La discriminazione etnica nelle università USA

La discriminazione etnica nelle università USA

La Cor­te Supre­ma sta­tu­ni­ten­se è oggi a mag­gio­ran­za con­ser­va­tri­ce. E ce ne sia­mo accor­ti con l’inquietante ribal­ta­men­to del­la sen­ten­za Roe vs Wade. L’abor­to, tut­ta­via, non è l’unico dirit­to che rischia di esse­re neu­tra­liz­za­to: la CS potreb­be, in un futu­ro più o meno pros­si­mo, dichia­ra­re l’ammis­sio­ne ai col­le­ge su base raz­zia­le incostituzionale. 

Nel 1965, per com­bat­te­re la for­te discri­mi­na­zio­ne nei con­fron­ti del­le mino­ran­ze pre­sen­ti sul suo­lo ame­ri­ca­no, fu intro­dot­ta una for­ma par­ti­co­la­re di azio­ne posi­ti­va o affir­ma­ti­ve action che con­si­ste nell’agevolazione dell’accesso alle uni­ver­si­tà per tali cate­go­rie, con­ci­lian­do così l’ugua­glian­za de iure con l’ugua­glian­za de fac­to, al fine di crea­re un cor­po stu­den­te­sco e una clas­se diri­gen­te diver­si­fi­ca­ta che rap­pre­sen­tas­se la gran­de mul­tiet­ni­ci­tà degli US. 

Nel 1971, con il caso Griggs, ini­zia­ro­no a deli­near­si alcu­ne linee gui­da rispet­to alle moda­li­tà di appli­ca­zio­ne di que­sto stru­men­to: il loro uti­liz­zo sareb­be legit­ti­mo non solo in pre­sen­za di discri­mi­na­zio­ni inten­zio­na­li ma già a par­ti­re da situa­zio­ni ogget­ti­va­men­te discri­mi­na­to­rie. Ciò pro­vo­cò un aumen­to nell’uso dei pre­fe­ren­tial treat­ment, limi­ta­to dall’intervento del­la Cor­te Supre­ma nel caso Bak­ke del 1978: era­no sta­te isti­tui­te misu­re pre­fe­ren­zia­li di acces­so che garan­ti­va­no un deter­mi­na­to nume­ro di posti alle mino­ran­ze razziali.

Il giudice Powell, in questo contesto e nel successivo caso Grutter vs Bollinger si esprime a favore dell’applicazione di positive actions di questa natura solo in seguito all’applicazione di uno strict scrutiny test:

tut­te le ope­ra­zio­ni basa­te su etnia e “raz­za” sono da con­si­de­rar­si sem­pre sospet­te, anche quan­do sono vol­te a rag­giun­ge­re fini meri­te­vo­li. La loro legit­ti­mi­tà deve esse­re subor­di­na­ta al per­se­gui­men­to di un com­pel­ling inte­re­st (in que­sto caso la diver­si­fi­ca­zio­ne del cor­po stu­den­te­sco e la pos­si­bi­li­tà di acces­so alle for­me edu­ca­ti­ve supe­rio­ri) e tut­ti gli stru­men­ti uti­liz­za­ti devo­no rispon­de­re al cri­te­rio di stret­ta ade­gua­tez­za; per­ciò, lo sco­po non deve poter esse­re rag­giun­to tra­mi­te moda­li­tà meno inva­si­ve – ad esem­pio la valu­ta­zio­ne di cia­scu­na doman­da di ammissione. 

La carat­te­ri­sti­ca essen­zia­le del­le affir­ma­ti­ve actions è la loro tem­po­ra­nei­tà: sono uti­liz­za­bi­li solo fin­tan­to che sono neces­sa­rie; in pas­sa­to è spes­so sta­to elo­gia­to un model­lo di giu­sti­fi­ca­zio­ne di que­sti stru­men­ti di tipo “risar­ci­to­rio”, in modo che sia­no appli­ca­bi­li a tut­te quel­le mino­ran­ze che han­no subi­to pro­fon­de discri­mi­na­zio­ni nel pas­sa­to e per le qua­li l’uguaglianza de iure non sia risul­ta­ta sufficiente. 

Il pro­ble­ma, oggi, è sta­bi­li­re se que­sto tipo di inter­ven­ti sia anco­ra uti­le e soste­ni­bi­le o crei ulte­rio­ri pro­ble­mi di discri­mi­na­zio­ne raz­zia­le: di recen­te alcu­ni stu­den­ti asia­ti­ci han­no lamen­ta­to un “ritor­no al favo­ri­ti­smo raz­zia­le” det­ta­to dal­la dif­fi­col­tà nell’accesso alle uni­ver­si­tà ame­ri­ca­ne in situa­zio­ni di con­fron­to con stu­den­ti afroa­me­ri­ca­ni dota­ti degli stes­si meriti. 

La situazione è tesa e le opinioni sono contrastanti, ormai solo il 20% della popolazione ritiene che questi corridoi d’accesso siano utili e costituzionali, ed è giusto chiederselo. 

Di fron­te a que­sta tipo­lo­gia di inter­ven­ti il sospet­to e l’atten­ta valu­ta­zio­ne sono l’unica moda­li­tà di assi­cu­rar­ne un buon uti­liz­zo, per for­mu­la­re dei limi­ti e dei pre­sup­po­sti di uti­liz­zo, al fine di evi­ta­re che si tra­sfor­mi­no in ulte­rio­ri fon­ti di discri­mi­na­zio­ne (il feno­me­no del­la rever­se discrimination). 

Alcu­ni sosten­go­no che ormai que­ste sia­no solo “deri­ve vit­ti­mi­sti­che”, come la depu­ta­ta del­la Cali­for­nia Young Kim, di ori­gi­ni sud­co­rea­ne che su Fox News ha dichia­ra­to, in puro sti­le Ame­ri­can Dream: 

Dob­bia­mo giu­di­ca­re gli indi­vi­dui in base ai loro meri­ti, e non pos­sia­mo guar­da­re alla raz­ze o all’et­nia solo per sod­di­sfa­re le mino­ran­ze. Tut­ti han­no biso­gno di lavo­ra­re sodo, e que­sta è l’A­me­ri­ca. Sono un’im­mi­gra­ta. Quan­do sono venu­ta negli Sta­ti Uni­ti da gio­va­ne, non par­la­vo una paro­la di ingle­se, ma que­sto non mi ha impe­di­to di lavo­ra­re sodo. 

D’altra par­te è inu­ti­le nega­re i fat­ti: le sta­ti­sti­che sug­ge­ri­sco­no che il tas­so di disoc­cu­pa­zio­ne sia net­ta­men­te supe­rio­re in afroa­me­ri­ca­ni e lati­ni piut­to­sto che nel­la popo­la­zio­ne bian­ca, men­tre il red­di­to annuo del­le fami­glie afroa­me­ri­ca­ne si col­lo­ca all’ultimo posto, dopo asia­ti­ci, bian­chi e latini. 

Il costo del­le uni­ver­si­tà ame­ri­ca­ne è noto­ria­men­te mol­to alto, aggi­ran­do­si intor­no ai 30.000 dol­la­ri all’anno. Con que­ste infor­ma­zio­ni si intui­sce la neces­si­tà di assi­cu­ra­re la for­ma­zio­ne anche a stu­den­ti appar­te­nen­ti alle mino­ran­ze anco­ra svan­tag­gia­te, per poter crea­re una real­tà dove tut­ti pos­sa­no acce­de­re all’istruzione che deve esse­re un dirit­to e non un privilegio. 

Sem­bra quin­di che lo stru­men­to del­le affir­ma­ti­ve actions deb­ba anco­ra matu­ra­re, alme­no fin­ché non saran­no col­ma­te le enor­mi dispa­ri­tà eco­no­mi­che tra le varie com­po­nen­ti del­la popo­la­zio­ne americana. 

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Giulia Perelli
Vivo di viag­gi, di libri e di espe­rien­ze. Scri­vo di tut­to quel­lo che vedo e sono un moto per­pe­tuo. Sono una stu­den­tes­sa di giu­ri­spru­den­za e di tut­to quel­lo che mi capi­ta di voler impa­ra­re. Sono l’artista meno arti­sta di sem­pre. Nel­la vita devo solo poter rac­con­ta­re, par­la­re e fotografare.

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