Da rivedere per la prima volta. Funny Games (U.S. Version)

Da rivedere per la prima volta: Funny Games (U.S. Version)

L’incubo più gran­de. La pau­ra che più fa tre­ma­re per­ché pos­si­bi­le: degli estra­nei in casa che voglio diver­tir­si ucci­den­do. Que­sto è ciò che si pro­va guar­dan­do il capo­la­vo­ro di Michael Hane­ke del 2007. Rema­ke shot-for-shot dell’omonimo film austria­co del 1997 diret­to sem­pre dal­lo stes­so Hane­ke, Fun­ny Games rac­con­ta di una nor­ma­le fami­glia costret­ta a subi­re le tor­tu­re psi­co­lo­gi­chefisi­che di due ragaz­zi che, con un pre­te­sto bana­le, sono entra­ti in casa.

Sicuramente non un film per tutti, la spietatezza con cui mostra ciò che accade costringe lo spettatore a incassare non pochi pugni in pancia.

A comin­cia­re dal sen­so di impo­ten­za che i mem­bri del­la fami­glia pro­va­no: Tim Roth, Nao­mi Watts inter­pre­ta­no per­fet­ta­men­te i loro ruo­li di padre e madre che, di fron­te ad una vio­len­za del tut­to irra­zio­na­le nei loro con­fron­ti, si tro­va­no impre­pa­ra­ti, disar­ma­ti. Sono scon­vol­ti davan­ti ai due tor­tu­ra­to­ri: incar­na­ti per­fet­ta­men­te da Michael Pitt e Bra­dy Cor­pet, Paul e Peter sono due ragaz­zi dal bell’aspetto, visi tran­quil­li con la voglia di ultra­vio­len­za e che, fin dal­la pri­ma loro com­par­sa, si dimo­stra­no fastidiosi. 

Michael Pitt in Fun­ny Games

Non casual­men­te que­sti per­so­nag­gi sono scrit­ti per esse­re irri­tan­ti, dal loro aspet­to di ric­chi bam­boc­cio­ni vizia­ti al modo di com­por­tar­si, sono fat­ti per esse­re odia­ti così che, quan­do loro avran­no un tota­le pote­re sul­la fami­glia, il sen­so di fru­stra­zio­ne che si pro­va è anco­ra più gran­de: si vor­reb­be entra­re nel­lo scher­mo e pic­chiar­li ma, come loro stes­si sen­za timo­re ci dico­no, non pos­sia­mo far­lo e la vio­len­za deve anda­re avanti. 

L’orrore è grande perché tutto ciò che accade, in tutta la sua violenza psicologica e fisica, è spaventosamente reale: 

non ci sono crea­tu­re, fan­ta­smi o mostri sovran­na­tu­ra­li, ma qual­co­sa che fa pau­ra per­ché può suc­ce­de­re e, come qua­si sem­pre nel­la real­tà, non ci sono for­ze ester­ne che aiu­ta­no i tor­tu­ra­ti o rivin­cen­te pos­si­bi­li. Ma Hane­ke non sareb­be uno dei miglio­ri regi­sti viven­ti se si limi­tas­se a fare un hor­ror che fun­zio­na benis­si­mo, le nume­ro­se rifles­sio­ni che fa in Fun­ny Games ne fan­no un auto­re di pro­fon­do spic­co e capa­ci­tà uniche.

Tec­ni­ca­men­te la pel­li­co­la è di una qua­li­tà rara, diret­ta con fred­da ele­gan­za aset­ti­ca che con­tra­sta con l’orrore che tra­smet­te, vie­ne così evi­den­zia­ta la cru­del­tà ragio­na­ta e irra­zio­na­le. Que­sto vie­ne fat­to con un sapien­te uso del­la foto­gra­fia che esal­ta i bian­chi, spes­so mol­to acce­si che qua­si abba­glia­no, da movi­men­ti di mac­chi­na raf­fi­na­ti e mol­to cura­ti (non pochi i pia­ni sequen­za) e ovvia­men­te dai dia­lo­ghi, per esem­pio Paul e Peter che anche nei momen­ti più ter­ri­bi­li, non smet­to­no mai di usa­re il lei. 

Un par­ti­co­la­re di una sce­na del film

Inol­tre, la scrit­tu­ra del­la pel­li­co­la è intel­li­gen­tefur­ba, le spe­ran­ze ven­go­no ogni vol­ta costrui­te e demo­li­te davan­ti allo spet­ta­to­re, gio­can­do con i codi­ci soli­ti del­la cine­ma­to­gra­fia fino a quan­do, dopo una sce­na che deve rima­ne­re nel­la sto­ria del­la sto­ria del cine­ma, si va a scher­ni­re il film stes­so, annul­lan­do tut­to ciò che si è visto ren­den­do impos­si­bi­le lo spe­ra­re di spe­ra­re in pos­si­bi­li fina­li posi­ti­vi. Que­sta sce­na non può esse­re spoi­le­ra­ta, il signi­fi­ca­to dell’operazione intel­let­tua­le di Hane­ke è tut­to rias­sun­to lì.

Il regista vuole farci riflettere sulla violenza che vediamo, sulle scelte imposte, su come l’io venga snaturato fino a diventare disperazione e poi nulla. 

Riflet­te sul cine­ma stes­so come stru­men­to di ricer­ca, arte che scon­vol­ge quan­do ragio­na­ta e inve­ce cri­ti­ca la vio­len­za fine a sé stes­sa o fat­ta gros­so­la­na­men­te per pro­vo­ca­re facil­men­te qual­co­sa, anche meta cine­ma­to­gra­fi­ca­men­te (e in que­sto sono per­fet­te due imma­gi­ni nel film: la tv acce­sa che si spor­ca di san­gue, meta­fo­ra del­la vio­len­za quo­ti­dia­na che i media con mol­ta faci­li­tà devo­no tra­smet­te­re; anche la capa­ci­tà, gran­dis­si­ma e mol­to rara del regi­sta, di ren­de­re la vio­len­za che si vede sem­pre peno­sa, mai e poi mai attrae o la si vuo­le guar­da­re in quan­to affa­sci­na­ti dall’eccesso).

Tut­ta­via, que­ste sono solo alcu­ne cita­zio­ni dei temi prin­ci­pa­li di Fun­ny Games, una pel­li­co­la che può scon­vol­ge­re pro­fon­da­men­te in cui, die­tro a ogni scel­ta, vi si tro­va­no moti­va­zio­ni pro­fon­de, ope­ra che qual­sia­si cine­fi­lo dovreb­be vede­re ma che, soprat­tut­to ora con Hal­lo­ween alle por­te, può esse­re apprez­za­ta da chiun­que. L’ango­scia che pro­vo­ca è dif­fi­cil­men­te riscon­tra­bi­le in altri film, tale ele­men­to è poi inse­ri­to in una pro­fon­da rifles­sio­ne filo­so­fi­ca mai bana­le ma sor­pren­den­te­men­te approfondita.

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Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

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