La progressiva digitalizzazione dell’identità, un’analisi

La progressiva digitalizzazione dell’identità, un'analisi

Cosa pro­va­no le per­so­ne nei con­fron­ti del­la digi­ta­liz­za­zio­ne? Que­sta è la doman­da che ha inne­sca­to la curio­si­tà di Ande­ra Gadeib, scrit­tri­ce tede­sca e pro­mo­tri­ce di uno stu­dio che ha coin­vol­to cir­ca mil­le indi­vi­dui, tra uomi­ni e don­ne, pro­ve­nien­ti da tut­ta la Germania. 

Oggetto della ricerca era conoscere le sensazioni delle persone nei confronti del continuo progresso digitale: “How do people feel about digitalization?”, lo slogan utilizzato. 

I risul­ta­ti sono sta­ti estre­ma­men­te rile­van­ti: l’11 % si è cate­go­ri­ca­men­te oppo­sto all’innovazione, il 28% ha mostra­to inde­ci­sio­ne, men­tre la stra­gran­de mag­gio­ran­za, il 61%, si è pre­sen­ta­ta più tol­le­ran­te (di que­sti, solo un indi­vi­duo su 5 ha dimo­stra­to fer­ma con­vin­zio­ne cir­ca i bene­fi­ci di un mon­do più digitale).

Rile­van­do il feno­me­no dal pun­to di vista socia­le, osser­via­mo che cir­ca tre uomi­ni su quat­tro si mostra­no favo­re­vo­li, a dif­fe­ren­za, le don­ne dispen­sa­no mag­gio­ri segni di inde­ci­sio­ne e/o rifiu­to (si par­la di qua­si la metà), e che i ragaz­zi più gio­va­ni (under 29), sono mol­to più aperti alle tec­no­lo­gie rispet­to agli indi­vi­dui di età adul­ta, dai qua­li sor­go­no i mag­gio­ri segna­li d’ostilità. Lo stu­dio è sta­to con­dot­to in Ger­ma­nia, e non in Ita­lia, ove l’analfabetismo digi­ta­le assu­me dimen­sio­ni più con­si­de­re­vo­li: seb­be­ne sia sta­to rile­va­to un leg­ge­ro incre­men­to rispet­to agli anni pre­ce­den­ti, il rap­por­to DESI 2022 (Digi­tal Eco­no­my and Socie­ty Index, indi­ce del­le com­pe­ten­ze digi­ta­li di base) col­lo­ca l’Italia al quar­tul­ti­mo posto fra i 28 Sta­ti Mem­bri dell’UE, subi­to pri­ma di Polo­nia e Bulgaria. 

Lo stes­so Istat nell’ultimo rap­por­to Cit­ta­di­ni e ICT ammet­te che solo “il 29,1% degli uten­ti di inter­net di 16–74 anni ha com­pe­ten­ze digi­ta­li ele­va­te; la mag­gio­ran­za degli inter­nau­ti ha inve­ce com­pe­ten­ze bas­se (41,6%) o di base (25,8%); vi è una nic­chia di inter­nau­ti che non ha alcu­na com­pe­ten­za digi­ta­le (3,4%, pari a 1 milio­ne e 135 mila)”. Inve­ce, con rife­ri­men­to al gen­der gap: “[…] l’uso di Inter­net è carat­te­riz­za­to da un diva­rio di gene­re a favo­re degli uomi­ni (71,7% con­tro 64,2% del­le don­ne), tali dif­fe­ren­ze sono tut­ta­via mol­to con­te­nu­te e si annul­la­no tra i gio­va­ni fino a 19 anni”. 

Alla luce di que­sti dati emer­go­no del­le ina­spet­ta­te, ma inne­ga­bil­men­te pecu­lia­ri ana­lo­gie, con lo stu­dio di matri­ce tede­sca. Il livel­lo di anzia­ni­tà rima­ne in entram­bi i casi il prin­ci­pa­le fat­to­re discri­mi­nan­te nell’utilizzo di Inter­net; il diva­rio di gene­re, inve­ce, ha un effet­to meno siste­mi­co: dimi­nui­sce fino ad azze­rar­si, con lo scen­de­re dell’età. Insu­scet­ti­bi­li, le esi­gen­ze del­la nuo­va eco­no­mia non si cura­no dell’anacronismo socia­le, pro­iet­tan­do­si ver­so un mon­do più rapi­do negli scam­bi, più sicu­ro nel­le tran­sa­zio­nipiù rispet­to­so dell’ambiente, sen­za mai rinun­cia­re ad un incre­men­ta­le abbat­ti­men­to di costi e spre­chi: in que­sto fran­gen­te sta inter­ve­nen­do la tec­no­lo­gia, con solu­zio­ni che ten­do­no sem­pre più fre­quen­te­men­te all’inevitabile unio­ne tra rea­le e digitale.

A proposito, stanno facendo parlare di sé alcuni recenti strumenti, concepiti da programmatori, ingegneri e tecnici vari, per assolvere ad un compito ben preciso: le inefficienze dei processi umani. Con processi umani si fa riferimento ad un’organizzazione di sistema che tutt’oggi lega i privati con i privati, ed i medesimi con le pubbliche amministrazioni. 

Qui la pro­ble­ma­ti­ca non sor­ge dal pun­to di vista pra­ti­co (anche se pos­so­no esse­re rile­va­te cri­ti­ci­tà comun­que): sono le pro­ce­du­re di matri­ce buro­cra­ti­co-for­ma­le il fat­to­re inva­li­dan­te di que­sti pro­ces­si. La digi­ta­liz­za­zio­ne potreb­be risol­ve­re sif­fat­ti pro­ble­mi? Un’opinione con­tra­stan­te sol­le­ve­reb­be pron­ta­men­te ipo­te­si di even­tua­li rischi/problemi di auten­ti­ca­zio­ne, sot­to­scri­zio­ne e riser­va­tez­za, che potreb­be­ro sor­ge­re a cau­sa del­la poca affi­da­bi­li­tà di cui ancor oggi si accu­sa il digi­ta­le (con rife­ri­men­to alla sicu­rez­za e alla veri­di­ci­tà del­le infor­ma­zio­ni). Oggi, infat­ti, que­sti com­pi­ti sono assol­ti da un pub­bli­co uffi­cia­le (si pen­si ad un nota­io), il qua­le seguen­do deter­mi­na­te pro­ce­du­re è auto­riz­za­to ad attri­bui­re ad un atto pub­bli­co quel­la par­ti­co­la­re garan­zia di veri­di­ci­tà che si chia­ma “pub­bli­ca fede”. 

Si trat­ta di pro­ce­di­men­ti estre­ma­men­te impac­cia­ti, che costa­no tem­po e dena­ro, e che non­di­me­no fan­no per­de­re ogni anno miliar­di e miliar­di di euro alla pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne (57,2 miliar­di, il costo del­la buro­cra­zia ita­lia­na aggior­na­to al 2021). Di fron­te ad un sif­fat­to spre­co è neces­sa­ria una minu­zio­sa ana­li­si del­le diver­se alter­na­ti­ve. Ad oggi, la più effi­cien­te, la più soste­ni­bi­le e la più eco­no­mi­ca, rima­ne comun­que il digi­ta­le.

Per quan­to inve­ce riguar­da i pos­si­bi­li pro­ble­mi di auten­ti­ca­zio­ne, sot­to­scri­zio­ne e riser­va­tez­za? La più moder­na scien­za si è impe­gna­ta a risol­ver­li, par­ten­do dall’utilizzo di cir­cui­ti onli­ne per usu­frui­re dei ser­vi­zi pub­bli­ci, alla nota­riz­za­zio­ne (su bloc­k­chain), par­to­ren­do negli ulti­mi anni stru­men­ti effi­cien­ti e ambi­zio­si, com­pien­do non­di­me­no un pas­so deci­si­vo ver­so la “tran­si­zio­ne digi­ta­le”. A riguar­do, il pri­mo con­cet­to che dev’esser defi­ni­to è quel­lo di iden­ti­tà digi­ta­le.

Quella che per noi è il senso e la consapevolezza di sé, e che lo Stato formalmente riconosce fornendoci un documento d’identificazione personale, nel mondo digitale è una raccolta di dati volti a rappresentare una persona o un’entità online. 

Essa è di base costi­tui­ta da infor­ma­zio­ni per­so­na­li, demo­gra­fi­che e com­por­ta­men­ta­li, com­pre­se le azio­ni onli­ne trac­cia­te (tut­te cose che pos­so­no esse­re limi­ta­te, con­ser­van­do l’anonimato): cioè dei pic­co­li fram­men­ti di dati sull’utente, memo­riz­za­ti e uti­liz­za­ti per miglio­ra­re la navi­ga­zio­ne (coo­kies), aiu­tan­do al con­tem­po i vari inser­zio­ni­sti onli­ne a com­pren­de­re e moni­to­ra­re le pre­sta­zio­ni del­le cam­pa­gne pub­bli­ci­ta­rie. Fuo­ri dal mar­ke­ting, la sua fun­zio­ne pre­mi­nen­te è quel­la di con­sen­ti­re un sicu­ro acces­so ad un siste­ma infor­ma­ti­co, e di sot­to­scri­ve­re vali­da­men­te un docu­men­to digi­ta­le.

Essa da poco tro­va rile­vo anche nel nostro ordi­na­men­to, che mos­so dai fon­di PNRR (uno degli obiet­ti­vi è infat­ti quel­lo di dif­fon­de­re l’identità digi­ta­le, assi­cu­ran­do che ven­ga uti­liz­za­ta entro il 2026 dal 70% del­la popo­la­zio­ne) ha con­fe­ri­to vali­di­tà giu­ri­di­ca all’ID, intro­du­cen­do un Siste­ma Pub­bli­co d’Identità Digi­ta­le (SPID) e una Car­ta d’Identità elet­tro­ni­ca (CIE).

Sof­fer­man­do­ci sul pri­mo, lo SPID è (per l’appunto) un’identità digi­ta­le com­po­sta da una cop­pia di cre­den­zia­li (user­na­me e pas­sword) stret­ta­men­te per­so­na­li, con le qua­li è pos­si­bi­le acce­de­re ai ser­vi­zi onli­ne del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne e dei pri­va­ti ade­ren­ti. Il prin­ci­pa­le van­tag­gio per gli uten­ti è che non dovran­no più gesti­re cre­den­zia­li diver­se a secon­da del ser­vi­zio che voglio­no uti­liz­za­re, poten­do al tem­po stes­so con­ta­re su siste­mi di iden­ti­fi­ca­zio­ne più sicu­ri. Gli Uffi­ci pub­bli­ci potran­no inve­ce abban­do­na­re i siste­mi di auten­ti­ca­zio­ne gesti­ti local­men­te, rispar­mian­do risor­se ed offren­do un ser­vi­zio omo­ge­neo su tut­to il ter­ri­to­rio nazionale.

L’utilizzo dello SPID per la sottoscrizione di documenti informatici ha portato spesso a confonderela sua funzione con quella di una firma digitale o elettronica avanzata, che parimenti vengono utilizzate per accertare la propria identità digitalmente, presentando però indubbie differenze. 

Il pri­mo è un siste­ma di iden­ti­tà digi­ta­le per acce­de­re ai ser­vi­zi onli­ne del­le pub­bli­che ammi­ni­stra­zio­ni; le secon­de sono un par­ti­co­la­re tipo di sot­to­scri­zio­ne basa­ta su una cop­pia di chia­vi crit­to­gra­fi­che, una pub­bli­ca e una pri­va­ta, che con­sen­te di veri­fi­ca­re la pro­ve­nien­za e l’in­te­gri­tà di un docu­men­to: in poche paro­le, l’e­qui­va­len­te elet­tro­ni­co del­la tra­di­zio­na­le fir­ma auto­gra­fa su car­ta. L’Italia ha fat­to da pio­nie­ra anche nel cam­po del­la digi­ta­liz­za­zio­ne del­la fir­ma, dive­nen­do il pri­mo pae­se Ue (e tra i pri­mi al mon­do) a con­fe­rir­le pie­na vali­di­tà: “il docu­men­to infor­ma­ti­co sod­di­sfa il requi­si­to del­la for­ma scrit­ta e ha l’efficacia di scrit­tu­ra pri­va­ta quan­do vi è appo­sta una fir­ma digi­ta­le o altro tipo di fir­ma elet­tro­ni­ca” (d.lgs. 26 ago­sto 2016, n. 179, art. 1‑bis) (ma anche, art. 8‑ter d.l. 14 dicem­bre 2018, n. 135 artt. 3 e 4). 

Que­sto stru­men­to ha di fat­to rivo­lu­zio­na­to il cam­po del­la con­trat­ta­zio­ne, per­met­ten­do di fir­ma­re docu­men­ti infor­ma­ti­ci legal­men­te vin­co­lan­ti, da dispo­si­ti­vi lon­ta­ni chi­lo­me­tri e chi­lo­me­tri tra loro. E per quan­to riguar­da la sicu­rez­za? Esse sono più sicu­re del­la tipo­lo­gia auto­gra­fa (pur sem­pre a rischio fal­si­fi­ca­zio­ne), non­di­me­no i suoi stan­dard e le sue carat­te­ri­sti­che sono con­te­nu­te nel rego­la­men­to UE n° 910/2014, fon­da­men­ta­le al fine di for­ni­re una base nor­ma­ti­va comu­ne per inte­ra­zio­ni elet­tro­ni­che sicu­re. Chia­ma­to “eIDAS” (Elec­tro­nic Iden­ti­fi­ca­tion Authen­ti­ca­tion and Signa­tu­re), il rego­la­men­to defi­ni­sce varie tipo­lo­gie di fir­me elet­tro­ni­che, sud­di­vi­den­do­le in tre cate­go­rie: sem­pli­ce, avan­za­taqua­li­fi­ca­ta (“fir­ma digi­ta­le” o FEQ). 

Quest’ultima è con­si­de­ra­ta la più atten­di­bi­le dal­le linee gui­da AGID, poi­ché risul­ta a segui­to di una pro­ce­du­ra infor­ma­ti­ca, det­ta vali­da­zio­ne, che garan­ti­sce l’autenticità, l’integrità e il non ripu­dio dei docu­men­ti infor­ma­ti­ci. Infi­ne, è neces­sa­rio pun­tua­liz­za­re che sem­pre l’eIDAS det­ta le carat­te­ri­sti­che che ogni fir­ma elet­tro­ni­ca deve ave­re: rispet­ta­re gli stan­dard di fir­ma ETSI (Euro­pean Tele­com­mu­ni­ca­tions Stan­dards Insti­tu­te); uti­liz­za­re un siste­ma di veri­fi­ca dell’identità; ave­re un siste­ma per dimo­stra­re che il docu­men­to non sia sta­to modi­fi­ca­to dopo esse­re sta­to fir­ma­to; uti­liz­za­re la cer­ti­fi­ca­zio­ne elettronica. 

Nel caso dell’insorgere di una con­tro­ver­sia, un docu­men­to infor­ma­ti­co fir­ma­to con FEQ avrà una for­za pro­ba­to­ria limi­ta­ta (pro­pria di una scrit­tu­ra pri­va­ta), e non baste­rà pro­var­ne la pro­ve­nien­za se essa vie­ne con­te­sta­ta; cio­no­no­stan­te, anche il docu­men­to digi­ta­le può esse­re auten­ti­ca­to da un pub­bli­co uffi­cia­le: con l’autenticazione assu­me­rà le carat­te­ri­sti­che dell’atto pub­bli­co, facen­do pie­na pro­va del­la pro­pria provenienza.

Le applicazioni del “digitale” alla realtà sono illimitate, così come lo sono i benefici, per questo esso è oggetto di uno dei più ambiziosi obiettivi di transizione comunitaria firmato da 27 Stati membri dell’Unione Europea.

L’adozione di mas­sa, segui­ta da una cam­pa­gna di for­ma­zio­ne del con­su­ma­to­re, por­te­reb­be alla socie­tà enor­mi van­tag­gi non solo in ter­mi­ni di effi­cien­za, ma soprat­tut­to di costi e soste­ni­bi­li­tà, apren­do stra­de che fino­ra non sono sta­te bat­tu­te. Que­sta, come defi­ni­sce Juan Car­los De Mar­tin, pro­fes­so­re di Inge­gne­ria infor­ma­ti­ca al Poli­tec­ni­co di Tori­no, è una vera e pro­pria “rivo­lu­zio­ne oriz­zon­ta­le che sta entran­do in tut­ti i com­par­ti pro­dut­ti­vi ed è in gra­do di cam­bia­re la vita del­le per­so­ne. O meglio, sta cam­bian­do tut­to ciò che è pos­si­bi­le tra­sfor­ma­re in bit. Per­ché? Inter­net è una tec­no­lo­gia gene­ral pur­po­se (come l’elettricità e il vapo­re) in quan­to è uti­liz­za­bi­le in tut­ti i diver­si set­to­ri del­la pro­du­zio­ne. È una rivo­lu­zio­ne in gra­do di cam­bia­re gli stes­si esse­ri uma­ni. Ecco perché”.

Arti­co­lo di Arman­do Cencini

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