Giradischi, gli album consigliati di novembre

Giradischi, gli album consigliati di novembre

Il 15 di ogni mese, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti. 

Kalak, Sara­thy Kor­war (Leaf label)

L’ul­ti­mo album di Sara­thy Kor­war, per­cus­sio­ni­sta, com­po­si­to­re e pro­dut­to­re sta­tu­ni­ten­se, ci por­ta nel mon­do del­la musi­ca elet­tro­ni­ca indo-jazz. Con que­sto lavo­ro, Kor­war dimo­stra di saper rie­la­bo­ra­re in modo sapien­te sva­ria­ti moti­vi del­la musi­ca clas­si­ca india­na, e ciò che ne risul­ta per chi ascol­ta è un bell’arricchimento cul­tu­ra­le. Pen­sa­to nei mini­mi det­ta­gli per l’a­scol­ta­to­re, Kalak è come una pie­tan­za ser­vi­ta cal­da al pun­to giu­sto, e la cui ricet­ta vie­ne illu­stra­ta nel­la pri­ma trac­cia, Reci­pe to Cure Histo­ri­cal Amne­sia. Un lavo­ro mili­tan­te, lo si capi­sce anche dai tito­li – in meri­to, impos­si­bi­le non cita­re una del­le trac­ce più bel­le, inti­to­la­ta Uto­pia is a Colo­nial pro­ject: ipno­ti­ca e a nostro modo di vede­re attua­lis­si­ma. Un album musi­cal­men­te mol­to inte­res­san­te, capa­ce per­si­no di sti­mo­la­re riflessioni.

Com­ra­de­ly Objec­ts, Hor­se Lords (Rvng)

Un album rock tut­to da bal­la­re è Com­ra­de­ly Objec­ts, con il qua­le gli Hor­se Lords scri­vo­no una sor­ta di inno alla varia­zio­ne. E in que­sto sen­so Zero Degree Machi­ne, trac­cia d’a­per­tu­ra, rap­pre­sen­ta un vero e pro­prio mani­fe­sto. L’al­bum, il quar­to per la rock band di Bal­ti­mo­ra, può sem­bra­re il clas­si­co lavo­ro spe­ri­men­ta­le un po’ ardi­to, e in effet­ti è un po’ com­pli­ca­to capi­re dove que­sti “ogget­ti” andreb­be­ro col­lo­ca­ti. Però tut­to insie­me fun­zio­na alla gran­de, con le sue per­cus­sio­ni al posto giu­sto e pure sor­pren­den­ti, con le sue tan­te influen­ze. Quan­do non si lascia­no anda­re in vir­tuo­si­smi fini a sé stes­si (come nel caso di May Bri­ga­de, anda­te avan­ti sen­za far­vi sco­rag­gia­re), fia­ti e chi­tar­re ci rega­la­no trac­ce apprez­za­bi­lis­si­me, come Mess MendRund­ling. L’ef­fet­to fina­le, lo ammet­tia­mo igno­ran­do­ne il per­ché, è un po’ quel­lo di un ritor­no ai novan­ta. Ma di quel­li che non dispiac­cio­no affatto.

De todas las flo­res, Nata­lia Lafour­ca­de (Sony) — recen­sio­ne di Gabrie­le Beni­zio Scotti

Un disco estre­ma­men­te ele­gan­te da una del­le can­tau­tri­ci mes­si­ca­ne di pun­ta. Da todas las flo­res pre­sen­ta una for­te com­po­nen­te folk, a cui ven­go­no uni­ti ele­men­ti tra­di­zio­na­li del­la musi­ca mes­si­ca­na e jazz. L’anima pop che sta alla base del disco non intac­ca mini­ma­men­te l’eleganza dei bra­ni, la pro­fon­di­tà del­le com­po­si­zio­ni mai scon­ta­te e la deli­ca­ta atmo­sfe­ra che si va a for­ma­re lun­go tut­ta l’ora di ascol­to. Magi­stra­le l’apertura con gli archi nel­la pri­ma trac­cia, toc­can­ti le tin­te di Paja­ri­to coli­brí ed estre­ma­men­te coin­vol­gen­te la sen­sua­li­tà di bra­ni come Mi mane­ra de que­rer. Enne­si­mo lavo­ro ben riu­sci­to di una arti­sta già mol­to apprez­za­ta, ma che a que­sto giro è riu­sci­ta a supe­rar­si ulte­rior­men­te con quel­lo che è pro­ba­bil­men­te il suo lavo­ro più riuscito.

I didn’t mean to haunt you, Qua­de­ca (dea­dAIR) — recen­sio­ne di Gabrie­le Beni­zio Scotti

Qua­de­ca ha ini­zia­to facen­do un pop rap abba­stan­za stan­dard e l’anno scor­so ave­va leg­ger­men­te cam­bia­to il tiro pro­po­nen­do un qual­co­sa di più inte­res­san­te ma non del tut­to con­vin­cen­te. Quest’anno sem­bra aver tro­va­to una stra­da ben deli­nea­ta, e ci pre­sen­ta un pop elet­tro­ni­co con tin­te di folk­tro­ni­ca, glitch pop e ambient. Il disco risul­ta un mischio­ne che fun­zio­na, for­se l’unica par­te che risul­ta fuo­ri posto sono i rima­su­gli rap che non ci azzec­ca­no mol­to col resto del­la pro­du­zio­ne, ma il disco rie­sce ad ascri­ver­si a tut­to que­sto filo­ne di pop elet­tro­ni­co new age che gio­ca ad esse­re stra­va­gan­te. Ma sono pro­prio le influen­ze folk a dare una con­si­sten­za a que­sto disco che lo distan­zia da altre pro­du­zio­ni di que­sto stam­po, non tan­to i con­ti­nui suo­ni che inter­fe­ri­sco­no nel tap­pe­to sono­ro di con­ti­nuo o le ricer­ca­te stra­nez­ze che non sem­pre con­vin­co­no. La stra­da ad ogni modo sem­bra esse­re quel­la giu­sta, c’è mol­to da miglio­ra­re ma è un lavo­ro sicu­ra­men­te degno di nota.

The Car, Arc­tic Mon­keys (Domi­no) — recen­sio­ne di Giu­lia Scolari

A distan­za di quat­tro anni dall’ultimo album, gli Arc­tic Mon­keys ritor­na­no con l’annuncio di un nuo­vo album, segui­to da un nuo­vo tour mon­dia­le. The Car è un album com­ples­so, con un’atmosfera dif­fi­ci­le da coglie­re: nasce a par­ti­re da un’intesa dal pun­to di vista musi­ca­le e non mira a rac­con­ta­re una sto­ria, quan­to a ripor­ta­re diver­se foto­gra­fie di momen­ti, pen­sie­ri, emo­zio­ni altri­men­ti passeggere.

Mol­to inte­res­san­ti, a livel­lo di tema­ti­che più che di sound, sono Sculp­tu­res of Any­thing goes Big ideas, che par­la­no dell’esperienza del­la band ad anni dal cam­bia­men­to net­to di sti­le. Per la pri­ma vol­ta il dispia­ce­re dei fans vie­ne affron­ta­to e vie­ne spie­ga­to chia­ra­men­te (per quan­to chia­ra­men­te pos­sa­no risul­ta­re le meta­fo­re pin­da­ri­che degli Arc­tic Mon­keys) che “chi li ama li segua”, per­ché loro non tor­ne­ran­no indie­tro né ai sound di AM, né ai tour mon­dia­li dei loro anni d’oro. La foto­gra­fia più impor­tan­te è sicu­ra­men­te quel­la rap­pre­sen­ta­ta – let­te­ral­men­te – da The car, il bra­no nato pro­prio dal­la foto scat­ta­ta da Matt Hel­ders, che ha susci­ta­to in Tur­ner un’emozione for­tis­si­ma al pen­sie­ro dei suoi ricor­di d’infanzia e dei viag­gi in mac­chi­na con la fami­glia. Impos­si­bi­le non cita­re anche Mr Sch­war­tz, inspie­ga­bil­men­te a fon­do album, che è un bra­no vera­men­te ben strut­tu­ra­to, pena­liz­za­to per­ché inse­ri­to tra due bra­ni len­ti con basi trop­po simi­li, ma mol­to meno significativi. 

Per quan­to gli Arc­tic Mon­keys non voglia­no più esse­re quel­li di un tem­po, è impos­si­bi­le non rico­no­sce­re che il miglior bra­no sia pro­prio quel­lo più simi­le ai sound di AM: Body paint, una can­zo­ne strut­tu­ra­ta su un minu­sco­lo det­ta­glio – una mac­chia di tin­tu­ra – che fa crol­la­re un castel­lo di car­te e sco­va­re un tra­di­men­to. Da te stes­so non ci puoi scap­pa­re nean­che se sei Alex Sch­war­tz: spe­ran­do di non far­si sco­pri­re, Tuner sem­bra chiu­de­re l’album come chi non vuo­le rive­la­re nien­te di più, un po’ infastidito. 

“If tha­t’s what it takes to say good­night, then tha­t’s what it takes”

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Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.

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