Benito Mussolini al MISE. Apologia o cancel culture?

Benito Mussolini al MISE. Apologia o cancel culture?

Ha fat­to mol­to discu­te­re nel­le scor­se set­ti­ma­ne l’e­spo­si­zio­ne pres­so Palaz­zo Pia­cen­ti­ni, sede del MISE (Mini­ste­ro del­lo Svi­lup­po Eco­no­mi­co), di una foto del duce Beni­to Mus­so­li­ni, all’in­ter­no del­la gal­le­ria dei mini­stri che vi risie­det­te­ro a par­ti­re dal 30 novem­bre 1932, anno di inau­gu­ra­zio­ne del­l’al­lo­ra Mini­ste­ro del­le Corporazioni. 

Pro­prio in occa­sio­ne del 90esimo anni­ver­sa­rio, come in segui­to ha ripor­ta­to in una nota lo stes­so MISE, sono sta­te pro­mos­se alcu­ne ini­zia­ti­ve di carat­te­re sto­ri­co e cul­tu­ra­le, tra le qua­li appun­to la gal­le­ria con i ritrat­ti di tut­ti i mini­stri che rico­pri­ro­no l’in­ca­ri­co (duce com­pre­so). Ad ogni modo, si con­clu­de, «per evi­ta­re pole­mi­che e stru­men­ta­liz­za­zio­ni la foto di Mus­so­li­ni sarà rimossa».

A portare la notizia al centro del dibattito era stata la giornalista Alessandra Sardoni, in un servizio andato in onda su La7 nello speciale del 14 ottobre di Diario Politico, diretto da Enrico Mentana (nel video al punto 1:53:20).

Imme­dia­te le rea­zio­ni di con­dan­na da par­te del­la Cgil, che ha defi­ni­to il fat­to «gra­vis­si­mo e deplo­re­vo­le», e del­l’ex segre­ta­rio del PD Pier­lui­gi Ber­sa­ni. Quest’ultimo ha affer­ma­to in un tweet che, in caso di con­fer­ma uffi­cia­le, avreb­be pre­te­so la rimo­zio­ne del­la pro­pria foto­gra­fia dal­la mostra (è sta­to infat­ti mini­stro del­l’In­du­stria, del Com­mer­cio e del­l’Ar­ti­gia­na­to nei gover­ni Pro­di I e D’Alema I, tra 1996–1998 e 1998–1999, e poi anco­ra mini­stro per lo Svi­lup­po Eco­no­mi­co nel gover­no Pro­di II, tra 2006 e 2008). 

Nel­la nota del­la Cgil, che sen­za mez­zi ter­mi­ni par­la di feno­me­ni di apo­lo­gia del fasci­smo e ricor­da a distan­za di un anno l’assal­to alla pro­pria sede di Roma da par­te di espo­nen­ti di For­za Nuo­va, si accu­sa­no dell’accaduto anche il mini­stro del­lo Svi­lup­po Eco­no­mi­co Gian­car­lo Gior­get­ti, ormai a fine inca­ri­co (oggi è mini­stro dell’Economia e del­le Finan­ze nel gover­no Melo­ni), e l’ex pre­si­den­te del Sena­to Eli­sa­bet­ta Casel­la­ti, pre­sen­ti all’inaugurazione.

Lo stes­so Gior­get­ti, inter­cet­ta­to dai gior­na­li­sti a Mon­te­ci­to­rio, ha sot­to­li­nea­to che un ritrat­to di Mus­so­li­ni si tro­va anche a Palaz­zo Chi­gi (sede uffi­cia­le del­la Pre­si­den­za del Con­si­glio) e che sem­pli­ce­men­te nes­su­no fino­ra «se n’è accor­to». Ha inol­tre dife­so la scel­ta di inse­ri­re il duce nel­la mostra pres­so il MISE, dato che «Ahi­mé Mus­so­li­ni è sta­to il pri­mo mini­stro del­le Corporazioni».

Subito pronto a dire la sua anche il neo-eletto presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa, che rincara la dose ricordando che l’immagine del duce è situata persino presso il Ministero della Difesa e chiede (retoricamente) se sia il caso di portare avanti un’operazione di cancel culture. 

Il caso non è che l’api­ce di uno scon­tro poli­ti­co cui assi­stia­mo quo­ti­dia­na­men­te da anni e che si è par­ti­co­lar­men­te infuo­ca­to duran­te la scor­sa cam­pa­gna elet­to­ra­le, con ogni pro­ba­bi­li­tà la peg­gio­re di sem­pre per l’infimo livel­lo del dibat­ti­to e la pochez­za di con­te­nu­ti.

Uno scon­tro trop­po spes­so gio­ca­to sul cam­po del­la revi­sio­ne e del­la stru­men­ta­liz­za­zio­ne del­la Sto­ria, che in mol­ti ten­ta­no di far rivi­ve­re con truc­chi da ven­tri­lo­quo, facen­do­si vei­co­lo di disin­for­ma­zio­ne e osta­co­lan­do una cor­ret­ta e con­sa­pe­vo­le com­pren­sio­ne dell’oggi.

Al cen­tro di tale riscrit­tu­ra, sot­to gli occhi di tut­ti, la costan­te con­trap­po­si­zio­ne tra ideo­lo­gia fasci­sta e ideo­lo­gia comu­ni­sta, a tal pun­to abu­sa­ta nel discor­so poli­ti­co da dare qua­si ad inten­de­re che essa sia sta­ta esclu­si­va pro­ta­go­ni­sta del ven­ten­nio e del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le, che insom­ma la Resi­sten­za non avreb­be visto altro che que­sti due schie­ra­men­ti in lot­ta, i cui diret­ti ere­di tut­to­ra lot­te­reb­be­ro, rein­car­na­ti­si nei par­ti­ti di cen­tro­de­stra e centrosinistra. 

Di qui la ridi­co­la scher­ma­glia duce sì / duce no, figlia di un’estrema sem­pli­fi­ca­zio­ne del­la real­tà odier­na, allo sco­po di ren­der­la edi­bi­le, meta­bo­liz­za­bi­le, da una cit­ta­di­nan­za che for­se non vie­ne con­si­de­ra­ta abba­stan­za all’altezza per cono­sce­re e capi­re il pre­sen­te che la cir­con­da ma anche il pas­sa­to su cui pog­gia i pie­di, e l’enorme com­ples­si­tà di entram­bi, che non può esse­re ridot­ta ad uno spo­glio bian­co e nero (o ancor meglio, ros­so e nero). Che non vie­ne repu­ta­ta abba­stan­za intel­li­gen­te per gode­re del dirit­to di esse­re infor­ma­ta sui pro­get­ti con­cre­ti del­le fazio­ni poli­ti­che che le si propongono.

Responsabili, più di ogni altro, i partiti di centrosinistra, che troppo spesso hanno celato una scarsità di idee dietro la retorica del «O noi o la dittatura»: esemplificativa la campagna elettorale del Partito Democratico, con i manifesti bipartiti in due sezioni, rossa e nera ovviamente, dominati dallo slogan «Scegli».

Per­ché, se Fra­tel­li d’Italia ori­gi­na da una tra­di­zio­ne inne­ga­bil­men­te post­fa­sci­sta e il dinie­go di tale real­tà, che è ben nota e sot­to gli occhi di tut­ti, non può che esse­re in mala­fe­de, ciò non signi­fi­ca che Gior­gia Melo­ni abbia inten­zio­ne di «restau­ra­re il regi­me fasci­sta»: il fasci­smo può oggi esse­re con­si­de­ra­to un feno­me­no sto­ri­co, par­to­ri­to dal­le spe­ci­fi­che cir­co­stan­ze del ven­ten­nio, dal­la real­tà nazio­na­le e inter­na­zio­na­le che sus­si­ste­va 100 anni fa. 

È vero: fuo­riu­sci­ti dal­le fila del MSI, il Movi­men­to Socia­le Ita­lia­no che anche nel nome si richia­ma­va espli­ci­ta­men­te a quel­la Repub­bli­ca Socia­le, det­ta anche Repub­bli­ca di Salò, instau­ra­ta dai mili­tan­ti fasci­sti all’indomani dell’armistizio dell’8 set­tem­bre 1943, e tutt’ora vici­ni a movi­men­ti estre­mi­sti che rie­vo­ca­no, alme­no nel­le inten­zio­ni, l’esperienza fasci­sta, la Pre­si­den­te Melo­ni e parec­chi dei mem­bri del suo par­ti­to pos­so­no con ben poca cre­di­bi­li­tà rin­ne­ga­re que­ste posi­zio­ni. D’altro can­to, si sono mos­si e si muo­vo­no entro il siste­ma demo­cra­ti­co (che ci piac­cia o no): Gior­gia Melo­ni è sta­ta demo­cra­ti­ca­men­te elet­ta e demo­cra­ti­ca­men­te governerà.

Ciò non signi­fi­ca che Fra­tel­li d’Italia e in gene­ra­le lo schie­ra­men­to di cen­tro­de­stra (o meglio di destra) non abbia­no un pro­gram­ma con­ser­va­to­re e, ancor più, rea­zio­na­rio. Ciò non signi­fi­ca che non vi sia la pos­si­bi­li­tà che sva­ria­ti dirit­ti, in Ita­lia peral­tro non anco­ra pie­na­men­te vali­di e pie­na­men­te appli­ca­ti, subi­sca­no un attac­co più o meno diret­to, con­tro il qua­le la cit­ta­di­nan­za e l’opposizione pos­so­no e potran­no lot­ta­re e appun­to oppor­si, con tut­ti gli stru­men­ti demo­cra­ti­ci a loro disposizione. 

Il punto è che far coincidere appieno questa specifica ideologia reazionaria (e retrograda) a quella «fascista» è di fatto una mistificazione, che trascura, volontariamente o no, le svariate differenze programmatiche tra le due realtà e ricerca un appiattimento che non può essere utile a nessuno.

Infat­ti non sol­tan­to esso non è in gra­do di dele­git­ti­ma­re l’attuale coa­li­zio­ne di gover­no ma, anzi, le for­ni­sce tut­te le ragio­ni per per­pe­tua­re la pro­pria tat­ti­ca vit­ti­mi­sti­ca e ridi­co­liz­za­re quel cen­tro­si­ni­stra inca­pa­ce di tro­va­re altri argo­men­ti per poter rap­pre­sen­ta­re dav­ve­ro un’alternativa

Oltre­tut­to, al vit­ti­mi­smo segue facil­men­te (e sot­to di esso si cela) una nega­zio­ne e rilet­tu­ra del­la Sto­ria, ben evi­den­te anche nel discor­so del­la neo-elet­ta Pre­si­den­te, che si è per­si­no lan­cia­ta in alcu­ne con­te­sta­te affer­ma­zio­ni sugli anni del ter­ro­ri­smo poli­ti­co.   

Tor­ti da ambo le par­ti, insom­ma. Sem­pli­fi­ca­zio­ni, stru­men­ta­liz­za­zio­ni, fal­si­fi­ca­zio­ni: come se la Sto­ria fos­se costan­te­men­te opi­na­bi­le, costan­te­men­te rive­di­bi­le. Cer­to, gli stu­di avan­za­no; cer­to, mol­te sono sta­te e saran­no le scuo­le sto­rio­gra­fi­che, mol­te le nuo­ve sco­per­te che potreb­be­ro cam­bia­re i manua­li di stu­dio. Ma su quei pun­ti ormai accer­ta­ti, docu­men­ta­ti, rico­no­sciu­ti da una comu­ni­tà scien­ti­fi­ca, non dovreb­be esser­vi con­te­sta­zio­ne o rilet­tu­ra, tan­to meno da par­te di una clas­se poli­ti­ca che come obiet­ti­vo pare ave­re sem­pre solo il pro­prio van­tag­gio.  

E allo­ra, apo­lo­gia o can­cel cul­tu­re? La Sto­ria è Sto­ria e non la si può cam­bia­re. Si pos­so­no, cer­to, pren­de­re le distan­ze ma non dimen­ti­car­la né giu­di­car­la. Dun­que, rimuo­ve­re il duce e dit­ta­to­re Beni­to Mus­so­li­ni da una mostra, inte­sa come ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le, rap­pre­sen­te­reb­be l’ennesima for­ma di can­cel cul­tu­re? Lo scan­da­lo e l’incredulità dila­ga­ti tra sin­da­ca­li­sti e poli­ti­ci di cen­tro­si­ni­stra sareb­be­ro di con­tro un ecces­so, espres­sio­ne del para­noi­co timo­re di un ritor­no al regime? 

Se i tor­ti stan­no da ambo le par­ti, lo scan­da­lo è giu­sti­fi­ca­to: ma non per­ché il duce (o qual­si­vo­glia altro per­so­nag­gio con­tro­ver­so) dovreb­be­ro subi­re una «dam­na­tio memo­riae», una dimen­ti­can­za o can­cel­la­zio­ne, quan­to per­ché l’in­se­ri­men­to in tale gal­le­ria dei mini­stri par­reb­be più lega­to ad un qual­che rico­no­sci­men­to di meri­to che ad una sem­pli­ce rie­vo­ca­zio­ne del­la sto­ria del Pae­se e del Ministero. 

Il punto è proprio lo scopo, il significato sotteso alla mostra: narrazione storica o galleria degli onori?

E l’am­bi­gui­tà, in Ita­lia, deri­va pro­prio dal fat­to che non vi sia una visio­ne con­di­vi­sa, base comu­ne e irri­nun­cia­bi­le di una Repub­bli­ca che è nata Anti­fa­sci­sta, ma non abba­stan­za. Che è nata nel 1946, non nel 1932. Nel 1932, peral­tro, l’Italia era anco­ra una monar­chia. Qui non si trat­ta di ini­zio, si trat­ta di ripar­ten­za: da dove voglia­mo che ripar­ta la nostra Storia? 

Per que­sto il richia­mo più o meno espli­ci­to alle ori­gi­ni fasci­ste è e rimar­rà sem­pre una ver­go­gna: per­ché la nostra è una Repub­bli­ca che si radi­ca nell’antifascismo e nel­la Resi­sten­za. E anti­fa­sci­smo non coin­ci­de con comu­ni­smo, che come ci ricor­da quo­ti­dia­na­men­te e zelan­te­men­te la destra ita­lia­na ha por­ta­to ad altret­tan­to gra­vi regi­mi dit­ta­to­ria­li e vio­len­ti, ad altret­tan­ti mor­ti nei gulag sibe­ria­ni. Per­ché la Resi­sten­za non è sta­ta, come vor­reb­be­ro in trop­pi, la guer­ra dei comu­ni­sti con­tro i fasci­sti, del ros­so con­tro il nero, del­la sini­stra con­tro la destra; ma guer­ra civi­le di ita­lia­ni con­tro ita­lia­ni per la liber­tà di tut­ti, per la fine di un regi­me vio­len­to, guer­ra­fon­da­io, colo­niz­za­to­re, raz­zi­sta, oppres­si­vo, che vede­va nel­lo Sta­to una mac­chi­na e un ido­lo e nel­la gen­te mera car­ne da macel­lo.

Per­ché si dimen­ti­ca, o si vuo­le dimen­ti­ca­re, che il Comi­ta­to di Libe­ra­zio­ne Nazio­na­le non era fat­to di comu­ni­sti, di sta­li­ni­sti o tro­tski­sti, ma for­ma­to da tut­ti i par­ti­ti, di ogni indi­riz­zo, repres­si duran­te il ven­ten­nio: dal Par­ti­to Comu­ni­sta, sì, ma anche dal Par­ti­to Socia­li­sta, dal Par­ti­to d’Azione, dal Par­ti­to Demo­cra­ti­co del Lavo­ro e anco­ra dal Par­ti­to Libe­ra­le e dal­la stes­sa Demo­cra­zia Cri­stia­na. E se anco­ra in mol­ti dimen­ti­ca­no o voglio­no dimen­ti­ca­re che anti­fa­sci­smo non signi­fi­ca anti-destra, un pro­ble­ma di fon­do c’è, e que­sto pro­ble­ma è pro­prio il voler riscri­ve­re la sto­ria a pro­prio pia­ci­men­to, fal­si­fi­car­la per i pro­pri comodi.

«Il fascismo è morto», si dice. Lo è, in quanto fenomeno storico: è morto Mussolini, sono morti i fascisti della prima ora e anche della seconda, sono morte alcune di quelle idee insieme al contesto storico, alle circostanze che le avevano viste emergere. 

Ma non è mor­ta l’in­giu­sti­zia. Non è mor­to l’o­dio, non è mor­to il raz­zi­smo, non è mor­ta la discri­mi­na­zio­ne. Non è mor­to il rischio di veder mori­re i dirit­ti che a fati­ca ci sia­mo gua­da­gna­ti, per cui mol­ti han­no com­bat­tu­to, pri­ma e dopo quel tan­to, trop­po con­te­sta­to 25 apri­le, non a caso ricor­da­to nel suo discor­so al Sena­to da Lilia­na Segre, poco pri­ma del cen­te­na­rio dal­la mar­cia su Roma

Pro­prio la dimen­ti­can­za, la nega­zio­ne, la con­ti­nua con­te­sa e con­trat­ta­zio­ne su prin­ci­pi e valo­ri che dovreb­be­ro costi­tui­re il fon­da­men­to del­la Repub­bli­ca Ita­lia­na, la sua ani­ma impre­scin­di­bi­le, fan­no sì che Fasci­smo, duce, repub­bli­chi­ni e par­ti­gia­ni con­ti­nui­no ad esse­re non Sto­ria ma attua­li­tà

Scri­ve­va lo sto­ri­co Marc Bloch: «Che si trat­ti del­le inva­sio­ni ger­ma­ni­che o del­la con­qui­sta nor­man­na, il pas­sa­to non fu impie­ga­to così atti­va­men­te per spie­ga­re il pre­sen­te, se non con l’intenzione di giu­sti­fi­car­lo o di con­dan­nar­lo meglio». E anco­ra, defi­ni­va «la mania del giu­di­zio» un «dia­bo­li­co nemi­co del­la Sto­ria vera e pro­pria» (Apo­lo­gia del­lo stu­dio del­la sto­ria). 

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Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

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