Internazionale a Ferrara. Storie di ordinaria resistenza

Internazionale a Ferrara. Storie di ordinaria resistenza

Nono­stan­te la sua fami­glia fos­se ori­gi­na­ria di Masyaf, una cit­tà del gover­na­to­ra­to di Hama situa­ta nel nord-ove­st del­la Siria, alla gior­na­li­sta e atti­vi­sta siria­na Wafa Musta­fa è sta­to dato il nome di un’agenzia di stam­pa pale­sti­ne­se – Wafa, appun­to, che in ara­bo signi­fi­ca fedel­tà. Una pre­mo­ni­zio­ne, for­se, con­si­de­ra­ta la sua pro­fes­sio­ne, un’anticipazione sul futu­ro che è da attri­bui­re alla fami­glia nel­la qua­le Wafa Musta­fa è nata, in par­ti­co­la­re a suo padre, Ali Musta­fa, atti­vi­sta per i dirit­ti uma­ni e oppo­si­to­re del regi­me di Bashar al-Assad, scom­par­so nel luglio 2013 dopo esse­re sta­to pre­le­va­to dal­la pro­pria abi­ta­zio­ne a Dama­sco da un grup­po di uomi­ni arma­ti. Wafa Musta­fa da allo­ra non ha più sue noti­zie e, nel­la spe­ran­za di poter­lo un gior­no riab­brac­cia­re e di poter vede­re il pro­prio Pae­se di ori­gi­ne, la Siria, final­men­te libe­ro, ha deci­so di dedi­ca­re la pro­pria vita alla lot­ta per otte­ne­re il rila­scio dei dete­nu­ti siria­ni, sia­no essi tenu­ti pri­gio­nie­ri dal regi­me di Assad o dai suoi oppositori.

Dopo la scom­par­sa del padre, che ave­va dife­so e pre­so par­te alla rivo­lu­zio­ne paci­fi­ca comin­cia­ta nel 2011 con­tro il regi­me di Assad, Musta­fa, sua madre e le sue sorel­le, temen­do di poter subi­re la stes­sa sor­te dell’uomo, sono sta­te costret­te ad abban­do­na­re la Siria e a fug­gi­re in Tur­chia, dove han­no vis­su­to per tre anni. 

Wafa Mustafa ora vive a Berlino, dove quotidianamente si svolge la sua storia di lotta e resistenza – una storia che, insieme a quella del poeta e attivista palestinese Mohammed El Kurd, è stata protagonista di un panel dal titolo I buoni e i cattivi nell’ambito dell’ultima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara, tenutosi dal 30 settembre al 2 ottobre nel cuore della città emiliana. 

Al cen­tro del panel – mode­ra­to dal­la gior­na­li­sta Cathe­ri­ne Cor­net di Inter­na­zio­na­le e a cui ha pre­so par­te anche l’orientalista e poli­to­lo­go fran­ce­se Oli­vier RoyAfgha­ni­stan, Siria e Pale­sti­na, ter­ri­to­ri in cui con­flit­ti, cri­mi­ni di guer­ra e vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni pro­se­guo­no da anni, ma cui i media occi­den­ta­li dedi­ca­no atten­zio­ne sol­tan­to ad inter­mit­ten­za e super­fi­cial­men­te. Con l’in­va­sio­ne rus­sa del­l’U­crai­na, però, ter­mi­ni come cri­mi­ni di guer­ra, inva­sio­ne, dirit­to inter­na­zio­na­le e resi­sten­za han­no comin­cia­to ad esse­re nuo­va­men­te discus­si. Come riu­sci­re a rac­con­ta­re, dun­que, la sof­fe­ren­za del­le per­so­ne che vivo­no quo­ti­dia­na­men­te que­sti abu­si e i con­flit­ti che imper­ver­sa­no in Medio Orien­te, quan­do tut­to è in real­tà già sta­to det­to dagli afgha­ni, dai siria­ni e dai pale­sti­ne­si? Per­so­ne che, con le loro voci, da tem­po denun­cia­no ingiu­sti­zie e vio­len­ze, ma ven­go­no mes­se a tace­re o, sem­pli­ce­men­te, non ascoltate. 

Fondamentale è – innanzitutto e secondo entrambi gli attivisti – la scelta di parole che siano in grado di descrivere al meglio la realtà vissuta da queste persone, cosa che però i media occidentali spesso non hanno voluto o saputo fare. 

«Ciò che i siria­ni han­no comin­cia­to a doman­da­re con la rivo­lu­zio­ne del 2011 è qual­co­sa di mol­to sem­pli­ce, che dovreb­be esse­re rico­no­sciu­to e garan­ti­to a cia­scun esse­re uma­no, e cioè digni­tà, liber­tà, giu­sti­zia – ha spie­ga­to Wafa Musta­fa – Per­so­ne come mio padre han­no pre­so par­te ad una rivo­lu­zio­ne paci­fi­ca per chie­de­re dirit­ti fon­da­men­ta­li, men­tre nel 2011 il regi­me di Assad ha nega­to le pro­te­ste e ha comin­cia­to a dif­fon­der­si la nar­ra­zio­ne del­la guer­ra al ter­ro­ri­smo. Riten­go che per quan­to riguar­da la Siria biso­gne­reb­be par­la­re di guer­ra con­tro i civi­li piut­to­sto che di guer­ra civi­le, dal momen­to che que­sti ulti­mi si sono tro­va­ti e si tro­va­no a dover com­bat­te­re non solo con­tro un regi­me dit­ta­to­ria­le che li oppri­me, ma con­tro tut­ti colo­ro che distrug­go­no la Siria per per­se­gui­re i pro­pri inte­res­si, tra cui USA, Rus­sia, Turchia». 

«I pale­sti­ne­si si tro­va­no ormai a subi­re più di 70 anni di colo­niz­za­zio­ne e vio­len­ze che ven­go­no per­pe­tra­te ogni gior­no da par­te dell’esercito israe­lia­no – ha inve­ce rac­con­ta­to Moham­med El Kurd – Il 30 set­tem­bre un bam­bi­no pale­sti­ne­se di 7 anni è dece­du­to a segui­to di un arre­sto car­dia­co, spa­ven­ta­to a mor­te dai sol­da­ti israe­lia­ni che ave­va­no fat­to irru­zio­ne nel­la sua abi­ta­zio­ne, men­tre cer­ca­va­no alcu­ni alun­ni di una scuo­la ele­men­ta­re che ave­va­no lan­cia­to dei sas­si a colo­ni israe­lia­ni men­tre tran­si­ta­va­no in auto. Nono­stan­te i con­ti­nui abu­si, nono­stan­te le ucci­sio­ni e le vio­len­ze che quo­ti­dia­na­men­te vedo­no come pro­ta­go­ni­sti anche i bam­bi­ni e le bam­bi­ne pale­sti­ne­si, i media occi­den­ta­li han­no sem­pre par­la­to di ter­ro­ri­smo per rac­con­ta­re la Pale­sti­na, men­tre con lo scop­pio del­la guer­ra in Ucrai­na si è da subi­to par­la­to di occu­pa­zio­neresi­sten­za. Si evi­ta accu­ra­ta­men­te di par­la­re di puli­zia etni­ca, nono­stan­te di que­sto si trat­ti, e si uti­liz­za la paro­la sfrat­to anzi­ché la paro­la espul­sio­ne per par­la­re dei pale­sti­ne­si allon­ta­na­ti dal­le pro­prie abi­ta­zio­ni, per­ché è una paro­la che evo­ca una mag­gio­re legittimità». 

Sia Wafa Mustafa che Mohammed El Kurd hanno poi sottolineato quanto possa essere assordante il silenzio dei media – il quale, al pari dell’uso di una parola inadeguata, può produrre una distorsione della realtà, 

come se quell’evento non fos­se avve­nu­to o come se le sue dina­mi­che non fos­se­ro risul­ta­te evi­den­ti sin dal pri­mo momen­to. Un esem­pio lam­pan­te di que­sto fat­to è rap­pre­sen­ta­to dal modo in cui i media occi­den­ta­li han­no coper­to la mor­te del­la gior­na­li­sta pale­sti­ne­se di Al Jazee­ra Shi­reen Abu Akleh, ucci­sa deli­be­ra­ta­men­te lo scor­so 11 mag­gio dai sol­da­ti israe­lia­ni, come da subi­to evi­den­zia­to da diver­si testi­mo­ni e dai col­le­ghi pre­sen­ti. Diver­se inchie­ste han­no poi effet­ti­va­men­te dimo­stra­to come la don­na, insie­me ad altri col­le­ghi, si stes­se incam­mi­nan­do in dire­zio­ne di una pat­tu­glia israe­lia­na “per­cor­ren­do una stra­da lar­ga e dall’ampia visi­bi­li­tà e indos­san­do un giub­bot­to con la scrit­ta Press e un caschet­to. Nel­le vici­nan­ze non c’erano né scon­tri né mili­tan­ti pale­sti­ne­si arma­ti”. Nono­stan­te que­ste evi­den­ze, la stam­pa occi­den­ta­le si è a lun­go limi­ta­ta ad annun­cia­re la mor­te del­la gior­na­li­sta, sen­za però indi­ca­re da chi fos­se sta­ta ucci­sa e se volon­ta­ria­men­te o meno, mostran­do di non voler dare ascol­to ai pale­sti­ne­si. «La stam­pa occi­den­ta­le spes­so si rifiu­ta di cre­de­re alle nostre denun­ce, anche dopo che noi pale­sti­ne­si abbia­mo mostra­to loro il nostro san­gue e le nostre feri­te, rac­con­ta­to i nostri trau­mi» ha affer­ma­to Moham­med El Kurd. 

Non essere creduti ed essere ignorati, al punto da sentirsi invisibili, sono due esperienze incredibilmente dolorose per chi, come Wafa Mustafa e Mohammed El Kurd, dedica tutta la propria vita alla lotta contro le ingiustizie cui interi popoli vengono continuamente sottoposti. 

«Uno degli atti più dif­fi­ci­li che io abbia mai com­piu­to, sia dal pun­to di vista fisi­co che dal pun­to di vista psi­co­lo­gi­co, è sta­to quel­lo di rima­ne­re sedu­ta fuo­ri dal Tri­bu­na­le di Coblen­za, in Ger­ma­nia, dove nel­la pri­ma­ve­ra del 2020 per la pri­ma vol­ta due uffi­cia­li del regi­me di Bashar al-Assad, Anwar RaslanEyad al-Gha­rib, si tro­va­va­no sot­to pro­ces­so, accu­sa­ti di tor­tu­ra e cri­mi­ni con­tro l’umanità – ha rac­con­ta­to Musta­fa – Sede­vo da sola, cir­con­da­ta dal­le foto dap­pri­ma di una ses­san­ti­na, poi di 121 per­so­ne scom­par­se, tra cui mio padre. Le per­so­ne che ave­vo attor­no ini­zial­men­te non pre­sta­va­no atten­zio­ne a me, mi sen­ti­vo invi­si­bi­le. Con il pas­sa­re del tem­po qual­cu­no ha comin­cia­to a chie­der­mi per­ché fos­si lì, rico­no­sco che la mia è sta­ta una pre­sen­za impor­tan­te, neces­sa­ria per chie­de­re la libe­ra­zio­ne di colo­ro che anco­ra oggi sono ingiu­sta­men­te dete­nu­ti in Siria e tenu­ti lon­ta­ni dal­le pro­prie famiglie». 

Nel 2016 Wafa Musta­fa ha comin­cia­to a col­la­bo­ra­re con Fami­lies for free­dom, un movi­men­to paci­fi­co di fami­glie siria­ne gui­da­to da don­ne che si pone come obiet­ti­vo quel­lo di con­dur­re una cam­pa­gna di infor­ma­zio­ne e sen­si­bi­liz­za­zio­ne pub­bli­ca per chie­de­re il ritor­no del­le per­so­ne che sono sta­te sot­to­po­ste a spa­ri­zio­ne for­za­ta in Siria. Si chie­de, tra le altre cose, la pub­bli­ca­zio­ne di un elen­co con­te­nen­te i nomi di tut­ti i dete­nu­ti, non­ché l’indicazione del luo­go e del­lo sta­to del­la loro deten­zio­ne; la ces­sa­zio­ne imme­dia­ta di tor­tu­re e mal­trat­ta­men­ti; che, in caso di deces­so di un dete­nu­to, si con­se­gni­no alle fami­glie un cer­ti­fi­ca­to di mor­te e un rap­por­to che descri­va le cir­co­stan­ze e le cau­se del deces­so, non­ché il cor­po del defun­to o infor­ma­zio­ni sul­la sua ubi­ca­zio­ne; che il gover­no siria­no con­sen­ta alle orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie inter­na­zio­na­li di for­ni­re cibo e aiu­ti medi­ci e alle orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li per i dirit­ti uma­ni l’ac­ces­so ai cen­tri di deten­zio­ne, al fine di valu­ta­re e garan­ti­re con­di­zio­ni di deten­zio­ne che sod­di­sfi­no gli stan­dard del dirit­to internazionale.

Da quan­do la rivo­lu­zio­ne siria­na è comin­cia­ta, nel 2011, si pen­sa che più di 150.000 civi­li sia­no sta­ti fat­ti spa­ri­re all’interno di cen­tri di deten­zio­ne o sia­no sta­ti tor­tu­ra­ti e ucci­si dal regi­me di Bashar al-Assad o da altri grup­pi armati. 

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Angela Perego
Matri­co­la pres­so la facol­tà di Giu­ri­spru­den­za, “da gran­de” non voglio fare l’avvocato. Nel tem­po libe­ro amo leg­ge­re e pro­va­re a fis­sa­re i miei pen­sie­ri sul­la carta.
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Matricola presso la facoltà di Giurisprudenza, “da grande” non voglio fare l’avvocato. Nel tempo libero amo leggere e provare a fissare i miei pensieri sulla carta.

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