Giradischi, gli album consigliati d’ottobre

Giradischi, gli album consigliati d'ottobre

Anche ad ottobre, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti.


Vole­vo Magia, Ver­de­na (Uni­ver­sal)

Chi­tar­re acu­sti­che e distor­te, testi da pugno nel­lo sto­ma­co, rit­mo a gogo: in Vole­vo Magia, il nuo­vo album dei Ver­de­na fuo­ri dal 23 set­tem­bre, c’è tut­to quel­lo che ser­ve per affron­ta­re la deca­den­za autunnale. 

Sem­pre sospe­so tra real­tà e imma­gi­na­zio­ne, Vole­vo Magia è un album estre­ma­men­te emo­zio­nan­te, esplo­si­vo fin dal­le pri­me note, nel­la sua tran­quil­li­tà da bal­lad. Non man­ca­no di cer­to pez­zi più aggres­si­vi: con una vena grun­ge, come in Cry­stal Ball, dove (la divi­na) Rober­ta Sam­ma­rel­li esi­bi­sce uno stu­pen­do riff di bas­so, o d’ispirazione punk, come la title-track Vole­vo Magia.

L’avete capi­to, l’indie rock dei Ver­de­na è mol­to più dell’indie a cui sia­mo abi­tua­ti. Con que­sto ulti­mo album, il secon­do dell’anno dopo Ame­ri­ca Lati­na, la band ita­lia­na ma dal­la voca­zio­ne inter­na­zio­na­le col­pi­sce anco­ra una vol­ta nel segno, por­tan­do una vera e pro­pria ven­ta­ta d’aria fresca. 


Hyper-Dimen­sio­nal Expan­sion Beam, The Comet is Coming (Ver­ve)

A metà tra astro­no­mia e astro­lo­gia sta il nuo­vo e bal­la­bi­lis­si­mo lavo­ro del trio bri­tan­ni­co The Comet is Coming, inti­to­la­to non a caso Hyper-Dimen­sio­nal Expan­sion Beam.

La band, che sarà all’Alcatraz il pros­si­mo 28 mar­zo, mischia fin dal pri­mo album del 2016 l’elettronica al jazz, al funk e al rock psi­che­de­li­co, e tro­va oggi, anco­ra a sei anni di distan­za, mol­te cose da dire. L’ultimo lavo­ro si pre­sen­ta come un album stru­men­ta­le dal­le tin­te cele­sti, domi­na­to dal sas­so­fo­no di Sha­ba­ka e dai sin­te­tiz­za­to­ri, che vola­no leg­ge­ri sopra un rit­mo inces­san­te, qua­si tri­ba­le, come acca­de in ATOMIC WAVE DANCE. La meta è lo spa­zio, e in effet­ti Hyper-Dimen­sio­nal Expan­sion Beam ricor­da a trat­ti le stru­men­ta­li degli Jami­ro­quai, spe­cie per la secon­da trac­cia TECHNICOLOUR.

Un album for­se fin trop­po cari­co di moti­vi, ma nel com­ples­so sen­za dub­bio interessante. 


Most nor­mal, Gil­la Band (Rou­gh) – recen­sio­ne di Gabrie­le Benizio 

Il ter­zo disco del­la band di Dubli­no pro­se­gue esat­ta­men­te dove i pri­mi due ave­va­no fini­to. Un mix di post-punk, noi­se rock e rock indu­stria­le dav­ve­ro fre­ne­ti­co e ansio­ge­no con liri­che cru­de e sarcastiche. 

Il disco si pre­sen­ta come un con­nu­bio inte­res­san­te, non di cer­to ori­gi­na­le, ma sicu­ra­men­te di impat­to. Alcu­ni bra­ni più noi­se come Gru­shie dove le distor­sio­ni spin­go­no al mas­si­mo, si affian­ca­no a bra­ni più fre­ne­ti­ci come Bac­k­wash, dove la bat­te­ria fa dav­ve­ro un gran lavo­ro e si sen­te l’a­ni­ma più no wave del disco. 

Sicu­ra­men­te una bel­la sor­pre­sa: se sie­te inte­res­sa­ti a un disco che vi fac­cia muo­ve­re, que­sto fa per voi.


Spi­derr, Bla­dee (YEAR0001) – recen­sio­ne di Gabrie­le Benizio 

Bla­dee è un arti­sta che ha avu­to un’e­vo­lu­zio­ne arti­sti­ca estre­ma­men­te inte­res­san­te. Mem­bro del­la Drain Gang,collettivo rap sve­de­se, ha ini­zia­to con un cloud rap dal­le tin­te estre­ma­men­te malin­co­ni­che e dal taglio mol­to home­ma­de, per poi evol­ver­si pro­gres­si­va­men­te sen­za però cam­bia­re di una vir­go­la la sua iden­ti­tà e il suo approccio. 

Dal pri­mo Bla­dee che riu­sci­va a far­si apprez­za­re pur non aven­do la ben­ché mini­ma abi­li­tà cano­ra, tan­to che nem­me­no l’au­to­tu­ne riu­sci­va a masche­rar­lo, e tan­to che nem­me­no è faci­le spie­ga­re per­ché comun­que la sua voce sia così gra­de­vo­le, all’ul­ti­mo Bla­dee, dove è sicu­ra­men­te miglio­ra­to tec­ni­ca­men­te e dove quel Cloud rap geli­do e malin­co­ni­co si è evo­lu­to in qual­co­sa di più. Posto sem­pre il fat­to che i livel­li di Ever­sin­ce riman­go­no pro­ba­bil­men­te dif­fi­ci­li da toc­ca­re, Bla­dee non per­de un col­po, un mix di cloud rap, pop elet­tro­ni­co e pop ambientale. 

In tut­to que­sto, il pre­gio più gran­de è che fon­da­men­tal­men­te rima­ne sem­pre lui: a vol­te con quel­la voce andro­gi­na e a vol­te con quel­la voce che pare qua­si anno­ia­ta, quel­le atmo­sfe­re ete­ree, quel­la malin­co­nia e i suoi soli­ti espe­ri­men­ti cano­ri. Anche que­sta vol­ta la Drain Gang si rive­la una del­le real­tà più soli­de del pano­ra­ma alternativo.


But for now lea­ve me alo­ne, pH‑1 (H1GHR) – recen­sio­ne di Giu­lia Ariti

Dopo tre anni di pau­sa, pH‑1, pseu­do­ni­mo del rap­per corea­no-ame­ri­ca­no Har­ry Park, tor­na con un nuo­vo album sul­la sce­na k‑hip hop. But for now lea­ve me alo­ne è un insie­me di sto­rie: tipi­co di pH‑1 è pro­prio l’attenzione al det­ta­glio, alle sto­rie, al peso del­le paro­le e dell’atmosfera che le basi creano.

Si trat­ta di una pie­na immer­sio­ne nel mon­do del­la sce­na k‑hip hop, spes­so misco­no­sciu­ta e sot­to­va­lu­ta­ta oltre ai con­fi­ni del­la Corea del Sud, con col­la­bo­ra­zio­ni con arti­sti che han­no scrit­to la sto­ria del gene­re, come Paloal­to e Woo.

Se Zom­bies e TGIF si pre­sen­ta­no con basi rit­ma­te e un’atmosfera qua­si festo­sa, Mr. Bad, col­la­bo­ra­zio­ne con il rap­per corea­no Woo, ci por­ta in un sound r&b, con rit­mi ripe­ti­ti­vi che facil­men­te rie­sco­no ad entra­re in testa. Uni­ca pec­ca: il testo del­la can­zo­ne risul­ta lon­ta­no dai soli­ti lavo­ri del rap­per, gene­ral­men­te intro­spet­ti­vi, come testi­mo­nia­to esem­plar­men­te dal sin­go­lo Home­bo­dy, usci­to nel 2018. Una carat­te­ri­sti­ca che, inve­ce, si ritro­va all’interno di Juliet­te!, che rac­con­ta una sto­ria d’amore dei gior­ni moder­ni, con tut­te le insi­cu­rez­ze e le spe­ran­ze che essa può por­ta­re con sé.

Shrink told me spro­fon­da in un’atmosfera più oscu­ra; è dif­fi­ci­le non pen­sa­re ad una pos­si­bi­le influen­za di Emi­nem. Il testo, scrit­to total­men­te in ingle­se a dif­fe­ren­za dell’ampio uso del­la lin­gua corea­na nel­le altre trac­ce, trat­ta di un amo­re qua­si osses­si­vo e di un uomo in pre­da ai pro­pri demo­ni inte­rio­ri. Il tono strug­gen­te di Mokyo, arti­sta con cui Har­ry Park ha col­la­bo­ra­to in que­sta trac­cia, ci spin­ge total­men­te in quest’oblio.

Un pro­get­to vario, che toc­ca mol­ti sot­to­ge­ne­ri, in cui l’artista par­la diret­ta­men­te all’ascoltatore, qua­si come un ami­co che rac­con­ta la pro­pria espe­rien­za, le pro­prie dif­fi­col­tà, sfo­gan­do­si in tut­ta la sua versatilità.

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Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.

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