zio­ne’) come immo­bi­lia­ri­sta, tito­la­re — fra le altre — del­la socie­tà Gimal di Vimer­ca­te. Di quel ter­re­no i Miria­di voglio­no impos­ses­sar­si a tut­ti i costi, dopo che negli anni ’90 l’avevano per­so col fal­li­men­to di una loro socie­tà (nel­lo stes­so perio­do del­la ban­ca­rot­ta dei Luga­rà). Arri­va­no per­si­no a mil­lan­ta­re nei con­fron­ti del riva­le un cre­di­to da un milio­ne di euro per del mate­ria­le edi­le anda­to disperso.

Inte­res­se dei cala­bre­si, in vir­tù di una varian­te al Pgt appro­va­ta dal Comu­ne, è quel­lo di edi­fi­ca­re sull’area un impo­nen­te com­ples­so resi­den­zia­le. Mala­spi­na però non cede ai ricat­ti. Di qui la seque­la di inti­mi­da­zio­ni ordi­te dai Miria­di ai suoi dan­ni: pro­iet­ti­li spe­di­ti all’interno di una busta, col­pi di pisto­la esplo­si con­tro le vetri­ne del­la Gimal e bot­ti­glie molo­tov sca­glia­te con­tro la sede del­la Pro­geam, di pro­prie­tà del­la ex moglie. 

Nel 2011, duran­te la tra­va­glia­ta pro­ce­du­ra di fal­li­men­to di una del­le sue socie­tà, sul­le qua­li ave­va fon­da­to un vero e pro­prio ‘impe­ro del mat­to­ne’ (sal­ve le ope­re lascia­te incom­piu­te con tan­to di scom­pu­to degli one­ri di urba­niz­za­zio­ne a Cor­rez­za­na), suo fra­tel­lo, Car­lo Mala­spi­na, vie­ne rapi­to e fat­to sali­re a bor­do di un’auto da quat­tro uomi­ni incap­puc­cia­ti: il ten­ta­ti­vo di seque­stro fal­li­sce, ma la vit­ti­ma ripor­ta alcu­ne frat­tu­re agli arti. Per que­sti fat­ti ven­go­no arre­sta­ti con l’accusa di ten­ta­ta estor­sio­ne, ten­ta­to seque­stro di per­so­na e minac­ce, e poi con­dan­na­ti con rico­no­sci­men­to dell’aggra­van­te del meto­do mafio­so (con­fer­ma­ta in appel­lo), i fra­tel­li Vin­cen­zo e Gio­van­ni Miria­di (figli del defun­to Assun­to), il cugi­no Mario Gira­so­leIsi­do­ro Crea.

Ma la pecu­lia­ri­tà dell’organizzazione del­la ‘ndran­ghe­ta lom­bar­da, oltre a un attec­chi­men­to fin dagli ini­zi assai pro­fon­do nel tes­su­to impren­di­to­ria­le brian­zo­lo, è data dal soli­do lega­me sto­ri­ca­men­te man­te­nu­to con la casa-madre cala­bre­se, un rap­por­to di ‘dipen­den­za’ che subor­di­na al pla­cet del Cri­mi­ne le deter­mi­na­zio­ni più impor­tan­ti dell’attività del soda­li­zio mafio­so: dal­la gestio­ne dei traf­fi­ci ille­ci­ti e leci­ti alla deli­be­ra­zio­ne di azio­ni ecla­tan­ti, lascian­do in ogni caso una discre­ta dose di auto­no­mia a loca­li e ‘ndri­ne distaccate. 

Negli anni ’80 la “Mila­no da bere” è una del­le prin­ci­pa­li piaz­ze di spac­cio a livel­lo euro­peo: i Ser­gi-Pavi­glia­ni­ti sono in gra­do di smer­cia­re fino a 25 chi­li di eroi­na al mese, men­tre i Di Gio­vi­ne-Ser­rai­no arri­va­no anche a 60. Nell’86, a Capo­na­go, vie­ne san­ci­ta l’alleanza tra Pepè Fla­chi e Fran­co Coco nel­la spar­ti­zio­ne dei traf­fi­ci di eroi­na nei quar­tie­ri Bruz­za­no e Coma­si­na, oltre­ché a Quar­to Oggia­ro e nell’hinterland mila­ne­se, attra­ver­so un con­sor­zio che coin­vol­ge le fami­glie Schet­ti­ni, Bar­ba­ro, Papa­lia, Bran­ca, Are­na, Farao e Marin­co­la, insie­me a Cosa Nostra (i cui rap­pre­sen­tan­ti — secon­do il pen­ti­to Anto­ni­no Fiu­me — era­no Jim­my Mia­noTuri Cap­pel­lo) non­ché alla Camor­ra tra­mi­te i Fab­bro­ci­no e gli Ascio­ne, e alla Sacra Corona 

Unita tramite gli Annacondia: una struttura di vertice, detta anche “confederazione intermafiosa”, con sede a Milano, il cui potere di controllo si estendeva sino ai territori di Busto Arsizio, Lecco e Cermenate.

Ma quel­la degli anni ’90 è anche una ‘ndran­ghe­ta abi­le ad intrec­cia­re rap­por­ti con il pote­re poli­ti­co a livel­lo loca­le, in cer­ti casi per­si­no infil­tran­do pro­pri uomi­ni nel­le isti­tu­zio­ni comu­na­li. Emble­ma­ti­co il caso di Nata­le Mosca­to, asses­so­re socia­li­sta all’Urbanistica del Comu­ne di Desio, il qua­le ospi­ta­va in una sua abi­ta­zio­ne lo zio Nata­le Iamon­te, san­ti­sta, boss dell’omonima ‘ndri­na di Meli­to Por­to Sal­vo, rele­ga­to dall’88 in sog­gior­no obbli­ga­to. Mosca­to fu impli­ca­to nel­la siste­ma­ti­ca appro­va­zio­ne di cam­bi di desti­na­zio­ne d’uso di sva­ria­te aree, tra­sfor­ma­te da agri­co­le a edi­fi­ca­bi­li e in segui­to sven­du­te alla costel­la­zio­ne di impre­se immo­bi­lia­ri del­la fami­glia di ‘ndran­ghe­ti­sti a cui appar­te­ne­va. Altri meto­di sto­ri­ca­men­te inval­si nel con­di­zio­na­men­to dell’attività ammi­ni­stra­ti­va degli enti loca­li (che ha finan­che deter­mi­na­to lo scio­gli­men­to di Con­si­gli comu­na­li, come nel caso di Sedria­no) è poi la cor­ru­zio­ne: stru­men­to prin­ci­pe di cui la ‘ndran­ghe­ta, e la sua “area gri­gia”, si è sem­pre ser­vi­ta per esten­de­re la pro­pria rete di rela­zio­ni, assi­cu­ran­do così van­tag­gi alle pro­prie impre­se (attra­ver­so, ad esem­pio, l’accelerazione di una pra­ti­ca edi­li­zia) e coper­tu­re alla pro­pria con­sor­te­ria (indu­cen­do a col­lu­de­re, ad esem­pio, fun­zio­na­ri pub­bli­ci nel ciclo del cemen­to e nel set­to­re dei rifiuti).

Fat­te que­ste pre­ci­sa­zio­ni, si può tor­na­re alla sto­ria. Nel 1990, a Tra­da­te, i Fla­chi-Tro­va­to ucci­do­no Rober­to Cuto­lo, figlio di Raf­fae­le (capo del­la Nuo­va Camor­ra Orga­niz­za­ta), per fare un favo­re ai Fab­bro­ci­no; in cam­bio que­sti eli­mi­na­no nei pres­si di Napo­li Sal­va­to­re Bat­ti, entra­to in rot­ta di col­li­sio­ne con Pepè Fla­chi, dato che ave­va smes­so di acqui­sta­re da lui l’eroina. Scop­pia così la fai­da tre i Fla­chi-Tro­va­to e i Bat­ti, por­ta­ta alla luce dagli inqui­ren­ti con l’operazione Wall Street del ’94. A capo del­la strut­tu­ra lom­bar­da vi è in que­sta fase Cosi­mo Bar­ran­ca, ver­ti­ce del­la loca­le di Mila­no, con il com­pi­to di coor­di­na­re traf­fi­ci di dro­ga e armi, estor­sio­ni e rici­clag­gio dei pro­ven­ti ille­ci­ti, e di rife­ri­re agli espo­nen­ti di spic­co del­la ‘ndran­ghe­ta cala­bre­se. Gli suc­ce­de nell’agosto 2007 Car­me­lo “Nun­zio” Novel­la, ori­gi­na­rio di Guar­da­val­le, assas­si­na­to da Anto­ni­no Bel­no­me e Michael Pana­jia il 14 luglio 2008 pres­so il cir­co­lo “Redu­ci e com­bat­ten­ti” a San Vit­to­re Olo­na, a moti­vo del­le sue ambi­zio­ni “seces­sio­ni­ste”: avreb­be volu­to reci­de­re il cor­do­ne ombe­li­ca­le che lega le loca­li lom­bar­de alla casa-madre cala­bre­se. Un pro­get­to che ave­va susci­ta­to lo sde­gno dei capi­ba­sto­ne del­le cosche Gal­la­ce-Ruga, risul­ta­ti poi i man­dan­ti dell’omicidio.

Alla mor­te di Novel­la segue un perio­do di “com­mis­sa­ria­men­to”, duran­te il qua­le la gestio­ne de la Lom­bar­dia vie­ne affi­da­ta da Giu­sep­pe “Pino” Neri, avvo­ca­to tri­bu­ta­ri­sta, pre­sun­to boss del loca­le di Pavia — con­dan­na­to negli anni ’90 per vicen­de di stu­pe­fa­cen­ti ma non (in ragio­ne di cavil­li tec­ni­ci) per 416-bis. È pro­prio Pino Neri a pre­sie­de­re il sum­mit tenu­to il 31 otto­bre 2009 pres­so il cir­co­lo ARCI per anzia­ni “Fal­co­ne e Bor­sel­li­no” di Pader­no Dugna­no, all’esito del qua­le il Gotha del­la ‘ndran­ghe­ta lom­bar­da eleg­ge come nuo­vo capo Pasqua­le Zap­pia. E tale rimar­rà fino agli arre­sti del­la cita­ta ope­ra­zio­ne Cri­mi­ne-Infi­ni­to del 13 luglio di 12 anni fa.

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Alessandro Girardin
Stu­den­te del V anno di Giu­ri­spru­den­za, peren­ne­men­te scis­so tra lo stu­dio di codi­ci e codi­cil­li e l’indagine sui fat­ti del mon­do, con l’aggravante di una gra­fo­ma­nia para-gior­na­li­sti­ca in sta­dio avan­za­to. Cer­co nel mio pic­co­lo, come osser­va­to­re e atti­vi­sta — con tut­ti i miei limi­ti! -, di ana­liz­za­re feno­me­ni di cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, malaf­fa­re e intrec­ci fra Sta­to, mafia e mas­so­ne­ria. In una paro­la, mi occu­po del Potere.

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