Il meta-patriarcato in Don’t worry darling

Il meta-patriarcato in Don’t worry darling

Dopo l’esordio alla Mostra del Cine­ma di Vene­zia, Don’t Wor­ry Dar­ling è sta­to al cen­tro di sva­ria­te discus­sio­ni sui social. Usci­to nei cine­ma ita­lia­ni lo scor­so 22 set­tem­bre, ha fat­to record da bot­te­ghi­no come pre­vi­sto nono­stan­te la cri­ti­ca non l’abbia con­si­de­ra­to promettente. 

La tra­ma del film vede Ali­ce (Flo­ren­ce Pugh) e Jack (Har­ry Sty­les) Cham­bers tra­sfe­rir­si in una sor­ta di “oasi” lon­ta­na dai peri­co­li e dai fasti­di del mon­do rea­le: un mon­do a par­te dove, gui­da­ti dall’inquietante guru Frank (Chris Pine), diver­se cop­pie pos­so­no gode­re di un’esperienza di vita sen­za rischi, in cui tut­to è sot­to con­trol­lo. Quel­lo che avvie­ne a Vic­to­ry (que­sto il nome del para­di­so su ter­ra) è solo l’inizio di una rivo­lu­zio­ne che deve por­ta­re l’umanità inte­ra ad evol­ver­si. Que­sto sem­bre­reb­be già abba­stan­za inquie­tan­te di per sé, inve­ce è solo l’inizio. Le pri­me fal­le del siste­ma comin­cia­no a sve­lar­si quan­do Mar­ga­ret (Kiki Lay­ne), una del­le ami­che più stret­te di Ali­ce, sem­bra impaz­zi­re e vie­ne ostra­ciz­za­ta e deri­sa. Da qui comin­ce­rà l’indagine del­la pro­ta­go­ni­sta, che dovrà fare i con­ti in pri­ma per­so­na con una col­let­ti­vi­tà che la con­vin­ce di esse­re pazza. 

L’intrigata trama ricca di colpi di scena è forse troppo pretenziosa: diversi dettagli sono introdotti per poi rimanere di fatto senza spiegazione, molte delle allucinazioni che appaiono ad Alice non hanno un senso e il finale è sbrigativo e incompleto. 

La regia è evi­den­te­men­te poco matu­ra: è qua­si fasti­dio­sa l’attenzione su alcu­ni det­ta­gli se con­trap­po­sta alla tota­le man­can­za di cura per par­ti impor­tan­ti del­la tra­ma o del­lo svi­lup­po dei per­so­nag­gi; i rife­ri­men­ti ad ope­re di fan­ta­scien­za e a pie­tre milia­ri del cine­ma sono così evi­den­ti da risul­ta­re più brut­te copie che non omag­gi. Nono­stan­te la gran par­te dei cri­ti­ci abbia con­cen­tra­to il pro­prio disap­pun­to sul­la reci­ta­zio­ne, gli atto­ri non sem­bra­no esse­re un pro­ble­ma: anzi, la loro inter­pre­ta­zio­ne è spes­so di alto livel­lo. Spic­ca­no indub­bia­men­te Oli­via Wil­de, Chris Pine e Flo­ren­ce Pugh; Har­ry Sty­les, tan­to cri­ti­ca­to, non è un atto­re degno di nota, ma il suo per­so­nag­gio non neces­si­ta di un’interpretazione particolare. 

Il gra­ve erro­re di que­sto film è sta­to più che altro ren­de­re cen­tra­li, for­zan­do­le addi­rit­tu­ra, del­le meta­fo­re già di per sé evi­den­ti, bana­li e super­fi­cia­li, a disca­pi­to di quel­la sul­la qua­le si reg­ge l’intera nar­ra­zio­ne. Duran­te tut­ta la pro­ie­zio­ne, le sce­ne di vita di Ali­ce a Vic­to­ry sono accom­pa­gna­te da una colon­na sono­ra distur­ban­te, fasti­dio­sa, che ren­de dif­fi­ci­li da per­ce­pi­re i dia­lo­ghi e offu­sca la com­pren­sio­ne del­le vicen­de. Sicu­ra­men­te, pur aven­do­ci trop­po “cal­ca­to la mano”, l’espediente del­la regia vuo­le ser­vi­re a rap­pre­sen­ta­re la dif­fi­col­tà di pen­sa­re chia­ra­men­te in un ambien­te che vuo­le ovat­ta­re la men­te e omo­lo­ga­re i per­so­nag­gi: Ali­ce, infat­ti, si man­tie­ne (incon­scia­men­te) sana can­tic­chian­do sovrap­pen­sie­ro sem­pre lo stes­so moti­vet­to: “With you all the time… Can’t you see… I long to be… With you all the time”.

Attenzione particolare è data anche ai costumi e alle ambientazioni: pur essendo di fatto una realtà atemporale, Victory è una perfetta ricostruzione degli anni ’50.

La costu­mi­sta Arian­ne Phil­lips, già nomi­na­ta a pre­mi illu­stri come BAFTA e Tony e vin­ci­tri­ce del pre­mio Cam­pa­ri Pas­sion a Vene­zia, ha dichia­ra­to di aver uti­liz­za­to diver­si pez­zi vin­ta­ge ori­gi­na­li, even­tual­men­te modi­fi­ca­ti su misu­ra. I costu­mi, le accon­cia­tu­re, gli arre­da­men­ti, per­si­no i ruo­li socia­li sono quel­li degli anni ’50: gli uomi­ni van­no al lavo­ro, le don­ne stan­no a casa a puli­re e cuci­na­re. È chia­ro il riman­do alle ipo­cri­sie di un’età che per mol­ti anni ci si è osti­na­ti a pre­sen­ta­re come per­fet­ta igno­ran­do­ne le ombre. 

Seb­be­ne tut­ti que­sti rife­ri­men­ti sia­no inte­res­san­ti, man­ca­no di ori­gi­na­li­tà: non è que­sto che ci si ricor­da quan­do si esce dal cine­ma, nes­su­no di que­sti argo­men­ti è sta­to trat­ta­to con pro­fon­di­tà né men che meno con una pro­spet­ti­va inte­res­san­te. Ciò che lascia lo spet­ta­to­re a boc­ca aper­ta è la rive­la­zio­ne che avvie­ne negli ulti­mi minu­ti: ormai da tem­po si è capi­to che Vic­to­ry non è altro che una fin­zio­ne, che Frank ha crea­to su misu­ra (e con pochis­si­ma voglia di impe­gnar­si, tra l’altro) i ricor­di e le sto­rie di ognu­na del­le cop­pie pre­sen­ti, eppu­re l’ultimo pez­zo del puzz­le sorprende. 

Per tut­to il film, infat­ti, lo spet­ta­to­re è por­ta­to a com­met­te­re l’erro­re di pen­sa­re che Ali­ce deb­ba sce­glie­re se resta­re o abban­do­na­re Vic­to­ry: non è que­sto il dram­ma dell’eroina, per lei lascia­re Vic­to­ry non ha alcu­na impor­tan­za, il con­te­sto non ha nes­sun peso per lei. Il dram­ma di Ali­ce è Jack: è di lui che comin­cia a dubi­ta­re, è lui che deve sce­glie­re se lascia­re o meno, è lui che gesti­sce tut­to fin dall’inizio. Jack che sem­bra il mari­to per­fet­to (è pur sem­pre Har­ry Sty­les), che alza la voce solo per far­le capi­re che tut­to ciò che fa lo fa per lei e che ogni gior­no mil­lan­ta sacri­fi­ci intan­gi­bi­li che sem­bra­no ave­re come solo fine quel­lo di ren­der­lo il burat­ti­no pre­fe­ri­to di Frank. 

Dopo un’eccessiva concentrazione sulla routine della vita a Victory e l’inizio delle scoperte di Alice, infatti, il film si decide a svelare il segreto sotto la messinscena: l’oasi non è altro che un metaverso cui si accede tramite degli strumenti a dir poco inquietanti che si attaccano agli occhi e fungono da “proiettori”.

Ali­ce e Jack sono per­so­ne comu­ni che han­no sem­pre vis­su­to nel mon­do con­tem­po­ra­neo: sono una cop­pia infe­li­ce, lui ha da poco per­so il lavo­ro e con esso la sua iden­ti­tà. Dopo aver matu­ra­to il ter­ro­re di per­de­re anche Ali­ce, Jack comin­cia ad entra­re in con­tat­to con comu­ni­tà di “uomi­ni spez­za­ti” come lui, che si fan­no for­za a vicen­da gui­da­ti dal­le paro­le moti­van­ti di Frank su quan­to sia sem­pli­ce diven­ta­re gli uomi­ni che loro san­no di poter essere. 

Frank – inter­pre­ta­to magi­stral­men­te da Chris Pine – offre a que­sti uomi­ni spen­ti un nuo­vo mon­do in cui pos­so­no mostrar­si come si vedo­no, come vor­reb­be­ro esse­re visti. Con lo sguar­do magne­ti­co che ha reso l’attore uno dei gio­iel­li del­le rom­coms, Frank è un uomo affa­sci­nan­te quan­to miste­rio­so, crip­ti­co e cari­sma­ti­co: tut­ti voglio­no esse­re non solo suoi segua­ci, ma suoi ami­ci. Lui pro­met­te loro un mon­do in cui pos­so­no final­men­te vive­re la vita che han­no sem­pre volu­to con le loro con­sor­ti, che volen­ti o nolen­ti si ritro­va­no in que­sta simulazione. 

Que­sta sco­per­ta e ciò che ne con­se­gue non copro­no che gli ulti­mi minu­ti del film, nono­stan­te ne rap­pre­sen­ti­no la par­te più ori­gi­na­le e degna di nota. Il per­so­nag­gio di Jack acqui­sta impor­tan­za pro­prio quan­do si sve­la che non è il mari­to da sogno, ben­sì un tipo di uomo che è sem­pre più dif­fu­so e peri­co­lo­so. In un’epoca in cui l’identità degli uomi­ni rima­ne anco­ra­ta a tra­di­zio­na­li mani­fe­sta­zio­ni di masco­li­ni­tà (dover pro­cu­ra­re sosten­ta­men­ti e sta­bi­li­tà eco­no­mi­ca, non aver biso­gno di aiu­to e non poter­si per­met­te­re rica­du­te…), men­tre le don­ne sono sem­pre più impe­gna­te ed eman­ci­pa­te, si crea una nuo­va for­ma di con­flit­to fra i sessi. 

Le comunità di uomini che, come Jack, sentono di non avere più dignità o non sono mai riusciti ad inserirsi socialmente e aprono forum disturbanti in cui organizzano attacchi alle donne o si scambiano consigli su come controllarle (o punirle, evitarle, raggirarle, a seconda dei casi) sono sempre più diffusi. 

I cosid­det­ti incel, ovve­ro uomi­ni “invo­lon­ta­ria­men­te celi­bi”, che cre­do­no di aver dirit­to per natu­ra ad ave­re rap­por­ti con il ses­so oppo­sto, ma ne ven­go­no pri­va­ti solo per­ché non repu­ta­ti abba­stan­za attraen­ti, sono oggi impos­si­bi­li da quan­ti­fi­ca­re (dal­le miglia­ia alle cen­ti­na­ia di miglia­ia). Secon­do alcu­ni stu­di, oltre 50 fem­mi­ni­ci­di degli ulti­mi sei anni in Nord Ame­ri­ca sareb­be­ro da attri­bui­re a que­sti grup­pi. Le loro comu­ni­tà sor­go­no soprat­tut­to onli­ne, in social dove la mode­ra­zio­ne è mini­ma (esem­pio lam­pan­te, Red­dit): sono soli­ta­men­te bian­chi, ete­ro­ses­sua­li, con poca o total­men­te assen­te espe­rien­za con l’altro ses­so e mol­to spes­so insta­bi­li dal pun­to di vista del­la sani­tà mentale. 

Sep­pur in pochi minu­ti e deci­sa­men­te in manie­ra sbri­ga­ti­va, que­sto film mostra una real­tà disto­pi­ca che però così disto­pi­ca non è: se la lot­ta per l’uguaglianza non si com­bat­te più solo nel mon­do rea­le, quan­ti altri stru­men­ti pos­so­no esse­re usa­ti con­tro le donne? 

Le discussioni riguardanti la situazione della donna nell’epoca digitale sono nate con la nascita del web: già dai primi anni Ottanta è nato il cosiddetto Cyborg Feminism. 

Stu­dio­se come Don­na Hara­way si sono inter­ro­ga­te sul­le oppor­tu­ni­tà che il mon­do digi­ta­le pote­va offri­re in ter­mi­ni di eman­ci­pa­zio­ne, ma anche su come il patriar­ca­to si pro­trag­ga anche lad­do­ve non c’è un corpo sul qua­le ave­re il con­trol­lo. Se dap­pri­ma vi era entu­sia­smo pen­san­do che final­men­te in una real­tà media­ta si potes­se­ro lascia­re anda­re gli ste­reo­ti­pi e le disu­gua­glian­ze (e di con­se­guen­za ciò si potreb­be riflet­te­re nel­la real­tà mate­ria­le), sono basta­ti pochi anni per­ché i son­dag­gi mostras­se­ro la net­ta mino­ran­za di don­ne nel cam­po dell’informatica e la loro esclu­sio­ne dall’ambiente. I social sono diven­ta­ti luo­ghi in cui por­ta­re avan­ti istan­ze ed unir­si, ma anche luo­ghi in cui le don­ne sono mag­gior­men­te cen­su­ra­te e insul­ta­te, di fat­to non sono che un’appendice del­la socie­tà materiale. 

In que­sti ulti­mi anni l’innovazione digi­ta­le pre­sen­ta come nuo­va fron­tie­ra il con­cet­to di meta­ver­so, una sor­ta di vita paral­le­la digi­ta­liz­za­ta. Que­sta real­tà vie­ne già uti­liz­za­ta in ambien­ti come la moda, dove è pos­si­bi­le mostra­re col­le­zio­ni e sfi­la­te sen­za rea­liz­za­re pro­to­ti­pa­zio­ni poco eco­lo­gi­che. Anche nel fem­mi­ni­smo si è comin­cia­to a par­la­re di un’opportunità per le don­ne, sia in ter­mi­ni lavo­ra­ti­vi che in ter­mi­ni sociali. 

Eppu­re, sep­pur il meta­ver­so ad oggi abbia vita bre­ve, sono già sta­ti regi­stra­ti casi di “vio­len­ze vir­tua­li”. Esat­ta­men­te come nel mon­do rea­le, cer­te situa­zio­ni di svan­tag­gio pos­so­no però esse­re accet­ta­te e riven­di­ca­te anche dal­le don­ne stes­se, soprat­tut­to quan­do si pro­spet­ta­no come con­te­sti in cui il gua­da­gno per­so­na­le è alto e non con­vie­ne cer­ca­re di cam­bia­re, rischian­do di per­de­re tut­to. Un per­so­nag­gio emble­ma­ti­co di que­sta dua­li­tà è Bun­ny (Oli­via Wil­de). Fer­ven­te difen­di­tri­ce di Frank e pro­tet­tri­ce di Vic­to­ry fino alla fine, Bun­ny ha sem­pre sapu­to la real­tà ma sfrut­ta l’opportunità per ave­re ciò che il mon­do rea­le le ha tol­to: i suoi due bambini. 

Ha dimo­stra­to di ave­re gli occhi ben aper­ti Oli­via Wil­de, mostran­do una real­tà di cui si par­la anco­ra trop­po poco, in chia­ve fan­ta­scien­ti­fi­ca. Lascia gli spet­ta­to­ri con un’inquietudine attua­le, disto­pi­ca al pun­to giu­sto: se in un altro uni­ver­so sarà pos­si­bi­le sce­glier­ci a pia­ce­re, sare­mo in gra­do di non rica­de­re nel con­flit­to e nell’oppressione? Nem­me­no in un altro uni­ver­so le don­ne saran­no ugua­li agli uomini? 

Vale la pena guar­da­re Don’t wor­ry dar­ling come ogni altro film che lasci a boc­ca aper­ta e con doman­de sen­za rispo­sta. Sicu­ra­men­te ha tan­ti difet­ti, è un ambi­zio­so esor­dio, ma sarà dif­fi­ci­le far­lo cade­re nel dimenticatoio. 

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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