Del: 22 Settembre 2022 Di: Costanza Mazzucchelli Commenti: 0
Intervista a Voto Dove Vivo. Un diritto da garantire a tutti

Le elezioni politiche sono sempre più vicine, qualcuno sa già per chi votare, qualcun altro è ancora indeciso. Qualcun altro ancora, però, sa già che non andrà a votare e non potrà esercitare il proprio diritto di voto; infatti, 5 milioni di studenti e lavoratori dovranno mettere in conto di acquistare un biglietto andata e ritorno per votare e perdere qualche giorno di studio o lavoro. L’interruzione delle lezioni di lunedì 26 settembre (deliberata anche nel nostro Ateneo) e gli sconti per chi torna a casa per votare sono solo un palliativo; il dibattito intorno al diritto di voto ai fuorisede deve essere affrontato e risolto il prima possibile. Per parlare di ciò, Vulcano ha intervistato Voto Dove Vivo, comitato attivo da qualche anno e impegnato nella redazione di una Proposta di Legge per il voto ai fuorisede.


Ciao e benvenuti su Vulcano! Come presentereste il comitato Voto dove Vivo ai nostri lettori?

Ciao! Innanzitutto grazie per l’invito! Il Comitato “Voto Dove Vivo” nasce nel 2019 con l’intenzione di coinvolgere e aggregare il più grande numero possibile di cittadini e di realtà diverse intorno alla battaglia per il diritto di voto dei fuorisede e a sostegno della Proposta di Legge n. 1714 depositata alla Camera a prima firma Marianna Madia. Siamo un Comitato aperto, a disposizione di tutti i singoli cittadini e di tutte le realtà associative, civiche e politiche che intendono sostenere questa Proposta di Legge. Può già contare sull’adesione di diverse realtà nazionali e locali, ma chiunque voglia può impegnarsi in questa battaglia, far propria questa Proposta e contribuire a promuoverla anche come singolo cittadino.

Iniziamo subito guardando alle prossime elezioni, che si terranno il 25 settembre. Sui vostri canali social avete pubblicato un’infografica dalla quale risulta che solo PD, +Europa, Azione/Italia Viva hanno inserito nel programma elettorale il voto ai fuorisede. Vi siete confrontati direttamente con queste forze politiche?

Come accade sempre a ridosso delle elezioni, anche questa volta il tema del voto dei fuorisede è tornato a essere un tormentone sui media e tra i partiti. Tutti ne parlano, tutti gridano allo scandalo per la mancata approvazione nella scorsa legislatura ma, in realtà, non solo in molti facevano resistenza a lavorarci negli anni passati, ma in più ora il tema è presente solo nei programmi elettorali di PD, +E e Azione. Con questi partiti siamo in contatto da un po’, e con diversi dei loro esponenti abbiamo collaborato per la stesura della proposta “Voto Dove Vivo”. In più si è creato un ottimo rapporto anche con la lista Sinistra/Verdi, che ha ora molto a cuore il tema. In generale, però, il nostro auspicio è che il tema venga condiviso e fatto proprio da tutte le forze politiche essendo questo un tema di buon senso e non di parte!

Quali possono essere le resistenze da parte dei partiti che non hanno messo in programma questo punto? 

Bella domanda! Bisognerebbe chiederlo a loro… in passato le maggiori resistenze a una legge per il voto dei fuorisede sono arrivate più che altro dal Ministero degli Interni (da sempre molto restio a “innovazioni” sul tema del voto), ma di certo un interessamento costante di tutti i partiti avrebbe aiutato. Ora ne parlano tutti, ma è singolare che persino alcuni partiti che sul finire della scorsa legislatura hanno presentato delle proposte sul tema (il Movimento 5 Stelle e Forza Italia) ora si siano dimenticati di inserirlo nel programma. Viene da pensare che in realtà a mancare sia proprio la volontà politica: per molti partiti, il voto di 5 milioni di italiani fuorisede – in gran parte giovani – evidentemente non è così importante. Per questo nasce il nostro Comitato: bisogna parlare sempre di questo paradosso tutto italiano, non solo a ridosso del voto, e bisogna renderlo un tema di dibattito nazionale affinché si superi finalmente questa situazione folle.

Tornando indietro, invece, ci si potrebbe chiedere perché ad oggi, a maggior ragione vista la ripresa delle lezioni in presenza, non si sia ancora riuscito a legiferare in materia. La settimana del 25 luglio di quest’anno la Camera dei Deputati avrebbe dovuto discutere di questo tema ma, a causa della crisi di governo, la discussione si è interrotta. Come si è arrivati alla (mai realizzata) discussione in Parlamento?

La storia delle proposte di legge sul tema è molto lunga, e in realtà nasce nella XVII Legislatura, quando gli On. Lodolini e Pini depositarono un testo mai approvato. All’inizio della legislatura appena conclusa abbiamo depositato la proposta Voto Dove Vivo con la On. Madia e con le firme di più di quaranta parlamentari appartenenti a partiti diversi. È stata assegnata alla Commissione Affari Costituzionali, dove per mesi – forse a causa del fatto che i proponenti erano all’opposizione rispetto al Governo all’ora in carica – è rimasta ferma. Circa un anno fa le cose hanno iniziato a muoversi, anche per via dell’improvviso, ma senz’altro positivo, interessamento al tema da parte del Ministro D’Incà. Da allora si è riaperto il dibattito in Commissione, portando, come spesso accade, alla presentazione anche di altre proposte sul tema (le proposte Brescia, Ungaro, e altri). Dopo mesi di discussioni, si era finalmente giunti a una mediazione tra tutte le forze politiche e il Ministero, con la stesura di un testo che, partendo dalla proposta Madia, sarebbe dovuto essere approvato alla Camera a luglio. Peccato che la caduta del governo abbia fatto saltare tutto anche questa volta, perché eravamo a un passo dal risultato! 

Quali potrebbero essere le modalità per votare da fuorisede, qualora dovesse passare una legge a riguardo?

Sulle modalità di voto noi siamo molto aperti a tutte le soluzioni. Il nostro obiettivo come Comitato è fare in modo che diventi un tema di dibattito nazionale e che i 5 milioni di fuorisede per motivi di studio, lavoro e cura possano votare senza dover “tornare a casa”; sul come siamo assolutamente aperti a parlarne con tutti. Il testo di Voto dove Vivo, scritto nel 2018 e depositato nel 2019, ovvero nell’era pre-Covid, prevedeva il voto per corrispondenza. Il perché è molto semplice: era, ed è, il sistema usato all’estero, e quindi si proponeva di applicarlo anche ai fuorisede che, previa registrazione all’Albo dei Fuorisede mediante SPID, presentavano richiesta. Già ai tempi proponemmo il voto elettronico (per il quale il testo prevede una sperimentazione da parte del Governo), ma i tecnici della Camera ci dissero che era qualcosa di “irrealizzabile e utopico” in Italia. Ora, tre anni dopo, abbiamo un paese completamente diverso: la digitalizzazione è in ogni ufficio della PA; i più grandi atenei d’Italia hanno votato digitalmente senza problemi; e esistono anche altre ipotesi, come il voto anticipato nelle prefetture, che sembrano raccogliere la maggioranza dei consensi tra le forze politiche e il Ministero. È per questo che oggi non chiediamo che venga necessariamente scelta la modalità di voto che proponemmo nel 2019, ma che anzi si sfruttino al massimo i nuovi contesti sociali e digitali per trovare i modi più sicuri ed efficaci per far votare i fuorisede dove vivono.

Basandosi sulle passate elezioni, è possibile stimare indicativamente quanto pesi il mancato ritorno dei fuorisede sul dato dell’affluenza e sui risultati delle elezioni?

Dati precisi sull’impatto reale nel voto non ce ne sono, anche perché l’attenzione diffusa sul tema è purtroppo molto recente. Si hanno però i dati Istat riportati nel Libro Bianco sull’Affluenza presentato dal Ministro D’Incà: in Italia abbiamo 5 milioni di cittadini e cittadine fuorisede per motivi di studio, lavoro o cura, ovvero circa un cittadino su dodici – un dato che peraltro presenta un forte aumento negli ultimi anni. Se si considera solo la platea elettorale, vale a dire circa 45 milioni di italiani, il dato dei cittadini che non hanno accesso libero al voto – ovvero che devono spendere soldi e perdere tempo (in molti casi chiedendo anche ferie o perdendo lezioni) – supera il 10%. È un numero enorme, come è possibile che non sia ancora una priorità politica?

Le raccolte firme e le campagne per garantire il voto ai fuorisede sono numerose. Come vi siete relazionati con gli altri comitati? Lavorate anche con le liste universitarie e il CNSU?

Sì, il nostro Comitato ha raccolto l’adesione di moltissime liste universitarie dei singoli atenei e di reti di associazioni a livello nazionale. Con esse, e con i loro rappresentanti al CNSU abbiamo ad esempio lavorato affinché si chiedesse quantomeno alle università di sospendere lezioni ed esami nei giorni vicini alle elezioni per permettere agli studenti fuorisede di tornare a casa per votare. In tanti atenei, per fortuna, sarà così.

Per quel che riguarda le altre realtà attive sul tema, ci siamo confrontati più volte e siamo molto contenti che finalmente l’importanza del voto dei fuorisede stia diventando qualcosa di sempre più diffuso, soprattutto tra le giovani generazioni. La differenza sostanziale è che il nostro Comitato nasce non da una raccolta firme online, bensì da una legge, un testo depositato alla Camera che abbiamo contribuito significativamente a scrivere. Era il 2018, erano i mesi antecedenti alla campagna elettorale delle elezioni politiche, e dicemmo che era arrivata l’ora di fare qualcosa per i fuorisede che fino ad allora venivano inclusi nel dibattito pubblico solamente quando si dovevano attaccare a causa della cosiddetta “movida” o per il caro affitti. Nacque la proposta di legge “Voto Dove Vivo”, un testo semplice ma preciso, grazie all’aiuto dei tanti studenti di giurisprudenza, che dice una cosa sola: fateci votare, vogliamo esercitare un nostro diritto fondamentale senza dover “tornare a casa” spendendo soldi e perdendo tempo in viaggi infiniti. In realtà è una richiesta quasi banale, ma che evidenzia quanto il nostro paese sia rimasto indietro su questi temi rispetto agli altri stati europei dove i fuorisede già votano dove vivono da tanti anni. Poco dopo incontrammo l’On. Marianna Madia, candidata nel nostro collegio, che subito decise di sposare la nostra causa, promettendo di portarla in Parlamento. Per diffondere al meglio la causa lanciammo il Comitato, apartitico e aperto, che in poco tempo ha ricevuto l’adesione non solo di tante forze politiche, ma anche di associazioni, realtà del mondo universitario e studentesco, sindacati, e tanti cittadini individuali. 

È così che è nato il testo di legge, con un’istanza di un gruppo di cittadini di un territorio, con degli attivisti che decidono di battersi per essa, e con una parlamentare che rappresenta un Collegio dove il tema è particolarmente sentito che decide di farsene carico. Se uno ci pensa, è così che dovrebbe funzionare normalmente la democrazia rappresentativa, no?

Costanza Mazzucchelli
Classe 2000, studentessa di Lettere. Guardo il mondo attraverso i miei occhiali spessi, ascolto e leggo, poi scrivo di ciò che ho imparato.

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