Radici. Nilde Iotti, tra le più alte cariche dello Stato

Radici. Nilde Iotti, tra le più alte cariche dello Stato

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica.


Nel­la Sala del­le Don­ne di Mon­te­ci­to­rio, dal 2016, sono espo­ste le foto del­le don­ne che han­no par­te­ci­pa­to alle isti­tu­zio­ni repub­bli­ca­ne. Tra loro non può man­ca­re una madre costi­tuen­te: Nil­de Iot­ti, la pri­ma don­na a sede­re alla pol­tro­na del­la ter­za cari­ca del­lo Sta­to nel 1979. 

«Com­pren­de­re­te la mia emo­zio­ne per esse­re la pri­ma don­na nel­la sto­ria d’I­ta­lia a rico­pri­re una del­le più alte cari­che del­lo Sta­to» dis­se nel suo discor­so di inse­dia­men­to. 

Era il 20 giugno 1979 ed a tutti era chiaro il vento di innovazione che l’elezione di Nilde Iotti a Presidente della Camera comportava. 

Lo scru­ti­nio l’aveva nomi­na­ta con una lar­ga mag­gio­ran­za: 433 voti su 615 votanti. 

«Io stes­sa, non ve lo nascon­do – con­ti­nuò – vivo qua­si in modo emble­ma­ti­co que­sto momen­to, avver­ten­do in esso un signi­fi­ca­to pro­fon­do, che supe­ra la mia per­so­na e inve­ste milio­ni di don­ne che attra­ver­so lot­te fati­co­se, pazien­ti e tena­ci si sono aper­te la stra­da ver­so la loro eman­ci­pa­zio­ne. Esse­re sta­ta una di loro e aver spe­so tan­ta par­te del mio impe­gno di lavo­ro per il loro riscat­to, per l’af­fer­ma­zio­ne di una loro pari respon­sa­bi­li­tà socia­le e uma­na, costi­tui­sce e costi­tui­rà sem­pre un moti­vo di orgo­glio del­la mia vita». 

«Meglio i pre­ti che i fasci­sti» ripe­te­va Egi­dio Iot­ti, un fer­ro­vie­re a cui le lot­te sin­da­ca­li in pie­no regi­me fasci­sta costa­ro­no il lavo­ro. La vita di sua figlia, Leo­nil­de Iot­ti, fu imma­gi­ne di que­sta ester­na­zio­ne del padre: alle scuo­le del regi­me fasci­sta, pre­fe­rì le scuo­le cat­to­li­che, inclu­sa la scel­ta uni­ver­si­ta­ria che ricad­de sull’Uni­ver­si­tà Cat­to­li­ca di Mila­no, dove, nel 1942, si lau­reò in Let­te­re e Filo­so­fia. 

Alla lot­ta con­tro il fasci­smo, inve­ce, dedi­cò la sua vita: l’8 set­tem­bre 1943, con l’armistizio di Cas­si­bi­le, la sua vita cam­biò total­men­te. All’epoca Nil­de Iot­ti era una docen­te in un isti­tu­to tec­ni­co indu­stria­le di Reg­gio Emi­lia, ma le lot­te par­ti­gia­ne per la libe­ra­zio­ne del nord Ita­lia la spin­se­ro pre­sto a rinun­cia­re alla sua car­rie­ra per iscri­ver­si al Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no. Deci­se, inol­tre, di unir­si alle pri­me staf­fet­te, con­se­gnan­do volan­ti­ni, vive­ri, medi­ci­ne e cal­ze di lana a bor­do del­la sua bici­clet­ta. Non si tirò indie­tro nean­che quan­do si trat­tò di par­te­ci­pa­re atti­va­men­te alla libe­ra­zio­ne gra­zie ai Grup­pi di Dife­sa del­la Don­na, una for­ma­zio­ne anti­fa­sci­sta del par­ti­to che rive­stì un ruo­lo impor­tan­te nel­l’a­ni­ma­zio­ne del­la Resistenza.

Alla fine della guerra, continuò l’attività politica, diventando segretario dell’Unione delle Donne, con l’incarico di indagine sulle condizioni delle famiglie più bisognose. 

Alle ele­zio­ni del giu­gno 1946, fu elet­ta all’Assemblea costi­tuen­te con 15.936 voti nel­la sua cir­co­scri­zio­ne. Ave­va 26 anni.

Entrò a fare par­te del­la com­mis­sio­ne dei 75, pre­po­sta per la vera e pro­pria ste­su­ra del­la car­ta, e, in par­ti­co­la­re, alla pri­ma sot­to­com­mis­sio­ne, dedi­ca­ta alla par­te rela­ti­va ai dirit­ti e ai dove­ri dei cit­ta­di­ni. In que­sta sede, Iot­ti poté dedi­car­si alle sue bat­ta­glie: l’af­fer­ma­zio­ne del prin­ci­pio del­la pari­tà tra i coniu­gi, del rico­no­sci­men­to dei dirit­ti dei figli nati fuo­ri dal matri­mo­nio e del­le fami­glie di fat­to. Tut­ta­via, accon­sen­tì al man­ca­to rico­no­sci­men­to del divor­zio nel­la car­ta costituzionale. 

«Dal momen­to che alla don­na è sta­ta rico­no­sciu­ta, in cam­po poli­ti­co, pie­na ugua­glian­za, col dirit­to di voto atti­vo e pas­si­vo – affer­mò cir­ca le bat­ta­glie fem­mi­ni­ste a cui si dedi­cò – ne con­se­gue che la don­na stes­sa dovrà esse­re eman­ci­pa­ta dal­le con­di­zio­ni di arre­tra­tez­za e di infe­rio­ri­tà in tut­ti i cam­pi del­la vita socia­le e resti­tui­ta ad una posi­zio­ne giu­ri­di­ca tale da non meno­ma­re la sua per­so­na­li­tà e la sua digni­tà di cit­ta­di­na».

L’impegno per la cau­sa fem­mi­ni­le segnò pro­fon­da­men­te la sua atti­vi­tà poli­ti­ca per cinquant’anni. Nel 1963 entrò a fare par­te del­la com­mis­sio­ne affa­ri costi­tu­zio­na­li e si occu­pò atti­va­men­te del­la col­lo­ca­zio­ne del­le don­ne nel mon­do del lavo­ro e di tema­ti­che rela­ti­ve alla fami­glia: in par­ti­co­la­re, si fece gran­de soste­ni­tri­ce del­la leg­ge per il divor­zio e lo dife­se nel­la bat­ta­glia del refe­ren­dum abro­ga­ti­vo del 1974. Par­te­ci­pò, inol­tre, da pro­ta­go­ni­sta alla rifor­ma del dirit­to di fami­glia e alla leg­ge sull’aborto.

Diventò Presidente della Camera nel 1979, ruolo che ricoprì per tredici anni. 

La sua linea di pen­sie­ro pre­ve­de­va il rin­no­va­men­to del­la demo­cra­zia per poter tute­la­re la stes­sa iden­ti­tà demo­cra­ti­ca e la cen­tra­li­tà del Par­la­men­to: due carat­te­ri che diven­ne­ro esem­pla­ri del­la sua atti­vi­tà di Presidente. 

Nel suo discor­so di inse­dia­men­to, trat­tò del­la neces­si­tà di «affron­ta­re quel­le par­ti del­la Costi­tu­zio­ne che il tem­po e l’e­spe­rien­za han­no dimo­stra­to ina­de­gua­te […] e tute­la­re in pri­mo luo­go i dirit­ti del­le mino­ran­ze ma anche il dirit­to dove­re del­la mag­gio­ran­za di governare». 

«La sovra­ni­tà popo­la­re – spie­ga­va — vive attra­ver­so il Par­la­men­to, voglio riba­dir­lo. Ed è il Par­la­men­to che deve inve­sti­re il Gover­no del­la respon­sa­bi­li­tà del­la dire­zio­ne poli­ti­ca del Pae­se, di cui deli­nea e veri­fi­ca gli indi­riz­zi fon­da­men­ta­li. Que­sta non è un’idea vec­chia del­la demo­cra­zia ma il modo di far con­ver­ge­re le varie for­me di plu­ra­li­smo che la socie­tà espri­me, il ten­ta­ti­vo — esso si moder­no — di “gover­na­re in mol­ti”».

Per que­sto era neces­sa­rio che il gover­no potes­se eser­ci­ta­re la sua fun­zio­ne in cer­ti tem­pi, che i par­ti­ti si rin­no­vas­se­ro e fos­se­ro capa­ci di far vive­re nel Par­la­men­to le fon­da­men­ta­li scel­te poli­ti­che e costrui­re nel Par­la­men­to il neces­sa­rio dia­lo­go, con­fron­to e anche scon­tro. Obiet­ti­vi che, negli anni di piom­bo, avreb­be­ro dimo­stra­to la for­za del­la demo­cra­zia e del­la libertà. 

Nel 1987, pri­ma di esse­re rie­let­ta Pre­si­den­te del­la Came­ra, rice­vet­te dal Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Fran­ce­sco Cos­si­ga un man­da­to esplo­ra­ti­vo per for­ma­re un gover­no, ma il ten­ta­ti­vo fal­lì. Ciò la rese comun­que la pri­ma don­na e la pri­ma espo­nen­te del PCI ad arri­va­re tan­to vici­no alla pre­si­den­za del con­si­glio. Nel 1992 arri­vò vici­na alla Pre­si­den­za del­la Repub­bli­ca, ma i tem­pi non era­no matu­ri e, dopo sva­ria­ti ten­ta­ti­vi, il PCI fu costret­to a cam­bia­re il nome del can­di­da­to, rinun­cian­do all’impresa di por­ta­re una don­na con tan­ti pri­ma­ti, tan­ta poli­ti­ca e tan­te bat­ta­glie tra le mura del Palaz­zo del Quirinale. 

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Giulia Ariti
Stu­den­tes­sa di Filo­so­fia che inse­gue il sogno del gior­na­li­smo. Sem­pre con gli occhi sul­la real­tà di oggi e la men­te ver­so il domani.

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