Perché confino politico significa detenzione

Perchè confino politico significa detenzione

«Mus­so­li­ni man­da­va la gen­te a fare vacan­za al con­fi­no» dichia­ra­va duran­te un’intervista Sil­vio Ber­lu­sco­ni, ex Pre­si­den­te del Con­si­glio, qua­si vent’anni fa. L’asso­cia­zio­ne vil­leg­gia­tu­ra-con­fi­no poli­ti­co non è di cer­to nuo­va, e anzi andreb­be addi­rit­tu­ra incon­tro a ciò che il regi­me fasci­sta si auspicava. 

Con “con­fi­no poli­ti­co” ci si rife­ri­sce ad una misu­ra adot­ta­ta dal regi­me fasci­sta come pre­ven­zio­ne ai fini del man­te­ni­men­to dell’ordine pub­bli­co. Il con­dan­na­to, secon­do la Leg­ge di Pub­bli­ca Sicu­rez­za del 1926, era obbli­ga­to a vive­re in una loca­li­tà diver­sa rispet­to a quel­la del­la pro­pria resi­den­za, iso­la­to dal resto del­la società. 

L’origine del confino risale, in realtà, al 1863, anno in cui viene varata la legge Pica per la repressione del brigantaggio. 

In que­sto testo vie­ne intro­dot­to per la pri­ma vol­ta il domi­ci­lio coat­to per “ozio­si, vaga­bon­di, per­so­ne sospet­te, non­ché ai camor­ri­sti e sospet­ti manu­ten­go­li”. Ini­zial­men­te lega­to alla delin­quen­za a stam­po mafio­so, è con il ven­ten­nio fasci­sta che il con­fi­no diven­ta uno stru­men­to di repres­sio­ne politica. 

Si pre­sen­ta­va, quin­di, come una via di mez­zo tra l’ammonizione (che per­met­te­va di rima­ne­re pres­so il pro­prio domi­ci­lio, a pat­to di pre­sen­tar­si rego­lar­men­te alle auto­ri­tà) e la pena deten­ti­va. Non per que­sto deve esse­re con­si­de­ra­ta come una puni­zio­ne “leg­ge­ra”.

Uno dei luo­ghi comu­ni che aleg­gia intor­no alla dit­ta­tu­ra di Mus­so­li­ni è pro­prio quel­lo secon­do cui i meto­di fasci­sti impie­ga­ti con­tro l’opposizione sia­no sta­ti più “bene­vo­li” (o “beni­gni”, per riag­gan­ciar­si alle paro­le del Cava­lie­re) rispet­to a quel­li adot­ta­ti da altri tota­li­ta­ri­smi, pri­mo fra tut­ti quel­lo nazi­sta. Ad accre­di­ta­re que­ste posi­zio­ni sono pro­prio i luo­ghi scel­ti come mete di con­fi­no: Lipa­ri, Pon­za, Ven­to­te­ne, Lam­pe­du­sa, Pan­tel­le­ria ed entro­ter­ra meri­dio­na­le. Oggi sono noto­ria­men­te luo­ghi dove tra­scor­re­re le pro­prie vacan­ze, ma andan­do indie­tro nel tem­po que­ste ter­re veni­va­no uti­liz­za­te per la reclu­sio­ne ed emar­gi­na­zio­ne di cri­mi­na­li o pre­sun­ti tali.

La scelta chiaramente non era casuale: vi erano, infatti, alcuni importanti requisiti che un territorio doveva soddisfare affinché potesse qualificarsi a ruolo di confino. 

Innan­zi­tut­to, biso­gna­va sele­zio­na­re un luo­go suf­fi­cien­te­men­te iso­la­to, pri­vo per­ciò di acces­so alle stra­de prin­ci­pa­li, lon­ta­no dai cen­tri urba­ni e dal­le fron­tie­re. Oltre alle comu­ni­ca­zio­ni stra­da­li, era for­te­men­te neces­sa­ria un’esclusione anche dal­la vita rea­le del Pae­se: si vole­va mini­miz­za­re il pas­sag­gio di infor­ma­zio­ne e di aggior­na­men­ti sull’ambiente cul­tu­ra­le e poli­ti­co ita­lia­no. Pro­prio per que­sti sco­pi veni­va­no pri­vi­le­gia­te iso­le e l’interno del Mez­zo­gior­no, trat­tan­do­si mol­to spes­so di luo­ghi poco den­sa­men­te abi­ta­ti e con un livel­lo di edu­ca­zio­ne media­men­te bas­so. Si anda­va ricer­can­do, in sostan­za, l’Italia più arre­tra­ta che si potes­se incontrare. 

È neces­sa­rio, però, ricor­da­re che si par­la di dete­nu­ti poli­ti­ci, la cui con­dan­na dipen­de­va da leg­gi ingiu­ste e frut­to di un regi­me auto­ri­ta­rio, il qua­le si bef­fa­va dei dirit­ti più basi­la­ri e del­le liber­tà più ele­men­ta­ri. Da qui deri­va l’urgen­za di con­vin­ce­re la popo­la­zio­ne, soprat­tut­to quel­la por­zio­ne più vici­na ai pri­gio­nie­ri, dell’effettiva col­pe­vo­lez­za di chi veni­va puni­to per moti­vi poli­ti­ci. La stra­te­gia adot­ta­ta fu quel­la di siste­ma­re i con­fi­na­ti nell’immediata pros­si­mi­tà di luo­ghi deten­ti­vi ordi­na­ri, cioè mischiar­li e con­fon­der­li con cri­mi­na­li. In que­sto modo si ten­ta­va di far pene­tra­re nell’opinione pub­bli­ca l’associazione tra il dis­sen­so poli­ti­co e la delin­quen­za comu­ne. E l’obiettivo veni­va a tal pun­to cen­tra­to che i fami­lia­ri stes­si di don­ne e uomi­ni poli­ti­ci ini­zia­ro­no a cre­de­re allo stra­ta­gem­ma del­la pro­pa­gan­da fascista. 

E in que­sto sen­so è un nobi­le esem­pio la let­te­ra di Anto­nio Gram­sci, fon­da­to­re e segre­ta­rio del Par­ti­to Comu­ni­sta d’Italia, indi­riz­za­ta alla madre. Il lea­der di par­ti­to con que­sta mis­si­va inten­de­va ras­si­cu­ra­re la geni­tri­ce cir­ca la natu­ra del­la sua pri­gio­nia, chia­ren­do­ne i moti­vi e il suo approc­cio a riguar­do: «Caris­si­ma mam­ma, vor­rei che tu com­pren­des­si bene, anche con il sen­ti­men­to, che io sono un dete­nu­to poli­ti­co e sarò un con­dan­na­to poli­ti­co, che non avrò mai da ver­go­gnar­mi di que­sta deten­zio­ne. Che, in fon­do, la deten­zio­ne e la con­dan­na le ho volu­te io stes­so, in un cer­to modo, per­chè non ho mai volu­to muta­re le mie opi­nio­ni, per le qua­li sarei dispo­sto a dare la vita e non solo sta­re in prigione». 

Altro scam­bio epi­sto­la­re pas­sa­to alla sto­ria riguar­da la richie­sta di gra­zia fat­ta a Mus­so­li­ni da par­te di Maria Muzio, madre del futu­ro Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca San­dro Per­ti­ni. Allo stes­so modo di Gram­sci, Per­ti­ni con vigo­re rifiu­ta l’aiuto del­la madre e addi­rit­tu­ra scri­ve una let­te­ra al Tri­bu­na­le Spe­cia­le dis­so­cian­do­si dal gesto mater­no. Si rivol­ge alla Muzio con paro­le dure, pro­fon­da­men­te feri­to dal suo com­por­ta­men­to: «Mam­ma, per­ché hai volu­to offen­de­re la mia fede? Lo sai bene, che è tut­to per me, que­sta mia fede, che ho sem­pre ama­to tan­to. […] per essa con ani­mo lie­to ho accet­ta­to la con­dan­na e sere­na­men­te ho sem­pre sop­por­ta­to la prigione».

I condannati rifiutavano ogni tipo di aiuto o agevolazione, non avevano intenzione di piegarsi al giogo del Duce rinnegando le proprie idee e opinioni.

Que­sto anche a costo del­la stes­sa vita, come poi effet­ti­va­men­te acca­drà a Gram­sci, la cui scom­par­sa è sta­ta sicu­ra­men­te acce­le­ra­ta dal­la dura vita in carcere. 

Le con­di­zio­ni di vita dei car­ce­ra­ti e dei con­fi­na­ti poli­ti­ci, infat­ti, era­no mise­re, carat­te­riz­za­te da una for­te man­can­za di assi­sten­za sani­ta­ria e di sicu­rez­za nei tra­spor­ti tra un luo­go di deten­zio­ne e l’altro. Sem­pre lo stes­so Gram­sci nel­le let­te­re indi­riz­za­te alla cogna­ta rac­con­ta del lun­go ed este­nuan­te tra­spor­to ver­so Usti­ca. I dete­nu­ti era­no costret­ti in manet­te, lega­ti a grup­pi di tre o più per­so­ne alle mede­si­me cate­ne, per­qui­si­ti e cari­ca­ti su vapo­ret­ti anche in con­di­zio­ni meteo­ro­lo­gi­che che impos­si­bi­li­ta­va­no la navigazione. 

Una vol­ta giun­ti a desti­na­zio­ne, la soprav­vi­ven­za non dive­ni­va cer­ta­men­te più age­vo­le. Lo Sta­to for­ni­va ai con­fi­na­ti una “maz­zet­ta” di 5 lire al gior­no, che si abbas­se­rà a 4 o a 3 in segui­to alla cri­si del 1929. Per riu­sci­re a vive­re digni­to­sa­men­te, infat­ti, i dete­nu­ti orga­niz­za­va­no men­se e cas­se comu­ni per ridur­re le sin­go­le spe­se o, chi pote­va per­met­ter­se­lo, chie­de­va soste­gno eco­no­mi­co a casa. 

Nume­ro­se era­no, in aggiun­ta, le limi­ta­zio­ni incon­tra­te nel­la vita quo­ti­dia­na: veni­va­no, natu­ral­men­te, vie­ta­te riu­nio­ni poli­ti­che, la cor­ri­spon­den­za era cen­su­ra­ta e le let­tu­re dove­va­no pas­sa­re attra­ver­so l’approvazione del­la auto­ri­tà locali. 

Nonostante ciò, il confino diventerà una tappa essenziale ai fini della costruzione dell’Italia post-fascismo. È proprio in queste colonie isolate che alcuni dei grandi volti della Resistenza maturano la propria personalità politica. 

Oltre alle gran­di figu­re ante­ce­den­ti al Ven­ten­nio (tra i qua­li Bor­di­ga e Gram­sci, anta­go­ni­sti in seno al PCdI, ma com­pa­gni di stan­za a Usti­ca), si incon­tra­no e fio­ri­sco­no per­so­na­li­tà pro­ta­go­ni­ste dell’Italia e dell’Europa che ver­rà: basti pen­sa­re al Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne, pro­mo­to­re di un’unità euro­pea, scrit­to e pen­sa­to da Altie­ro Spi­nel­li ed Erne­sto Ros­si duran­te la deten­zio­ne, dif­fu­so suc­ces­si­va­men­te da Euge­nio Colorni. 

Con­fi­no per­ciò non ha signi­fi­ca­to né di vacan­za né di perio­do di vil­leg­gia­tu­ra, ma ha rap­pre­sen­ta­to una ingiu­sti­fi­ca­ta pri­va­zio­ne di liber­tà e di mani­fe­sta­zio­ne del pen­sie­ro. I dirit­ti dei con­fi­na­ti non sono sta­ti lesi, ma sostan­zial­men­te cor­ro­si, eli­mi­na­ti, cal­pe­sta­ti. Sug­ge­ri­re che si trat­ti di una puni­zio­ne meno strin­gen­te rispet­to ai lager o ai gulag, rite­ne­re che alla fin fine pote­va anche anda­re peg­gio di così, in par­te la giu­sti­fi­ca, la mini­miz­za, oltrag­gian­do i sacri­fi­ci e le lot­te affron­ta­ti da don­ne e uomi­ni poli­ti­ci per resi­ste­re alla deri­va autoritaria. 


Biblio­gra­fia
Ange­lo D’Orsi, Gram­sci. Una nuo­va bio­gra­fia, 2018;
Arman­do Orlan­do, BBC Histo­ry, Il con­fi­no: così si met­te­va­no fuo­ri gio­co gli oppo­si­to­ri del fasci­smo;

Con­di­vi­di:
Nina Fresia
Stu­den­tes­sa di scien­ze poli­ti­che, curio­sa per natu­ra, aspi­ran­te gira­mon­do e avi­da let­tri­ce con un debo­le per la sto­ria e la filo­so­fia. Scri­vo per rea­liz­za­re il sogno del­la me bam­bi­na e rac­con­ta­re attra­ver­so i miei occhi quel­lo che scopro.

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