Misteri e depistaggi a 30 anni dalla strage di via d’Amelio

Misteri e depistaggi a 30 anni dalla strage di via d’Amelio

Due pre­scri­zio­ni e un’assoluzione “per­ché il fat­to non costi­tui­sce rea­to”. Non pote­va esse­re più delu­den­te il dispo­si­ti­vo del­la sen­ten­za di pri­mo gra­do emes­sa lo scor­so 12 luglio dal Tri­bu­na­le di Cal­ta­nis­set­ta all’esito del lun­go e fune­sta­to pro­ces­so sul depi­stag­gio del­le pri­me inda­gi­ni sul­la stra­ge di via d’Amelio, in cui mori­ro­no per mano di mafia e di pez­zi devia­ti del­lo Sta­to il magi­stra­to Pao­lo Bor­sel­li­no e gli agen­ti del­la sua scor­ta Ago­sti­no Cata­la­no, Clau­dio Trai­na, Ema­nue­la Loi, Vin­cen­zo Li Muli, Wal­ter Eddie Cosi­na, e di cui uni­co super­sti­te fu l’agente Anto­ni­no Vullo.

Alla sbar­ra era­no sta­ti con­dot­ti, il 5 novem­bre di quat­tro anni fa, Mario Bo, Miche­le Ribau­doFabri­zio Mat­tei, i tre ex poli­ziot­ti del­la Squa­dra Mobi­le di Paler­mo gui­da­ta dal pre­fet­to Arnal­do La Bar­be­ra (dece­du­to nel 2002), impu­ta­ti di calun­nia per aver indot­to quel­lo è sta­to defi­ni­to un sem­pli­ce «balor­do del­la Gua­da­gna», Vin­cen­zo Sca­ran­ti­no, ad accu­sa­re fal­sa­men­te degli inno­cen­ti che sareb­be­ro sta­ti poi con­dan­na­ti all’ergastolo per quei fatti.

A beffardo “coronamento” della commemorazione del trentennale della strage del 19 luglio 1992, il collegio presieduto da Francesco d’Arrigo ha escluso la configurabilità dell’aggravante mafiosa in capo ai tre imputati, ritenendo non vi fosse stato alcun intento da parte di costoro di favorire Cosa Nostra. 

Di con­se­guen­za, BoMat­tei, pur rico­no­sciu­ti con­sa­pe­vo­li del­la fal­si­tà del­le dichia­ra­zio­ni “imbec­ca­te” a Sca­ran­ti­no e poi fat­te con­flui­re nei ver­ba­li d’interrogatorio, sono sta­ti dichia­ra­ti pre­scrit­ti, men­tre Ribau­do è sta­to assol­to “per­ché il fat­to non costi­tui­sce reato”.

Sono sta­te così smen­ti­te la rico­stru­zio­ne e qua­li­fi­ca­zio­ne giu­ri­di­ca dei fat­ti ope­ra­te dal­la Pro­cu­ra nis­se­na, che – pur tenen­do fer­ma l’assoluzione dall’accusa di calun­nia aggra­va­ta pro­nun­cia­ta nei con­fron­ti degli ex pm di Cal­ta­nis­set­ta Car­me­lo Petra­lia e Anna­ma­ria Pal­ma – nel­la requi­si­to­ria ave­va par­la­to di “depi­stag­gio inau­di­to” e chie­sto pene altis­si­me nei con­fron­ti degli impu­ta­ti. Un epi­lo­go, quel­lo del­la sen­ten­za del Tri­bu­na­le di Cal­ta­nis­set­ta, che – anche a pre­scin­de­re da quel­lo che sarà il con­te­nu­to del­le moti­va­zio­ni – pare con­trad­det­to fin sul nasce­re dal­la sen­ten­za defi­ni­ti­va del pro­ces­so Bor­sel­li­no qua­ter. Con la qua­le il 5 otto­bre 2021 la Supre­ma Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha con­fer­ma­to le con­dan­ne all’ergastolo per la stra­ge di via d’Amelio nei con­fron­ti dei boss paler­mi­ta­ni Sal­va­to­re Mado­nia Vit­to­rio Tuti­no (e, rispet­ti­va­men­te, a 10 anni e 9 anni e 6 mesi per calun­nia nei con­fron­ti dei fal­si pen­ti­ti Calo­ge­ro Pul­ci e Fran­ce­sco Andriot­ta). E con­sa­cra­to con i cri­smi del giu­di­ca­to una serie incon­tro­ver­ti­bi­le di ele­men­ti di fat­to e di dirit­to rela­ti­vi alle tan­te “incon­gruen­ze” e “ano­ma­lie” riscon­tra­te dagli inve­sti­ga­to­ri nel­le fasi suc­ces­si­ve al depi­stag­gio die­tro a talu­ni gra­vi acca­di­men­ti ante­ce­den­ti e con­co­mi­tan­ti a quel­la strage.

È infat­ti in quel­la stes­sa sen­ten­za che, a pro­po­si­to del­le ano­ma­lie rile­va­te nel «modus pro­ce­den­di degli “inqui­ren­ti sug­ge­ri­to­ri”», la Cas­sa­zio­ne par­la di «abnor­mi inqui­na­men­ti del­le pro­ve che han­no con­dot­to a plu­ri­me con­dan­ne di inno­cen­ti». Non man­can­do di sot­to­li­nea­re, sul­la scor­ta del­le moti­va­zio­ni del­la sen­ten­za del­la Cor­te d’assise d’appello di Cal­ta­nis­set­ta del novem­bre 2019 (ogget­to d’impugnazione), la cen­tra­li­tà del­la figu­ra di Vin­cen­zo Sca­ran­ti­no, «nei cui con­fron­ti gli ele­men­ti di pro­va rac­col­ti han­no con­dot­to i giu­di­ci di meri­to ad accer­ta­re “l’insorgenza di un pro­po­si­to cri­mi­no­so deter­mi­na­to essen­zial­men­te dall’attività degli inve­sti­ga­to­ri, i qua­li eser­ci­ta­ro­no in modo distor­to i loro pote­ri con il com­pi­men­to di una serie di for­za­tu­re, tra­dot­te­si anche in inde­bi­te sug­ge­stio­ni”».

Ma il depistaggio investigativo costituisce soltanto l’“ultimo atto” di una compartecipazione istituzionale al progetto egemonico e sovversivo di matrice mafiosa 

che tro­va spie­ga­zio­ne nel­la neces­si­tà sem­pre più sen­ti­ta in quel 1992 in cospi­cui set­to­ri del pote­re uffi­cia­le – e, dun­que, anche in quel­li gover­na­ti­vo-mini­ste­ria­li – di libe­rar­si dell’“ostacolo” che Pao­lo Bor­sel­li­no avreb­be rap­pre­sen­ta­to – e già rap­pre­sen­ta­va – in vita a tut­te quel­le incon­fes­sa­bi­li tra­me occul­te che lo Sta­to, in spe­cial modo nel­la for­me del­la Trat­ta­ti­va, anda­va intes­sen­do con la mafia. Quel per­ver­so quan­to scel­le­ra­to gio­co di do ut des vol­to a sod­di­sfa­re le pre­te­se mafio­se (abro­ga­zio­ne dell’ergastolo, can­cel­la­zio­ne del 41-bis intro­dot­to con d.l. subi­to dopo la stra­ge di Capa­ci, assi­mi­la­zio­ne del regi­me dei pen­ti­ti di mafia ai ter­ro­ri­sti ros­si “dis­so­cia­ti”, ecc.) in cam­bio del­la desi­sten­za dal pro­po­si­to del­le stra­gi o dal­la com­mis­sio­ne di nuove.

In tal sen­so, pur sen­za nega­re la «pater­ni­tà mafio­sa» dell’attentato di via d’Amelio non­ché la sua pie­na «ricon­du­ci­bi­li­tà alla “stra­te­gia stra­gi­sta” deli­be­ra­ta da Cosa Nostra, pri­ma di tut­to come “rispo­sta” all’esito del maxi pro­ces­so», nel­la sen­ten­za defi­ni­ti­va del Bor­sel­li­no qua­ter gli ermel­li­ni non han­no potu­to fare a meno di rico­no­sce­re come «i dati pro­ba­to­ri rela­ti­vi alle “zone d’ombra”» che anco­ra si adden­sa­no intor­no a quel­la stra­ge non esclu­da­no – ed anzi raf­for­zi­no – la tesi del­la «pre­sen­za di altri sog­get­ti o di grup­pi di pote­re (co)-interessati all’eliminazione di Pao­lo Bor­sel­li­no».

Il rife­ri­men­to è, quin­di, a quel­le non più occul­ta­bi­li con­ver­gen­ze di inte­res­si tra Cosa Nostra e com­po­nen­ti «ester­ne» all’organizzazione mafio­sa che han­no con­cor­so all’acce­le­ra­zio­ne dell’ecatombe mafio­sa (e di Sta­to) con fina­li­tà desta­bi­liz­za­tri­ce in cui dove­va mori­re – poi­ché la “con­dan­na a mor­te” era già sta­ta deli­be­ra­ta – il giu­di­ce Bor­sel­li­no. Par­la­no in que­sto sen­so, fra i tan­ti ele­men­ti, l’appurato coin­vol­gi­men­to nel­le fasi di con­ce­pi­men­to ed ese­cu­zio­ne del­la stra­ge di uomi­ni dei ser­vi­zi segre­ti – alme­no uno dei qua­li pre­sen­te insie­me a Gaspa­re Spa­tuz­za e ad Aldo Erco­la­no nel gara­ge in cui l’ordigno inse­ri­to nel­la Fiat 126 fu cabla­to e un altro sicu­ra­men­te pre­sen­te in via d’Amelio poco dopo l’esplosione – non­ché la cir­co­stan­za del miste­rio­so tra­fu­ga­men­to dell’agen­da ros­sa dall’auto del magi­stra­to ucci­so anco­ra in fiamme.

Proprio per questo, i motivi e i moventi di una tale efferata esecuzione sono da ricercarsi nientemeno che negli ultimi 57 giorni di vita di Paolo Borsellino: quelli, cioè, successivi all’eccidio di Capaci del 23 maggio 1992 in cui morì il suo collega e amico Giovanni Falcone.

Due fati­di­ci mesi di un annus hor­ri­bi­lis sui qua­li mol­ti sono anco­ra, dopo trent’anni, i miste­ri e gli inter­ro­ga­ti­vi in atte­sa di risposta.

In pri­mo luo­go, Pao­lo Bor­sel­li­no era l’unico ad ave­re cono­scen­za diret­ta del con­te­nu­to dei dia­ri infor­ma­ti­ci di Fal­co­ne. Quei dia­ri Dia­ri che, in con­co­mi­tan­za con la stra­ge di Capa­ci, una mano igno­ta rimos­se dal suo pc median­te una mano­mis­sio­ne dei file. Bor­sel­li­no ave­va chie­sto con insi­sten­za di esse­re appli­ca­to alla Pro­cu­ra di Cal­ta­nis­set­ta per con­tri­bui­re all’inchiesta con il pro­prio patri­mo­nio cono­sci­ti­vo. Si era det­to dispo­ni­bi­le per­si­no a testi­mo­nia­re, nel caso in cui non fos­se sta­to nomi­na­to pro­cu­ra­to­re aggiun­to. Ma, inspie­ga­bil­men­te, in quei 57 gior­ni i magi­stra­ti nis­se­ni non l’avevano mai con­vo­ca­to.

Né si cono­sco­no le ragio­ni che indus­se­ro alla fine di mag­gio del ’92 il mini­stro dell’Interno Vin­cen­zo Scot­ti, di con­cer­to col mini­stro del­la Giu­sti­zia Clau­dio Mar­tel­li, a pro­por­re la ria­per­tu­ra i ter­mi­ni per la pre­sen­ta­zio­ne del­le can­di­da­tu­re al ruo­lo di Pro­cu­ra­to­re nazio­na­le anti­ma­fia, indi­can­do come can­di­da­to “del gover­no” all’organo api­ca­le di inve­sti­ga­zio­ne e con­tra­sto alle mafie pro­prio Pao­lo Bor­sel­li­no. Con l’effetto – maga­ri inde­si­de­ra­to, ma comun­que rive­la­to­si dele­te­rio – di sovrae­spor­re un magi­stra­to che si sape­va Cosa Nostra aves­se desi­gna­to come pro­prio nemi­co giu­ra­to dopo Falcone.

È del pari igno­to il moti­vo per cui il que­sto­re di Paler­mo, nono­stan­te gli allar­mi del­la Pre­fet­tu­ra e le ripe­tu­te sol­le­ci­ta­zio­ni del capo­scor­ta di Bor­sel­li­no, Ago­sti­no Cata­la­no, non abbia mai ema­na­to un prov­ve­di­men­to che dispo­nes­se la rimo­zio­ne del­le auto par­cheg­gia­te in via d’Amelio, dove Bor­sel­li­no anda­va qua­si tut­te le dome­ni­che a tro­va­re la madre. Né era basta­to il rin­ve­ni­men­to, ai pri­mi di giu­gno, di una serie di cuni­co­li di recen­te uti­liz­zo sot­to il man­to stra­da­le del­la via da par­te degli agen­ti del­la Mobi­le. Ma le ano­ma­lie non fini­sco­no qui. 

Accesi e tutt’altro che sporadici furono i dissapori – talora vere e proprie sfuriate – tra Paolo Borsellino, aggiunto alla Procura di Palermo, e il procuratore capo Pietro Giammanco, suo superiore (deceduto nel 2018). 

Anche a quei pochi col­le­ghi fida­ti coi qua­li con­fe­ri­va, Bor­sel­li­no lamen­tò gli intral­ci che Giam­man­co anda­va frap­po­nen­do nel­la sua atti­vi­tà d’indagine. Come quan­do ai pri­mi di giu­gno gli con­ces­se, sal­vo poi revo­car­la all’ultimo, l’autorizzazione alla roga­to­ria per inter­ro­ga­re il pen­ti­to Tom­ma­so Buscet­ta sui rap­por­ti tra mafia e poli­ti­ca (inter­ro­ga­to­rio che si sareb­be svol­to mol­ti mesi più tar­di, quan­do Pao­lo Bor­sel­li­no era già mor­to e il pro­cu­ra­to­re di Paler­mo era Gian Car­lo Casel­li). O quan­do negò a Bor­sel­li­no, sen­za nem­me­no con­sul­tar­lo, la pos­si­bi­li­tà di inter­ro­ga­re il pen­ti­to Gaspa­re Muto­lo, affi­dan­do il rela­ti­vo fasci­co­lo ad altri magi­stra­ti, nono­stan­te l’esplicita richie­sta dell’ex kil­ler e brac­cio destro del boss Saro Ric­co­bo­no di esse­re sen­ti­to pro­prio da Bor­sel­li­no. O, anco­ra, quan­do lo stes­so Giam­man­co ter­gi­ver­sò nel con­fe­ri­re a Bor­sel­li­no – che con i suoi pote­ri avreb­be potu­to inve­sti­ga­re solo sul­le cosche di Tra­pa­ni e Agri­gen­to – la dele­ga ad occu­par­si del­le inda­gi­ni su Cosa Nostra paler­mi­ta­na. Dele­ga che sareb­be arri­va­ta solo alle 7 del mat­ti­no, con una chia­ma­ta inso­li­ta e stra­na­men­te “infor­ma­le” a casa Bor­sel­li­no, il gior­no stes­so dell’eccidio di via d’Amelio.

Per non par­la­re dell’ingiustificabile omis­sio­ne di cui il pro­cu­ra­to­re Giam­man­co si mac­chiò nel tace­re a Bor­sel­li­no che un’infor­ma­ti­va del Ros dei Cara­bi­nie­ri, giun­ta nel­la segre­te­ria del­la pro­cu­ra intor­no alla metà di giu­gno, avver­ti­va dell’esistenza di un pro­get­to di atten­ta­to mafio­so nei suoi con­fron­ti. Una cir­co­stan­za che Pao­lo avreb­be appre­so solo il 28 giu­gno, men­tre si tro­va­va con la moglie all’aeroporto di Fiu­mi­ci­no, dal mini­stro del­la Dife­sa Sal­vo Andò. Al qua­le non poté che con­fes­sa­re con imba­raz­zo di esse­re del tut­to all’oscuro dell’informativa. Ne sareb­be segui­to, all’indomani, un furen­te liti­gio con Giam­man­co: «Lo so bene che da una minac­cia ci si può difen­de­re ben poco, ma è mio dirit­to cono­sce­re tut­te le noti­zie che mi riguar­da­no», avreb­be urla­to Pao­lo, sfer­ran­do un pugno sul tavo­lo e feren­do­si alla mano.

Fon­te di opa­ci­tà è anche l’incontro che Bor­sel­li­no avreb­be avu­to nel­la caser­ma di Cari­ni, il pome­rig­gio del 25 giu­gno 1992, con i ver­ti­ci del Ros: il coman­dan­te del repar­to cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta Mario Mori e il capi­ta­no Giu­sep­pe De Don­no. Il magi­stra­to – stan­do alla testi­mo­nian­za resa dai due uffi­cia­li ai pm di Cal­ta­nis­set­ta nel 1998 – ave­va chie­sto di veder­li «fuo­ri dal­la pro­cu­ra» per moti­vi di riser­va­tez­za. In quel col­lo­quio – tal­men­te “segre­to” da non esse­re sta­to nem­me­no appun­ta­to da Bor­sel­li­no nel­la sua agen­da gri­gia – si sareb­be par­la­to del­la vicen­da mafia-appal­ti, la pista d’indagine già segui­ta dall’amico Gio­van­ni Fal­co­ne, nell’ambito del­la qua­le Bor­sel­li­no avreb­be affi­da­to a Mori e De Don­no un deli­ca­to inca­ri­co investigativo.

Quel che Bor­sel­li­no non sape­va era che, pochi gior­ni pri­ma di quel 25 giu­gno, il capi­ta­no De Don­no ave­va avvia­to il pri­mo atto del­la «trat­ta­ti­va» – come la defi­ni­rà lo stes­so coman­dan­te Mori – con l’ex sin­da­co di Paler­mo con­dan­na­to per mafia, Vito Cian­ci­mi­no, per la cat­tu­ra del boss Sal­va­to­re Rii­na. Il qua­le Rii­na, una vol­ta venu­to a sape­re tra­mi­te il medi­co Anto­ni­no Cinà, suo infor­ma­to­re, che le richie­ste di Cosa Nostra allo Sta­to era­no sta­te giu­di­ca­te “trop­po alte”, fu per­sua­so – come soste­nu­to da pub­bli­ci mini­ste­ri del cali­bro di Nino Di Mat­teoLuca Tesca­ro­li – «dell’idoneità dell’azione stra­gi­sta a rag­giun­ge­re l’obiettivo di apri­re nuo­vi cana­li rela­zio­na­li, capa­ci di indi­vi­dua­re nuo­vi refe­ren­ti poli­ti­co-isti­tu­zio­na­li» (L. Tesca­ro­li, Per­ché fu ucci­so Gio­van­ni Fal­co­ne, Rub­bet­ti­no, 2000). Fu per­sua­so, cioè, del fat­to che la stra­te­gia stra­gi­sta «pagas­se», e che quin­di «era con­ve­nien­te intra­pren­de­re una nuo­va azio­ne stra­gi­sta, affret­tan­do il pia­no san­gui­na­rio di via d’Amelio» (G. Lo Bian­co, S. Riz­za, L’agenda ros­sa di Pao­lo Bor­sel­li­no, Chia­re­let­te­re, 2007). «Fare la guer­ra per poi fare la pace», come dis­se il “capo dei capi” ai pro­pri fedelissimi.

Sono poi note le dichiarazioni rese da Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo, nell’ambito del processo Borsellino ter sulle parole riferitele dal marito riguardo alla sua consapevolezza di aver «capito tutto» sulla strage di Capaci. 

Per que­sta ragio­ne, per il fat­to cioè che fos­se a cono­scen­za di cer­te veri­tà che era inte­res­se di tut­te le par­ti coin­vol­te insab­bia­re o comun­que tene­re nasco­ste, Pao­lo – que­ste le paro­le di Agne­se – «aspet­ta­va di mori­re da un momen­to all’altro. Mi dice­va: mi ucci­de­ran­no, ma mi dice­va anche: non sarà una ven­det­ta del­la mafia, la mafia non si ven­di­ca. For­se saran­no i mafio­si quel­li che mate­rial­men­te mi ucci­de­ran­no, ma quel­li che avran­no volu­to la mia mor­te saran­no altri».

Intan­to Bor­sel­li­no, insie­me al col­le­ga Vit­to­rio Ali­quò e al que­sto­re Anto­nio Man­ga­nel­li, comin­cia­va a met­te­re a ver­ba­le le dichia­ra­zio­ni del col­la­bo­ra­to­re di giu­sti­zia Leo­nar­do Mes­si­na sul «siste­ma cri­mi­na­le» che uni­va mafia, poli­ti­ca, mas­so­ne­ria e mon­do degli appal­ti, sul ruo­lo che in quest’ultimo rive­sti­va il mini­stro dei Lavo­ri pub­bli­ci del­la Regio­ne Sici­lia Ange­lo Sii­no, sugli appog­gi di cui Cosa Nostra gode­va nel grup­po Fer­ruz­zi. Gra­zie all’aiuto di col­le­ghi come il pm Anto­nio Ingro­ia e lo stes­so Ali­quò, Bor­sel­li­no riu­scì a supe­ra­re il “veto” di Giam­man­co per ascol­ta­re le dichia­ra­zio­ni del pen­ti­to Gaspa­re Muto­lo a pro­po­si­to del­le col­lu­sio­ni con la mafia di impor­tan­ti uomi­ni del­le isti­tu­zio­ni e alti fun­zio­na­ri del­lo Sta­to: tra que­sti, spic­ca­va­no i nomi del giu­di­ce Dome­ni­co Signo­ri­no e del nume­ro uno del Sisde Bru­no Con­tra­da. Quel Con­tra­da che Bor­sel­li­no con­fi­dò a Muto­lo – ma non ad altri suoi col­le­ghi, che dun­que non lo pos­so­no con­fer­ma­re con ana­lo­ga cer­tez­za – di aver incon­tra­to al Vimi­na­le il 1° luglio ’92, gior­no dell’insediamento del nuo­vo mini­stro dell’Interno Nico­la Man­ci­no (l’uomo dei tan­ti «non ricor­do»). Inter­ro­ga­to­ri, incon­tri, col­lo­qui che non fece­ro che aumen­ta­re i rischi per l’incolumità di un magi­stra­to che, al net­to del­la sua pro­ver­bia­le incor­rut­ti­bi­li­tà, ormai “sape­va troppo”.

Nel­la pri­ma metà di luglio si infuo­ca il dibat­ti­to poli­ti­co e media­ti­co sul «Super decre­to» anti­ma­fia volu­to da Mar­tel­li e anco­ra in atte­sa di con­ver­sio­ne: Cosa Nostra è in fibril­la­zio­ne, deve agi­re al più pre­sto pri­ma che le nuo­ve misu­re di con­tra­sto alla cri­mi­na­li­tà mafio­sa entri­no defi­ni­ti­va­men­te in vigo­re. E qui venia­mo a quel 13 luglio in cui un agen­te del­la scor­ta, veden­do Pao­lo Bor­sel­li­no par­ti­co­lar­men­te tur­ba­to, sbian­cò quan­do appre­se dal magi­stra­to che a Paler­mo era già arri­va­to il tri­to­lo per lui.

A que­sti ed altri miste­ri si assom­ma poi, anco­ra una vol­ta, la testi­mo­nian­za del­la moglie Agne­se, che nel cor­so dei pro­ces­si men­zio­nò la vol­ta in cui vide Pao­lo scon­vol­to dopo aver appre­so che il gene­ra­le del Ros Anto­nio Sub­ran­ni era «pun­ciu­tu» (ossia “affi­lia­to” a Cosa Nostra). Non­ché quel­la di Muto­lo nel rie­vo­ca­re l’episodio in cui Bor­sel­li­no, di ritor­no da Roma dopo un col­lo­quio avu­to in ambien­ti mini­ste­ria­li, fos­se tal­men­te scos­so dal peso di cer­te rive­la­zio­ni che, acce­so­si con­tem­po­ra­nea­men­te due siga­ret­te, ave­va comin­cia­to a fuma­re la secon­da pri­ma anco­ra di fini­re la prima.

Ma l’apice delle anomalie è raggiunto dalla mai chiarita sparizione dell’agenda rossa dal sedile posteriore dell’auto di Paolo Borsellino ancora fumante nei minuti successivi all’esplosione in via d’Amelio.

Quel­la che Agne­se defi­nì, nel pro­ces­so Bor­sel­li­no ter, la «famo­sa» agen­da ros­sa, «per­ché era un’agenda che lui non lascia­va mai, por­ta­va sem­pre con sé e segna­va tut­to: incon­tri, impe­gni di lavo­ro; però quest’agenda non si tro­va». Nono­stan­te vi sia la cer­tez­za che anche quel­la dome­ni­ca 19 luglio Pao­lo la tenes­se nel­la pro­pria bor­sa mar­ro­ne. Quel­la bor­sa che, in un fil­ma­to gira­to in mez­zo al fumo, alle mace­rie dei palaz­zi sven­tra­ti e ai bran­del­li di car­ne car­bo­niz­za­ti, appa­re nel­le mani del colon­nel­lo dei cara­bi­nie­ri Gio­van­ni Arcan­gio­li, il qua­le fu inda­ga­to pro­prio per la sot­tra­zio­ne dell’agenda ma in segui­to pro­sciol­to “per non ave­re com­mes­so il fat­to”. L’ultima vol­ta che quel­la bor­sa ven­ne avvi­sta­ta fu nell’ufficio del capo del­la Squa­dra Mobi­le Arnal­do La Bar­be­ra, dove fu por­ta­ta dall’agente del­la Poli­zia di Sta­to Fran­ce­sco Pao­lo Mag­gi (che avreb­be sti­la­to la rela­zio­ne di ser­vi­zio sull’accaduto sol­tan­to cin­que mesi dopo).

Allo stes­so modo, non si è anco­ra fat­ta luce sul­le dina­mi­che del pre­le­va­men­to del­la bor­sa e, con essa, dell’agenda ros­sa di Pao­lo Bor­sel­li­no. La paro­la è quin­di pas­sa­ta a chi fu tra i pri­mi a giun­ge­re in via d’Amelio a ridos­so dell’esplosione, ossia il magi­stra­to Giu­sep­pe Aya­la. Il qua­le, nel cor­so del­le pro­prie audi­zio­ni testi­mo­nia­li nei pro­ces­si sul­la stra­ge, ha cam­bia­to ver­sio­ne in ben tre occa­sio­ni. Secon­do la sua depo­si­zio­ne ini­zia­le, risa­len­te all’aprile del 1998, a pre­le­va­re la bor­sa mar­ro­ne di Bor­sel­li­no dal sedi­le poste­rio­re sareb­be sta­to un uffi­cia­le dei cara­bi­nie­ri, che avreb­be poi chie­sto ad Aya­la di pren­der­la in mano, incon­tran­do il suo rifiu­to. Tut­ta­via, quat­tro mesi dopo, nel luglio del ’98, Aya­la affer­ma­va di non esse­re sicu­ro che quell’uomo fos­se un uffi­cia­le dei cara­bi­nie­ri, pur ram­men­tan­do che aves­se una divi­sa. Ma ecco che, nel set­tem­bre del 2005, arri­va la svol­ta: Aya­la dichia­ra di aver pre­le­va­to per­so­nal­men­te la bor­sa dal sedi­le poste­rio­re dell’auto, aggiun­gen­do di aver­la poi con­se­gna­ta a un uffi­cia­le dei cara­bi­nie­ri ed esclu­den­do in toto che que­sti pos­sa aver­glie­la con­se­gna­ta. Nel feb­bra­io dell’anno suc­ces­si­vo, però, il testi­mo­ne “ritrat­ta” di nuo­vo, asse­ren­do che un uomo (non si sa se in divi­sa oppu­re no) aves­se pre­le­va­to la bor­sa e l’avesse con­se­gna­ta a lui, che a sua vol­ta l’affidò a un uffi­cia­le dei cara­bi­nie­ri in divi­sa che si tro­va­va nei pres­si dell’auto. Ver­sio­ne su cui get­ta­no luci ed ombre le ulte­rio­ri depo­si­zio­ni rese nel 2013, nell’ambito del Bor­sel­li­no qua­ter, dal­lo stes­so Aya­la e dal suo agen­te di scor­ta, il cara­bi­nie­re Rosa­rio Fari­nel­la, il qua­le dichia­rò che al momen­to del pre­le­va­men­to del­la bor­sa mar­ro­ne que­sta era per­fet­ta­men­te inte­gra e che l’uomo al qua­le Aya­la gli avreb­be chie­sto di con­se­gnar­la non reca­va alcun distin­ti­vo del­le for­ze dell’ordine.

Ad oggi, nes­su­no è in gra­do di sta­bi­li­re dove si tro­vi l’agenda ros­sa di Pao­lo Bor­sel­li­no. Si è arri­va­ti per­si­no a ipo­tiz­za­re – sul­la scor­ta di alcu­ne dichia­ra­zio­ni, inve­ro pri­ve di riscon­tri, rila­scia­te alla stam­pa e alla magi­stra­tu­ra da Sal­va­to­re Baiar­do, il gela­ta­io che favo­rì la lati­tan­za dei fra­tel­li Gra­via­no – che ne esi­sta­no più copie, di cui una in mano alla mafia e una custo­di­ta nel cas­set­to di qual­che divi­sio­ne dei ser­vi­zi segre­ti ita­lia­ni.

Quel ch’è certo è che essa costituisce tuttora uno strumento di “ricatto” di cui il potere mafioso, politico-istituzionale e della massoneria deviata si avvalgono per minacciare ai propri nemici la divulgazione di nomi, circostanze, accadimenti in essa annotati. 

Nomi che, se rive­la­ti, fareb­be­ro sen­za dub­bio tre­ma­re palaz­zi, crol­la­re gover­ni, apri­re inchie­ste infi­ni­te sul­la “giran­do­la” di col­lu­sio­ni e con­ni­ven­ze con la cri­mi­na­li­tà mafio­sa che tut­to­ra ven­go­no col­ti­va­te all’interno degli appa­ra­ti del­lo Sta­to.

Resta per­ciò anco­ra irri­sol­ta la que­stio­ne dei cosid­det­ti «man­dan­ti ester­ni» del­la stra­ge del 19 luglio di trent’anni fa: quel­la, cioè, dei respon­sa­bi­li isti­tu­zio­na­li dai qua­li pro­ven­ne l’ordine di eli­mi­na­re Pao­lo Bor­sel­li­no. A mag­gior ragio­ne dopo il riget­to del­la richie­sta di archi­via­zio­ne dell’indagine con­dot­ta dal­la Pro­cu­ra di Cal­ta­nis­set­ta da par­te del gip Gra­ziel­la Lupa­rel­lo lo scor­so maggio.

È uno spi­ra­glio che resta aper­to, ma la stra­da da per­cor­re­re è anco­ra lun­ga. Del resto, è per­fet­ta­men­te “nor­ma­le” che in una repub­bli­ca come la nostra, bagna­ta dal san­gue del­le stra­gi, si fac­cia­no pro­ces­si e si accer­ti­no veri­tà sto­ri­che, sen­za che però ven­ga fat­ta giu­sti­zia fino in fon­do.

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Alessandro Girardin
Stu­den­te del V anno di Giu­ri­spru­den­za, peren­ne­men­te scis­so tra lo stu­dio di codi­ci e codi­cil­li e l’indagine sui fat­ti del mon­do, con l’aggravante di una gra­fo­ma­nia para-gior­na­li­sti­ca in sta­dio avan­za­to. Cer­co nel mio pic­co­lo, come osser­va­to­re e atti­vi­sta — con tut­ti i miei limi­ti! -, di ana­liz­za­re feno­me­ni di cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, malaf­fa­re e intrec­ci fra Sta­to, mafia e mas­so­ne­ria. In una paro­la, mi occu­po del Potere.

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