Del: 30 Ottobre 2022 Di: Giulia Riva Commenti: 0
Benito Mussolini al MISE. Apologia o cancel culture?

Ha fatto molto discutere nelle scorse settimane l’esposizione presso Palazzo Piacentini, sede del MISE (Ministero dello Sviluppo Economico), di una foto del duce Benito Mussolini, all’interno della galleria dei ministri che vi risiedettero a partire dal 30 novembre 1932, anno di inaugurazione dell’allora Ministero delle Corporazioni. 

Proprio in occasione del 90esimo anniversario, come in seguito ha riportato in una nota lo stesso MISE, sono state promosse alcune iniziative di carattere storico e culturale, tra le quali appunto la galleria con i ritratti di tutti i ministri che ricoprirono l’incarico (duce compreso). Ad ogni modo, si conclude, «per evitare polemiche e strumentalizzazioni la foto di Mussolini sarà rimossa».

A portare la notizia al centro del dibattito era stata la giornalista Alessandra Sardoni, in un servizio andato in onda su La7 nello speciale del 14 ottobre di Diario Politico, diretto da Enrico Mentana (nel video al punto 1:53:20).

Immediate le reazioni di condanna da parte della Cgil, che ha definito il fatto «gravissimo e deplorevole», e dell’ex segretario del PD Pierluigi Bersani. Quest’ultimo ha affermato in un tweet che, in caso di conferma ufficiale, avrebbe preteso la rimozione della propria fotografia dalla mostra (è stato infatti ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato nei governi Prodi I e D’Alema I, tra 1996-1998 e 1998-1999, e poi ancora ministro per lo Sviluppo Economico nel governo Prodi II, tra 2006 e 2008). 

Nella nota della Cgil, che senza mezzi termini parla di fenomeni di apologia del fascismo e ricorda a distanza di un anno l’assalto alla propria sede di Roma da parte di esponenti di Forza Nuova, si accusano dell’accaduto anche il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, ormai a fine incarico (oggi è ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Meloni), e l’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati, presenti all’inaugurazione.

Lo stesso Giorgetti, intercettato dai giornalisti a Montecitorio, ha sottolineato che un ritratto di Mussolini si trova anche a Palazzo Chigi (sede ufficiale della Presidenza del Consiglio) e che semplicemente nessuno finora «se n’è accorto». Ha inoltre difeso la scelta di inserire il duce nella mostra presso il MISE, dato che «Ahimé Mussolini è stato il primo ministro delle Corporazioni».

Subito pronto a dire la sua anche il neo-eletto presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa, che rincara la dose ricordando che l’immagine del duce è situata persino presso il Ministero della Difesa e chiede (retoricamente) se sia il caso di portare avanti un’operazione di cancel culture. 

Il caso non è che l’apice di uno scontro politico cui assistiamo quotidianamente da anni e che si è particolarmente infuocato durante la scorsa campagna elettorale, con ogni probabilità la peggiore di sempre per l’infimo livello del dibattito e la pochezza di contenuti.

Uno scontro troppo spesso giocato sul campo della revisione e della strumentalizzazione della Storia, che in molti tentano di far rivivere con trucchi da ventriloquo, facendosi veicolo di disinformazione e ostacolando una corretta e consapevole comprensione dell’oggi.

Al centro di tale riscrittura, sotto gli occhi di tutti, la costante contrapposizione tra ideologia fascista e ideologia comunista, a tal punto abusata nel discorso politico da dare quasi ad intendere che essa sia stata esclusiva protagonista del ventennio e della Seconda Guerra Mondiale, che insomma la Resistenza non avrebbe visto altro che questi due schieramenti in lotta, i cui diretti eredi tuttora lotterebbero, reincarnatisi nei partiti di centrodestra e centrosinistra.  

Di qui la ridicola schermaglia duce sì / duce no, figlia di un’estrema semplificazione della realtà odierna, allo scopo di renderla edibile, metabolizzabile, da una cittadinanza che forse non viene considerata abbastanza all’altezza per conoscere e capire il presente che la circonda ma anche il passato su cui poggia i piedi, e l’enorme complessità di entrambi, che non può essere ridotta ad uno spoglio bianco e nero (o ancor meglio, rosso e nero). Che non viene reputata abbastanza intelligente per godere del diritto di essere informata sui progetti concreti delle fazioni politiche che le si propongono.

Responsabili, più di ogni altro, i partiti di centrosinistra, che troppo spesso hanno celato una scarsità di idee dietro la retorica del «O noi o la dittatura»: esemplificativa la campagna elettorale del Partito Democratico, con i manifesti bipartiti in due sezioni, rossa e nera ovviamente, dominati dallo slogan «Scegli».

Perché, se Fratelli d’Italia origina da una tradizione innegabilmente postfascista e il diniego di tale realtà, che è ben nota e sotto gli occhi di tutti, non può che essere in malafede, ciò non significa che Giorgia Meloni abbia intenzione di «restaurare il regime fascista»: il fascismo può oggi essere considerato un fenomeno storico, partorito dalle specifiche circostanze del ventennio, dalla realtà nazionale e internazionale che sussisteva 100 anni fa. 

È vero: fuoriusciti dalle fila del MSI, il Movimento Sociale Italiano che anche nel nome si richiamava esplicitamente a quella Repubblica Sociale, detta anche Repubblica di Salò, instaurata dai militanti fascisti all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, e tutt’ora vicini a movimenti estremisti che rievocano, almeno nelle intenzioni, l’esperienza fascista, la Presidente Meloni e parecchi dei membri del suo partito possono con ben poca credibilità rinnegare queste posizioni. D’altro canto, si sono mossi e si muovono entro il sistema democratico (che ci piaccia o no): Giorgia Meloni è stata democraticamente eletta e democraticamente governerà.

Ciò non significa che Fratelli d’Italia e in generale lo schieramento di centrodestra (o meglio di destra) non abbiano un programma conservatore e, ancor più, reazionario. Ciò non significa che non vi sia la possibilità che svariati diritti, in Italia peraltro non ancora pienamente validi e pienamente applicati, subiscano un attacco più o meno diretto, contro il quale la cittadinanza e l’opposizione possono e potranno lottare e appunto opporsi, con tutti gli strumenti democratici a loro disposizione. 

Il punto è che far coincidere appieno questa specifica ideologia reazionaria (e retrograda) a quella «fascista» è di fatto una mistificazione, che trascura, volontariamente o no, le svariate differenze programmatiche tra le due realtà e ricerca un appiattimento che non può essere utile a nessuno.

Infatti non soltanto esso non è in grado di delegittimare l’attuale coalizione di governo ma, anzi, le fornisce tutte le ragioni per perpetuare la propria tattica vittimistica e ridicolizzare quel centrosinistra incapace di trovare altri argomenti per poter rappresentare davvero un’alternativa

Oltretutto, al vittimismo segue facilmente (e sotto di esso si cela) una negazione e rilettura della Storia, ben evidente anche nel discorso della neo-eletta Presidente, che si è persino lanciata in alcune contestate affermazioni sugli anni del terrorismo politico.   

Torti da ambo le parti, insomma. Semplificazioni, strumentalizzazioni, falsificazioni: come se la Storia fosse costantemente opinabile, costantemente rivedibile. Certo, gli studi avanzano; certo, molte sono state e saranno le scuole storiografiche, molte le nuove scoperte che potrebbero cambiare i manuali di studio. Ma su quei punti ormai accertati, documentati, riconosciuti da una comunità scientifica, non dovrebbe esservi contestazione o rilettura, tanto meno da parte di una classe politica che come obiettivo pare avere sempre solo il proprio vantaggio.  

E allora, apologia o cancel culture? La Storia è Storia e non la si può cambiare. Si possono, certo, prendere le distanze ma non dimenticarla né giudicarla. Dunque, rimuovere il duce e dittatore Benito Mussolini da una mostra, intesa come operazione culturale, rappresenterebbe l’ennesima forma di cancel culture? Lo scandalo e l’incredulità dilagati tra sindacalisti e politici di centrosinistra sarebbero di contro un eccesso, espressione del paranoico timore di un ritorno al regime? 

Se i torti stanno da ambo le parti, lo scandalo è giustificato: ma non perché il duce (o qualsivoglia altro personaggio controverso) dovrebbero subire una «damnatio memoriae», una dimenticanza o cancellazione, quanto perché l’inserimento in tale galleria dei ministri parrebbe più legato ad un qualche riconoscimento di merito che ad una semplice rievocazione della storia del Paese e del Ministero. 

Il punto è proprio lo scopo, il significato sotteso alla mostra: narrazione storica o galleria degli onori?

E l’ambiguità, in Italia, deriva proprio dal fatto che non vi sia una visione condivisa, base comune e irrinunciabile di una Repubblica che è nata Antifascista, ma non abbastanza. Che è nata nel 1946, non nel 1932. Nel 1932, peraltro, l’Italia era ancora una monarchia. Qui non si tratta di inizio, si tratta di ripartenza: da dove vogliamo che riparta la nostra Storia? 

Per questo il richiamo più o meno esplicito alle origini fasciste è e rimarrà sempre una vergogna: perché la nostra è una Repubblica che si radica nell’antifascismo e nella Resistenza. E antifascismo non coincide con comunismo, che come ci ricorda quotidianamente e zelantemente la destra italiana ha portato ad altrettanto gravi regimi dittatoriali e violenti, ad altrettanti morti nei gulag siberiani. Perché la Resistenza non è stata, come vorrebbero in troppi, la guerra dei comunisti contro i fascisti, del rosso contro il nero, della sinistra contro la destra; ma guerra civile di italiani contro italiani per la libertà di tutti, per la fine di un regime violento, guerrafondaio, colonizzatore, razzista, oppressivo, che vedeva nello Stato una macchina e un idolo e nella gente mera carne da macello.

Perché si dimentica, o si vuole dimenticare, che il Comitato di Liberazione Nazionale non era fatto di comunisti, di stalinisti o trotskisti, ma formato da tutti i partiti, di ogni indirizzo, repressi durante il ventennio: dal Partito Comunista, sì, ma anche dal Partito Socialista, dal Partito d’Azione, dal Partito Democratico del Lavoro e ancora dal Partito Liberale e dalla stessa Democrazia Cristiana. E se ancora in molti dimenticano o vogliono dimenticare che antifascismo non significa anti-destra, un problema di fondo c’è, e questo problema è proprio il voler riscrivere la storia a proprio piacimento, falsificarla per i propri comodi.

«Il fascismo è morto», si dice. Lo è, in quanto fenomeno storico: è morto Mussolini, sono morti i fascisti della prima ora e anche della seconda, sono morte alcune di quelle idee insieme al contesto storico, alle circostanze che le avevano viste emergere. 

Ma non è morta l’ingiustizia. Non è morto l’odio, non è morto il razzismo, non è morta la discriminazione. Non è morto il rischio di veder morire i diritti che a fatica ci siamo guadagnati, per cui molti hanno combattuto, prima e dopo quel tanto, troppo contestato 25 aprile, non a caso ricordato nel suo discorso al Senato da Liliana Segre, poco prima del centenario dalla marcia su Roma

Proprio la dimenticanza, la negazione, la continua contesa e contrattazione su principi e valori che dovrebbero costituire il fondamento della Repubblica Italiana, la sua anima imprescindibile, fanno sì che Fascismo, duce, repubblichini e partigiani continuino ad essere non Storia ma attualità

Scriveva lo storico Marc Bloch: «Che si tratti delle invasioni germaniche o della conquista normanna, il passato non fu impiegato così attivamente per spiegare il presente, se non con l’intenzione di giustificarlo o di condannarlo meglio». E ancora, definiva «la mania del giudizio» un «diabolico nemico della Storia vera e propria» (Apologia dello studio della storia). 

Giulia Riva
Studentessa presso la triennale di storia, amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura, le menti creative e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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