Da rileggere per la prima volta. La cronologia dell’acqua

Da rileggere per la prima volta. La cronologia dell'acqua

Usci­to per la pri­ma vol­ta nel 2010, La cro­no­lo­gia dell’acqua è appro­da­to nel­le libre­rie in ver­sio­ne ita­lia­na (per Not­te­tem­po) ai pri­mi di mag­gio di quest’anno. È in bre­ve tem­po diven­ta­to uno dei libri più acqui­sta­ti e let­ti dell’anno e ha riscos­so un suc­ces­so tale da sco­mo­da­re la stes­sa Lidia Yuk­na­vitch in un tour del­la peni­so­la per pre­sen­ta­re anco­ra una vol­ta, dopo oltre 10 anni, il memoir che l’ha resa nota. Noi di Vul­ca­no era­va­mo pre­sen­ti all’incontro che si è tenu­to ad otto­bre alla libre­ria Ver­so di Mila­no.

Davanti ad un libro del genere, il termine memoir appare un’etichetta superficiale e vuota di significato: cosa significa scrivere della propria vita? Quanta soggettività c’è nel racconto della propria esperienza col mondo? 

Yuk­na­vitch ormai que­sta doman­da l’ha già sen­ti­ta milio­ni di vol­te e non ha più biso­gno di tem­po per tro­va­re la rispo­sta: pri­ma di pub­bli­ca­re il libro, ha par­la­to con la sorel­la e la madre per accer­tar­si che il suo pun­to di vista non fos­se trop­po “di par­te”. Nes­sun uomo è un’isola e per­si­no una sto­ria come la sua, che vede spes­so la pro­ta­go­ni­sta sola con­tro il mon­do e con­tro sé stes­sa, è una sto­ria che com­pren­de altre per­so­ne e nel­la sua inten­si­tà rischia di tra­vol­ger­le. Per for­tu­na, le discre­pan­ze non era­no trop­pe e l’autrice insi­ste sull’importanza di rac­con­ta­re sem­pre la pro­pria storia.

Sei l’unica per­so­na pre­sen­te che può rac­con­ta­re come ci si sen­te ad esse­re te: se non lo rac­con­ti, come pos­so­no saper­lo gli altri?

La sto­ria di Lidia Yuk­na­vitch comin­cia in una casa disfun­zio­na­le in cui gli abu­si (di vario tipo) sono all’ordine del gior­no. Comin­cia con una bam­bi­na che si accor­ge di ama­re, accan­to alle cose bel­le e per­fet­te che tut­ti i bam­bi­ni ama­no, anche le cose brut­te e imper­fet­te: le gam­be del­la madre, per esem­pio, nata con un pro­ble­ma gene­ti­co per cui una era più cor­ta dell’altra di alcu­ni cen­ti­me­tri. Que­sta atten­zio­ne a quei det­ta­gli che nor­mal­men­te ven­go­no igno­ra­ti e la capa­ci­tà di met­te­re in dub­bio ciò che è uni­ver­sal­men­te bel­lo e ciò che non lo è per­met­to­no all’autrice di acqui­si­re una sen­si­bi­li­tà fuo­ri dal comu­ne.

La vita vera comin­cia per Yuk­na­vitch  quan­do vie­ne iscrit­ta ad un cor­so di nuo­to: per la pri­ma vol­ta, ha la pos­si­bi­li­tà di assen­tar­si da casa per qual­che ora e scap­pa­re da quel­lo spa­zio di rab­bia e vio­len­za. Sco­pre di esse­re non bra­va, bra­vis­si­ma: diven­ta in poco tem­po una cam­pio­nes­sa e ottie­ne pre­mi su pre­mi, tra cui la bor­sa di stu­dio che le per­met­te­rà di andar­se­ne definitivamente. 

L’acqua diventa per l’autrice una casa, uno spazio in cui è libera di essere la migliore versione di sé: “All’acqua non frega niente, posso semplicemente esistere”. 

Col pas­sa­re degli anni, diven­tan­do per lei sem­pre più pre­sen­te, diven­ta anche una len­te attra­ver­so cui guar­da­re sé stes­sa, il mon­do, la sua espe­rien­za di vita. La cro­no­lo­gia dell’acqua è quin­di il con­nu­bio tra que­ste due len­ti pecu­lia­ri che l’autrice uti­liz­za per raf­fi­gu­rar­si la real­tà. È il rac­con­to del­la sua vita com­pren­si­vo di onde, mare­mo­ti, occhi che bru­cia­no per il clo­ro e sale che a vol­te disin­fet­ta, a vol­te sem­pli­ce­men­te bru­cia sul­le feri­te. È anche la rispo­sta alle doman­de: “Cos’è la ver­go­gna? Per cosa dovrei pro­var­la? Per­ché devo provarla?”. 

Su quest’ultimo argo­men­to l’autrice è feli­ce di sof­fer­mar­si a par­la­re: “Ho que­sta idea: che pos­sia­mo ri-rac­con­ta­re la ver­go­gna come qual­co­sa che con­di­vi­dia­mo”. Dopo il lan­cio del­la sua sto­ria, infat­ti, l’autrice è sta­ta con­tat­ta­ta da tan­tis­si­me per­so­ne che l’hanno rin­gra­zia­ta per aver­le fat­te sen­ti­re final­men­te accettate. 

La pri­ma cosa che ci vie­ne inse­gna­to a cri­ti­ca­re è il nostro cor­po e pro­prio da esso è par­ti­ta Yuk­na­vitch: «Era come se il lin­guag­gio si fos­se rot­to: e se il mio cor­po aves­se un pun­to di vista? Ogni par­te [del libro] era un pun­to di vista [di una par­te del cor­po]». Si è chie­sta con­to di come ogni par­te del suo cor­po abbia vis­su­to la sua sto­ria e soprat­tut­to cosa di essa sia rima­sto per sem­pre inca­sto­na­to all’interno di lei, in par­ti del cor­po cui non avreb­be mai pen­sa­to altri­men­ti. È così che la sua nar­ra­zio­ne sem­bra pren­de­re vita, il suo dolo­re si incar­na e il let­to­re lo sen­te sul­la sua pelle. 

La cronologia dell’acqua è un libro che bisogna affrontare con impegno: il memoir contiene storie di dolore spesso estremo, le parole sanno emozionare ma anche risvegliare sentimenti sopiti che non sempre si è pronti a confrontare. 

Duran­te la pre­sen­ta­zio­ne del libro è sta­to chie­sto all’au­tri­ce se aves­se mai pen­sa­to di eli­mi­na­re alcu­ne par­ti per non rivi­ver­le o per pro­teg­ge­re il pub­bli­co: con l’estrema sag­gez­za che sem­bra esse­re par­te di lei oggi – così sor­pren­den­te per chi l’ha cono­sciu­ta leg­gen­do pagi­ne di pes­si­me scel­te di vita – Yuk­na­vitch ha rispo­sto che sono pro­prio quel­le brut­te sto­rie che le han­no inse­gna­to a supe­ra­re quel­le che ver­ran­no. È solo espe­ren­do la per­di­ta, il dolo­re, l’abuso che si impa­ra a superarli. 

Sareb­be sba­glia­to però pre­sen­ta­re que­sto memoir come una sto­ria uni­ca­men­te di dolo­re: la sto­ria dell’autrice ha un lie­to fine, rap­pre­sen­ta­to dal­la mera­vi­glio­sa fami­glia che è riu­sci­ta a crea­re. Il mari­to, Andy, è tra il pub­bli­co duran­te l’incontro di pre­sen­ta­zio­ne e la guar­da con occhi pie­ni d’amore ed orgo­glio. Insie­me han­no un figlio che a nuo­ta­re fa schi­fo, ma ama sta­re nell’acqua; anco­ra oggi dopo tan­ti anni si scel­go­no tra la fol­la e si dico­no che si ama­no guar­dan­do­si negli occhi e lascian­do tut­to il pub­bli­co fuori. 

Que­sta sto­ria nata qua­si per sba­glio – ini­zial­men­te era­no poche pagi­ne desti­na­te ad un con­cor­so di scrit­tu­ra crea­ti­va – è diven­ta­ta un’ancora per mol­tis­si­me per­so­ne, una boa per una noma­de nuo­ta­tri­ce nel mare del­la vita e un capo­la­vo­ro per il pano­ra­ma let­te­ra­rio degli ulti­mi anni. «A tut­ti voi che ave­te vent’anni – ci ha tenu­to a dire Yuk­na­vitch al ter­mi­ne del­la pre­sen­ta­zio­ne alla libre­ria Ver­so – ser­va di lezio­ne: mai but­ta­re via nien­te!».

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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