La protesta dell’Iran contro 43 anni di oppressione

La protesta dell'Iran contro 43 anni di oppressione

Il sim­bo­lo del­le mani­fe­sta­zio­ni è una cioc­ca di capel­li, il gri­do che si leva dal­le piaz­ze è “Zhen, Zhian, Aza­di!”, ossia “Don­na, Vita, Liber­tà”.  L’Iran pre­ten­de giu­sti­zia e demo­cra­zia, le don­ne ira­nia­ne rischia­no la vita in nome del loro dirit­to di sce­glie­re, le piaz­ze di tut­to il mon­do si uni­sco­no alla ribel­lio­ne di un popo­lo oppres­so da un regi­me dit­ta­to­ria­le che non lo rappresenta.

Tutto ha inizio da un viaggio trasformatosi in tragedia: è il viaggio di Mahsa Amini, la ragazza di 22 anni che dal Kurdistan si era recata presso la capitale Teheran con la sua famiglia. 

È qui che Ami­ni vie­ne arre­sta­ta dal­la poli­zia reli­gio­sa ira­nia­na per aver vio­la­to le rego­le che sta­bi­li­sco­no come indos­sa­re l’hijab cor­ret­ta­men­te. Tre gior­ni dopo, ossia lo scor­so 16 set­tem­bre, Ami­ni mori­rà in ospe­da­le. La fami­glia del­la ragaz­za non ha dub­bi su qua­li sia­no le cau­se del­la sua mor­te, ossia il trau­ma cra­ni­co dovu­to alle per­cos­se che la ragaz­za avreb­be subi­to subi­to dopo l’arresto. Tesi, que­sta, con­fer­ma­ta dal­la ver­sio­ne di alcu­ni testi­mo­ni non­ché dagli evi­den­ti livi­di ripor­ta­ti sul viso del­la ragaz­za e visi­bi­li in alcu­ne foto cir­co­la­te su Twit­ter. A smen­ti­re que­sta ver­sio­ne è sta­ta l’Asso­cia­zio­ne di medi­ci­na lega­le, un cor­po che dipen­de dal­lo Sta­to, secon­do cui la mor­te di Ami­ni sareb­be sta­ta cau­sa­ta da un’ipos­sia, cioè una caren­za di ossi­ge­no dovu­ta a malat­tie pregresse. 

La rea­zio­ne degli ira­nia­ni è sta­ta imme­dia­ta ed este­sa: in più di 80 cit­tà uomi­ni e don­ne sono sce­si in piaz­za pre­ten­den­do giu­sti­zia e invo­can­do la desti­tu­zio­ne del­la Gui­da supre­ma del Pae­se, l’ayatollah Ali Kha­me­nei. Secon­do quest’ultimo, e dun­que secon­do la ver­sio­ne che il regi­me cer­ca di dif­fon­de­re attra­ver­so i media che con­trol­la, le rivol­te in cor­so sareb­be­ro orche­stra­te dagli Sta­ti Uni­ti e da Israe­le, e ciò giu­sti­fi­che­reb­be la bru­ta­le rea­zio­ne del­la poli­zia ira­nia­na: stan­do a quan­to ripor­ta­to dall’organizzazione non gover­na­ti­va Iran Human Rights, dall’inizio del­le pro­te­ste sareb­be­ro sta­te ucci­se 201 per­so­ne, di cui 23 bam­bi­ni.

Tra le tante vittime della repressione c’è Nika Shahkarami, sedicenne iraniana la cui zia ha recentemente dichiarato che sua nipote si sarebbe tolta la vita lanciandosi dal tetto di un palazzo. 

Quel­la del sui­ci­dio, tut­ta­via, non sem­bra esse­re un’ipotesi plau­si­bi­le in quan­to, nel­la sua ulti­ma tele­fo­na­ta, la ragaz­za dice chia­ra­men­te di esse­re inten­ta a scap­pa­re dal­la poli­zia. E non è que­sto l’unico det­ta­glio che non tor­na nel­la ver­sio­ne gover­na­ti­va: secon­do il regi­me, infat­ti, il cor­po di Nika Sha­h­ka­ra­mi sareb­be sta­to ritro­va­to la mat­ti­na dopo, ma se così fos­se biso­gne­reb­be spie­ga­re il moti­vo per cui non sia sta­to pos­si­bi­le iden­ti­fi­car­la rapi­da­men­te, poi­ché la noti­zia del­la sua mor­te è arri­va­ta solo die­ci gior­ni dopo la scom­par­sa. C’è, poi, Sari­na Esmail­za­deh, anche lei sedi­cen­ne, anche lei ucci­sa dal­le for­ze di sicu­rez­za duran­te una pro­te­sta lo scor­so 23 set­tem­bre. E la lista si allun­ga se si con­si­de­ra­no le ragaz­ze arre­sta­te di cui non si han­no noti­zie da giorni. 

Que­ste ragaz­ze sono diven­ta­te il sim­bo­lo di una rivol­ta le cui radi­ci affon­da­no in un ter­re­no fat­to di pover­tà estre­ma e ingiu­sti­zia socia­le dila­gan­te. Secon­do Sayed Ali Hasa­ni, un mediat­ti­vi­sta inter­vi­sta­to dal The Guar­dian, le pro­te­ste che scuo­to­no il Pae­se in que­sti gior­ni sono moti­va­te dall’ormai decen­na­le repres­sio­ne di liber­tà fon­da­men­ta­li come quel­la di espres­sio­ne e di opi­nio­ne, oltre che dal fat­to che le per­so­ne sono stan­che di vive­re nel­la pover­tà per finan­zia­re una guer­ra per pro­cu­ra, quel­la con­tro Israe­le, che non sen­to­no come propria. 

Le tensioni sociali si sono ulteriormente acuite lo scorso 15 agosto, quando il governo ultraconservatore di Raisi ha firmato un decreto che ha inasprito le leggi riguardanti il codice di abbigliamento a cui le donne devono attenersi nella loro quotidianità. 

Uno dei prov­ve­di­men­ti più strin­gen­ti è sicu­ra­men­te quel­lo riguar­dan­te l’uso del rico­no­sci­men­to fac­cia­le sui mez­zi pub­bli­ci: il Segre­ta­rio del Dipar­ti­men­to per la Pro­mo­zio­ne del­la vir­tù e la pre­ven­zio­ne del vizio ha dichia­ra­to che que­ste tec­no­lo­gie sareb­be­ro sta­te uti­liz­za­te per iden­ti­fi­ca­re le don­ne che non indos­sa­no l’hijab, le qua­li sareb­be­ro sta­te poi mul­ta­te o anche costret­te a sot­to­por­si ad un per­cor­so di rie­du­ca­zio­ne. Il decre­to pre­ve­de, inol­tre, pesan­ti san­zio­ni in caso di pub­bli­ca­zio­ne di foto sen­za hijab sui social network. 

È ragio­ne­vo­le pen­sa­re che que­sto giro di vite abbia crea­to una situa­zio­ne inso­ste­ni­bi­le per le don­ne ira­nia­ne, in quan­to, secon­do una ragaz­za ira­nia­na che sia­mo riu­sci­ti a inter­vi­sta­re e che per moti­vi di sicu­rez­za pre­fe­ri­sce resta­re ano­ni­ma, nel suo pae­se mol­te don­ne non indos­sa­no l’hijab per­ché cre­do­no nel suo signi­fi­ca­to, ma per atte­ner­si ad una rego­la la cui vio­la­zio­ne com­por­ta del­le pesan­ti conseguenze. 

Pur non vivendo in Iran, inoltre, la nostra testimone afferma che non si sente sicura a protestare a volto scoperto, per cui quando scende in piazza preferisce coprirsi come può, indossando ad esempio mascherina e occhiali da sole. 

Il suo timo­re, infat­ti, è che alcu­ni infor­ma­to­ri del gover­no ira­nia­no pos­sa­no iden­ti­fi­ca­re i mani­fe­stan­ti per poi costrin­ger­li a tor­na­re in Iran revo­can­do il loro visto. I moti­vi di pre­oc­cu­pa­zio­ne per la ragaz­za che abbia­mo inter­vi­sta­to si mol­ti­pli­ca­no se si pen­sa che l’unico mem­bro del­la sua fami­glia che attual­men­te non si tro­va in Iran è sua madre, men­tre le sue due sorel­le, suo fra­tel­lo e suo padre si tro­va­no a dover fare i con­ti in pri­ma per­so­na con una situa­zio­ne poten­zial­men­te esplo­si­va che si pro­trae da cir­ca un mese. Rima­ne­re in con­tat­to con loro è tutt’altro che sem­pli­ce poi­ché da cir­ca ven­ti gior­ni il gover­no ira­nia­no sta cer­can­do – e in gran par­te ci sta riu­scen­do – di bloc­ca­re l’accesso a Inter­net su tut­to il ter­ri­to­rio, essen­do que­sto l’unico cana­le attra­ver­so il qua­le è pos­si­bi­le scam­bia­re mes­sag­gi che docu­men­ti­no ciò che sta acca­den­do nel pae­se: tut­te le altre emit­ten­ti, infat­ti, sono con­trol­la­te dal regi­me teo­cra­ti­co di Raisi.

È pro­prio que­sto uno dei moti­vi per cui le ini­zia­ti­ve di soli­da­rie­tà che si stan­no dif­fon­den­do in que­sti gior­ni, tra cui l’ormai famo­so taglio di una cioc­ca di capel­li che vie­ne poi invia­ta all’ambasciata ira­nia­na a Roma, sono così impor­tan­ti per l’Iran e per tut­ti noi, per­ché, come affer­ma la ragaz­za che abbia­mo inter­vi­sta­to, «quel­lo che sta suc­ce­den­do in Iran non riguar­da una sola per­so­na né un solo pae­se, ben­sì tut­to il mon­do, poi­ché sono in gio­co i dirit­ti uma­ni di un’intera popo­la­zio­ne». Un con­cet­to, que­sto, che si ripro­po­ne nel­le paro­le pro­nun­cia­te lo scor­so mer­co­le­dì dal­la pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne Euro­pea Ursu­la von der Leyen, la qua­le ha annun­cia­to l’impo­si­zio­ne di san­zio­ni con­tro la vio­len­ta repres­sio­ne del­le pro­te­ste da par­te dei fun­zio­na­ri di sta­to iraniani. 

Le cioc­che di capel­li rac­col­te alla Trien­na­le di Mila­no come sim­bo­lo di solidarietà.

Uno spi­ra­glio sem­bra esser­si aper­to pochi gior­ni fa, quan­do Ali Lar­jia­ni, ex mem­bro del par­la­men­to Ira­nia­no e dun­que impor­tan­te figu­ra dell’establishment, ha espres­so dei dub­bi a pro­po­si­to del­le attua­li poli­ti­che sull’hijab, rico­no­scen­do, peral­tro, che le pro­te­ste han­no radi­ci poli­ti­che pro­fon­de e che «quan­do un feno­me­no cul­tu­ra­le si esten­de a mac­chia d’olio, rispon­de­re rigi­da­men­te non è la solu­zio­ne ade­gua­ta». Le paro­le di Lar­jia­ni non segna­la­no di cer­to una radi­ca­le inver­sio­ne di rot­ta da par­te del gover­no, ma sem­bra­no sug­ge­ri­re che le spe­ran­ze del popo­lo ira­nia­no non sono del tut­to vane. E allo­ra è neces­sa­rio che l’attenzione riman­ga viva e che il mon­do ten­ga i riflet­to­ri pun­ta­ti su quel­lo che sta suc­ce­den­do in un Pae­se i cui abi­tan­ti chie­do­no solo que­sto: don­na, vita, libertà.

Con­di­vi­di:
Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.