Olinguiti, storia della scoperta di una nuova specie

Olinguiti, storia della scoperta di una nuova specie

È il 2003 e Kri­sto­fer Hel­gen è il cura­to­re del­la sezio­ne mam­mi­fe­ri allo Smi­th­so­nian Natio­nal Museum of Natu­ral Histo­ry, quan­do deci­de di redi­ge­re, insie­me ad alcu­ni col­le­ghi, il pri­mo stu­dio ad ampio spet­tro sugli olin­gos (Bas­sa­ri­cyon), pic­co­li car­ni­vo­ri arbo­ri­co­li affe­ren­ti alla fami­glia dei Pro­cio­ni­di. Uno stu­dio di que­sto tipo richie­de la con­sul­ta­zio­ne di immen­se moli di mate­ria­le che com­pren­do­no docu­men­ti scrit­ti, pro­ve foto­gra­fi­che e reper­ti pro­ve­nien­ti da musei. 

«Men­tre mi tro­va­vo al Field Museum di Chi­ca­go,» dice Hel­gen, «ho aper­to un cas­set­to e vi ho tro­va­to alcu­ne pel­li di car­ni­vo­ri che non ave­vo mai visto pri­ma. Era­no coper­te da un fluen­te man­to ros­sic­cio.» Ana­liz­zan­do meglio que­sti reper­ti, diven­ta­va sem­pre più dif­fi­ci­le ricon­dur­li a una spe­cie cono­sciu­ta del gene­re Bas­sa­ri­cyon: le orec­chie era­no più pic­co­le e più pelo­se, il man­to più den­so e più lun­go e la coda, sen­za stri­sce distin­gui­bi­li, pro­por­zio­nal­men­te più cor­ta rispet­to al resto degli altri olin­gos. Occor­re­va approfondire. 

Le analisi dei teschi di questi animali confermarono i sospetti di Helgen: le forme dei crani erano insolite, ed i denti troppo piccoli rispetto agli altri olingos. Aveva scoperto una nuova specie. 

Pur­trop­po, tut­ti i reper­ti a dispo­si­zio­ne era­no sta­ti rac­col­ti duran­te il XX seco­lo, dun­que non era pos­si­bi­le sta­bi­li­re, solo sul­la base di quel­li, se alcu­ni olin­gui­ti (a cau­sa del­le pic­co­le dimen­sio­ni si inco­min­ciò a uti­liz­za­re que­sto nome per rife­rir­si infor­mal­men­te alla nuo­va spe­cie) fos­se­ro anco­ra pre­sen­ti sul pia­ne­ta o se la spe­cie si fos­se estin­ta nel cor­so degli anni. 

Era ormai il 2006 e, gra­zie alle sue inda­gi­ni, Hel­gen era riu­sci­to a cir­co­scri­ve­re un area­le in cui cer­ca­re la nuo­va spe­cie: le fore­ste nebu­lo­se del­le Ande colom­bia­ne ed ecua­do­ria­ne. Con­tat­tò quin­di Roland Kays, diret­to­re del Bio­di­ver­si­ty and Earth Obser­va­tion Labo­ra­to­ry pres­so il North Caro­li­na Museum of Natu­ral Scien­ces, al fine di orga­niz­za­re una spe­di­zio­ne sul cam­po, che ven­ne effet­tua­ta qual­che tem­po dopo a fron­te di otti­mi auspi­ci: pri­ma che par­tis­se­ro, Miguel Pin­to, uno zoo­lo­go ecua­do­re­gno, ave­va invia­to ai due stu­dio­si una sgra­na­ta regi­stra­zio­ne che ritrae­va un pic­co­lo car­ni­vo­ro del gene­re Bas­sa­ri­cyon. Non c’erano dub­bi, era l’olin­gui­to.

Hel­gen e Kays si get­ta­ro­no a capo­fit­to all’interno di un eco­si­ste­ma che sem­bra­va per­fet­to per ospi­ta­re una spe­cie miste­rio­sa: le fore­ste nebu­lo­se han­no que­sto nome poi­ché si trat­ta di umi­di boschi sem­pre­ver­di carat­te­riz­za­ti da una per­si­sten­te col­tre di neb­bia che rima­ne a bas­sa quo­ta. Non sono tipi­che del Suda­me­ri­ca, si tro­va­no anche in Afri­ca e nel Sud-est asia­ti­co, ma le Ande ne pos­seg­go­no di spet­ta­co­la­ri, ricet­ta­co­li di spe­cie che non è pos­si­bi­le tro­va­re altro­ve, mol­te del­le qua­li, pur­trop­po, minac­cia­te o in pericolo. 

Ecua­dor

Qui, Helgen e Kays appurarono che l’olinguito (che nel frattempo era stato nominato Bassaricyon neblina, dal termine che in spagnolo significa ‘nebbiolina’) non era estinto in natura.

Inol­tre, riu­sci­ro­no ad otte­ne­re nuo­vi dati sul­la spe­cie: si trat­ta di un ani­ma­le pre­va­len­te­men­te not­tur­no, stret­ta­men­te arbo­ri­co­lo e che si nutre pre­va­len­te­men­te di frut­ta. Pare inso­li­to che un appar­te­nen­te dell’ordine Car­ni­vo­ra si nutra di vege­ta­li, ma non è l’unico caso. Il pan­da gigan­te, ad esem­pio, affe­ri­sce al mede­si­mo grup­po e si nutre di bamboo. 

Il 15 ago­sto di nove anni fa, Hel­gen e Kays annun­cia­ro­no la sco­per­ta del­la spe­cie e redas­se­ro un lun­go arti­co­lo nel qua­le ripor­ta­ro­no non solo le infor­ma­zio­ni che ave­va­no rac­col­to riguar­do a Bas­sa­ri­cyon nebli­na, ma anche le osser­va­zio­ni che ave­va­no con­dot­to sull’ecosistema che esso abita. 

Pur­trop­po, nono­stan­te le fore­ste nebu­lo­se andi­ne rechi­no diver­si bene­fi­ci agli esse­ri uma­ni (non solo a quel­li che vivo­no in pros­si­mi­tà del­le stes­se), la galop­pan­te cre­sci­ta indu­stria­le di Ecua­dor e Colom­bia non sem­bra riu­sci­re ad esse­re meno aggres­si­va nei loro con­fron­ti: il 42% dell’habitat sto­ri­ca­men­te ido­neo per la soprav­vi­ven­za degli olin­gui­ti è sta­to disbo­sca­to e con­ver­ti­to a ter­ri­to­rio urba­no o agri­co­lo, e un ulte­rio­re 21% non è antro­piz­za­to, ma è lar­ga­men­te defo­re­sta­to. Sol­tan­to il rima­nen­te 37% (40 760 km2) rima­ne adat­to per la soprav­vi­ven­za del­la specie. 

Di fron­te a que­sti dati sco­rag­gian­ti, Hel­gen e Kays spe­ra­va­no che Bas­sa­ri­cyon nebli­na potes­se diven­ta­re una spe­cie ban­die­ra, che con­cen­tras­se l’attenzione degli esse­ri uma­ni su un ter­ri­to­rio pre­zio­so che sta venen­do velo­ce­men­te ero­so. La sco­per­ta del­la spe­cie ven­ne accom­pa­gna­ta da una lar­ga coper­tu­ra media­ti­ca, e per cir­ca un anno tale spe­ran­za sem­brò con­cre­tiz­zar­si: diver­si cit­ta­di­ni spe­di­ro­no ai due scien­zia­ti pro­ve foto­gra­fi­che che aiu­ta­ro­no ad affi­na­re la cono­scen­za uma­na riguar­do a Bas­sa­ri­cyon nebli­na.

Sono sta­te indi­vi­dua­te, in Colom­bia, alcu­ne nuo­ve aree che potreb­be­ro sup­por­ta­re la pre­sen­za del­la spe­cie, ed è sta­to appu­ra­to che essa vive in con­di­zio­ni di inten­sa umi­di­tà, a una tem­pe­ra­tu­ra media di 17.7°C e non sopra i 2890m s.l.m.

La variazione di questi parametri potrebbe rivelarsi pericolosissima per gli olinguiti che, quindi, come il resto delle specie che abitano le foreste nebulose, sono molto vulnerabili al cambiamento climatico. 

Per tale moti­vo sono sta­ti clas­si­fi­ca­ti come near threa­te­ned dall’IUCN. Come ripor­ta­no Hel­gen e Kays nel loro arti­co­lo, «la soprav­vi­ven­za sul lun­go ter­mi­ne di B. nebli­na dipen­de­rà dal­la con­ser­va­zio­ne dei fram­men­ti che riman­go­no di que­ste fore­ste, e dal­la restau­ra­zio­ne degli habi­tat degra­da­ti, in modo da man­te­ne­re la con­net­ti­vi­tà fra le popolazioni.»

Daniele Di Bella
Sono Danie­le, da gran­de voglio fare il bio­fi­si­co, esplo­ra­re l’Ar­ti­de e lavo­ra­re in Antar­ti­de. Al momen­to stu­dio Quan­ti­ta­ti­ve Bio­lo­gy, leg­go, mi inte­res­so di ambien­te e scri­vo per Vulcano.
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Sono Daniele, da grande voglio fare il biofisico, esplorare l'Artide e lavorare in Antartide. Al momento studio Quantitative Biology, leggo, mi interesso di ambiente e scrivo per Vulcano.

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