Una donna al potere? Solo se è “madre e cristiana”

Una donna al potere? Solo se è “madre e cristiana”

La data di cui si par­la da più di due mesi è ormai alle por­te: tra meno di qua­ran­tot­to ore, 51,5 milio­ni di cit­ta­di­ni ita­lia­ni saran­no chia­ma­ti alle urne per eser­ci­ta­re il loro dirit­to di eleg­ge­re la clas­se diri­gen­te che gover­ne­rà il Pae­se per i pros­si­mi cin­que anni (sem­pre fat­ta sal­va la pos­si­bi­li­tà di assi­ste­re a pre­ma­tu­re cri­si di gover­no, che in Ita­lia sono tutt’altro che un’eccezione alla regola).

La scel­ta potrà rica­de­re su ben set­tan­ta­cin­que par­ti­ti, seb­be­ne i più noti si con­ti­no sul­le dita di due mani: Sini­stra Ita­lia­na e Ver­di Euro­pei, +Euro­pa, Par­ti­to Demo­cra­ti­co e Impe­gno Civi­co nel­la coa­li­zio­ne di cen­tro-sini­stra; Movi­men­to Cin­que Stel­le; Azio­ne e Ita­lia Viva nel cosid­det­to ter­zo polo e infi­ne For­za Ita­lia, Lega, Fra­tel­li d’Italia e Noi Mode­ra­ti nel­la coa­li­zio­ne di cen­tro-destra. I più infor­ma­ti sono con­sa­pe­vo­li di poter sce­glie­re anche Ita­le­xit per l’Italia, il par­ti­to gui­da­to dall’ex pen­ta­stel­la­to Gian­lui­gi Para­go­ne, Unio­ne Popo­la­re con l’ex magi­stra­to e sin­da­co di Napo­li Lui­gi De Magi­stris e Vita, par­ti­to gui­da­to anche in que­sto caso da un’ex cin­que stel­le: Sara Cunial. 

È vero che nei quin­di­ci gior­ni che pre­ce­do­no le ele­zio­ni l’AGCOM (auto­ri­tà per le garan­zie nel­le comu­ni­ca­zio­ni) vie­ta la dif­fu­sio­ne di son­dag­gi. È altre­sì vero che non ser­ve aspet­ta­re la chiu­su­ra dei seg­gi per affer­ma­re che la coa­li­zio­ne di cen­tro­de­stra pre­var­rà su quel­la di centrosinistra.

Piuttosto scarsi sono, inoltre, i dubbi circa i rapporti di forza che si configureranno all’interno della coalizione vincitrice.

Sarà Fra­tel­li d’Italia a pre­va­le­re sugli altri tre par­ti­ti di destra, e ciò potreb­be dar vita a qual­co­sa di ine­di­to per la sto­ria ita­lia­na: la pri­ma pre­mier don­na potreb­be inse­diar­si a Palaz­zo Chi­gi pochi gior­ni dopo la con­clu­sio­ne del­la tor­na­ta elet­to­ra­le. Un’eventualità, que­sta, su cui mol­ti com­men­ta­to­ri han­no espres­so la pro­pria opi­nio­ne: alcu­ni affer­ma­no che si trat­te­rà di una con­qui­sta sen­za pre­ce­den­ti, soste­nen­do che una pre­mier­ship fem­mi­ni­le rap­pre­sen­te­reb­be un segna­le posi­ti­vo di rot­tu­ra con il pas­sa­to, men­tre altri riten­go­no che l’identificazione con il ses­so fem­mi­ni­le non sia suf­fi­cien­te a fare del­la Melo­ni una pala­di­na dei dirit­ti del­le donne.

Qual­che bre­ve con­si­de­ra­zio­ne cir­ca le posi­zio­ni poli­ti­che e le dichia­ra­zio­ni rila­scia­te dal­la lea­der di Fra­tel­li d’Italia duran­te que­sta cam­pa­gna elet­to­ra­le – e non solo – può aiu­tar­ci a capi­re qua­le del­le due affer­ma­zio­ni si basa su fat­ti piut­to­sto che su congetture.

Il pri­mo fat­to­re da con­si­de­ra­re è il model­lo che Gior­gia Melo­ni è soli­ta cita­re come esem­pio di buo­na gestio­ne del­la cosa pub­bli­ca: si trat­ta del­la giun­ta Acqua­ro­li, attua­le pre­si­den­te del­la regio­ne Mar­che non­ché vec­chio ami­co del­la lea­der di Fra­tel­li d’Italia. Ancor pri­ma di esse­re elet­to alla gui­da di quel­la che un tem­po era una roc­ca­for­te ros­sa, Fran­ce­sco Acqua­ro­li era fini­to nel mez­zo di una pole­mi­ca per aver par­te­ci­pa­to, il 28 otto­bre 2019, a una cena com­me­mo­ra­ti­va del­la mar­cia su Roma, di cui, per iro­nia del­la sor­te, pro­prio quest’anno ricor­re il cen­te­na­rio. Allo­ra depu­ta­to, Acqua­ro­li si era giu­sti­fi­ca­to soste­nen­do di non esse­re a cono­scen­za del rea­le moti­vo per cui la sud­det­ta cena fos­se sta­ta organizzata. 

Volen­do sor­vo­la­re su que­sto ele­men­to che, seb­be­ne costi­tui­sca moti­vo di imba­raz­zo, non è essen­zia­le ai fini del­la nostra ana­li­si, pren­dia­mo in con­si­de­ra­zio­ne una carat­te­ri­sti­ca piut­to­sto allar­man­te del­la giun­ta Acqua­ro­li, ossia le restri­zio­ni in mate­ria di acces­so all’aborto. Nono­stan­te la recen­te ope­ra­zio­ne di resty­ling che Gior­gia Melo­ni sta ten­tan­do di effet­tua­re pre­ve­da un’assertiva dife­sa di tale dirit­to («Non inten­do abo­li­re o modi­fi­ca­re la leg­ge 194. In che lin­gua ve lo devo dire?» ha affer­ma­to recen­te­men­te in un’inter­vi­sta a Mas­si­mo Gilet­ti), nel­la regio­ne che la lea­der elo­gia per il suo buon gover­no l’accesso all’aborto non sem­bra esse­re così sem­pli­ce come si vor­reb­be far credere. 

I dati parlano chiaro: nelle Marche, il 70% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza (la media nazionale è del 64,6%).

Inol­tre, il tas­so di abor­ti­vi­tà è pari al 4,5% con­tro una media nazio­na­le del 5,4% e del­le 1327 don­ne che nel 2020 han­no deci­so di effet­tua­re l’interruzione volon­ta­ria di gra­vi­dan­za, 110 (8,3%) han­no dovu­to far­lo fuo­ri regio­ne. Nume­ri, que­sti, che dimo­stra­no come la tute­la del dirit­to di sce­glie­re sia garan­ti­ta più ai medi­ci che alle don­ne. A ciò si aggiun­ge il fat­to che, come sot­to­li­nea il quo­ti­dia­no Guar­dian, “men­tre a livel­lo nazio­na­le l’aborto può esse­re som­mi­ni­stra­to fino a nove set­ti­ma­ne di gra­vi­dan­za, nel­le Mar­che il limi­te è di set­te set­ti­ma­ne”. E anco­ra: “spes­so la don­na non sco­pre di esse­re incin­ta pri­ma del­la quin­ta o sesta set­ti­ma­na”, a cui ne va aggiun­ta un’altra in quan­to, “dopo aver rice­vu­to il cer­ti­fi­ca­to che auto­riz­za l’aborto, la don­na deve riflet­te­re per una set­ti­ma­na pri­ma di poter procedere”. 

Non si può sor­vo­la­re, inol­tre, su quan­to acca­du­to a fine gen­na­io 2020, quan­do il con­si­glio regio­na­le mar­chi­gia­no ha deci­so di non ade­ri­re alle linee gui­da ema­na­te dal mini­ste­ro del­la Salu­te, di fat­to vie­tan­do la som­mi­ni­stra­zio­ne del­la pil­lo­la abor­ti­va pres­so i con­sul­to­ri fami­lia­ri: le mar­chi­gia­ne, per­tan­to, sono costret­te a segui­re il più com­pli­ca­to per­cor­so del rico­ve­ro ospe­da­lie­ro (ne ave­va­mo par­la­to qui).  

Non è difficile, dunque, capire per quale motivo sul tema dell’aborto, «qualche pseudo femminista», come le chiama lei, accusi la Meloni di voler difendere tale diritto soltanto a parole, mentre le azioni dei suoi fedelissimi – che lei stessa non manca di elogiare – sembrano comunicare tutt’altro messaggio.

La chia­ve di let­tu­ra che può aiu­tar­ci a com­pren­de­re il moti­vo per cui, di fat­to, la pos­si­bi­li­tà di rom­pe­re il sof­fit­to di cri­stal­lo è riser­va­ta a don­ne che pro­ven­ga­no da par­ti­ti con­ser­va­to­ri (da Chri­sti­ne Lagar­de a Rober­ta Metso­la, da Mar­ga­ret That­cher a Liz Truss, pas­san­do per Mari­ne Le Pen e, appun­to, Gior­gia Melo­ni), risie­de nel­la loro ade­sio­ne al siste­ma di pote­re patriar­ca­le, per­pe­tua­to e raf­for­za­to dal­le loro posi­zio­ni poli­ti­che e dal­la loro visio­ne del­la socie­tà: la dife­sa del­la fami­glia tra­di­zio­na­le, la cri­mi­na­liz­za­zio­ne del­la “devian­za”, la con­dan­na del­la gesta­zio­ne per altri e del sex work, il rifiu­to di sen­si­bi­liz­za­re i gio­va­ni su temi qua­li l’identità di gene­re e l’orientamento ses­sua­le, bol­la­to come ten­ta­ti­vo di dif­fon­de­re le “teo­rie gen­der” nel­le scuole.

E allo­ra, come luci­da­men­te spie­ga­to dal­la scrit­tri­ce Miche­la Mur­gia, piut­to­sto che chie­der­ci se Gior­gia Melo­ni sia fem­mi­ni­sta o no dovrem­mo chie­der­ci qua­le model­lo di pote­re stia eser­ci­tan­do, qua­le idea di socie­tà stia pro­po­nen­do, qua­li paro­le d’ordine stia pro­nun­cian­do. Ci ren­de­re­mo con­to, così, che il ses­so bio­lo­gi­co del­la poten­zia­le pre­mier ita­lia­na non basta a far gioi­re chi da anni lot­ta per riven­di­ca­re il pro­prio dirit­to a gover­na­re sen­za dover­si con­for­ma­re a un siste­ma di pote­re che è sta­to pen­sa­to e costrui­to a imma­gi­ne e somi­glian­za del sog­get­to maschi­le e che si basa sull’esclu­sio­ne di quel­lo femminile.

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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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