Del: 24 Novembre 2022 Di: Redazione Commenti: 0
Il volto mutevole del Patriarca Kirill

Ciò che sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni internazionali, quindi, non ha solo un significato politico. Stiamo parlando di qualcosa di diverso e molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l’umanità […]. Tutto quanto sopra indica che siamo entrati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico.

Queste le parole che Cirillo I (in russo Kirill), patriarca ortodosso di Mosca e di tutte le Russie, pronuncia nella sua Omelia, il 6 Marzo 2022, in occasione della Domenica del Perdono. Il suo messaggio è chiaro: la lotta ha un significato metafisico ed è la salvezza umana a essere in gioco. Posta in questi in questi termini, non può che risultare una “guerra giusta” e “moralmente plausibile”, l’”operazione militare speciale” condotta in Ucraina. Si tratta insomma di una questione teologica e, in questa prospettiva, Kirill, forte delle sue vesti di autorità morale, non ha esitato a porsi come colui che sa che cosa è bene per il suo Paese: bene, secondo il Patriarca, è che si difendano i valori e l’integrità del credo ortodosso e che si lotti contro la minaccia dell’Occidente corrotto. Ed è proprio la conoscenza di ciò che è bene a garantire la liceità della guerra.

Ma, sorge spontaneo chiedersi, da chi, o meglio, da dove attinge tale conoscenza il patriarca di Mosca?

Per rispondere a questa domanda è possibile spostare la riflessione dalle vicende russe alle radici della dottrina cristiana e, in particolare, al suo nesso strutturale con il pensiero filosofico greco. Nessuno infatti meglio di Platone, filosofo dell’Atene del IV secolo a.C., ha teorizzato l’esistenza di un mondo altro rispetto a quello materiale, cui solo pochi uomini possono accedere e, in virtù di tale privilegio, essere detentori di una conoscenza certa.

Se Platone individuava quei pochi uomini fortunati nei filosofi, ai quali spettava quindi il dovere di comandare, non è azzardato pensare che il cristianesimo, rielaborando a sua immagine alcuni lasciti del pensiero platonico, abbia individuato quegli uomini nelle autorità religiose. Molte di queste, infatti, servendosi della loro posizione privilegiata e facendo derivare il proprio sapere direttamente da Dio, per secoli si sono poste come i conoscitori del vero, del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male e si sono procurate un consenso secolare facendo leva su un’esigenza esistenziale umana, quella di ammettere, e di assodare poi come certa, la sussistenza di una realtà superiore, non soggetta ai continui mutamenti terreni.

Proprio su questa esigenza è ravvisabile il legame tra platonismo e cristianesimo: l’uomo, infatti, di fronte alla constatazione dell’insufficienza della propria condizione mortale, si è aggrappato alla possibilità di esistenza di un mondo diverso, remoto ed eterno. Nel caso del platonismo si trattava del “mondo delle idee”, o della conoscenza certa, nel caso del cristianesimo si tratta del paradiso terrestre.

Ritornando a Kirill, egli non ha fatto altro che rivestire il ruolo di custode del messaggio di Dio e, facendo leva sulla fede dei tanti seguaci della Chiesa ortodossa, si è inoltrato nei meandri della politica, intessendo così uno stretto legame con il regime di Putin.

«Andate con coraggio a compiere il vostro dovere militare. E ricordate che se darete la vita per il vostro Paese, sarete con Dio nel suo regno, nella gloria e nella vita eterna». In questi termini il Patriarca, nel sermone pronunciato al monastero Zachatyevsky di Mosca il 23 settembre 2022, ha benedetto la decisione di Putin di richiamare circa 300.000 riservisti a combattere. È inequivocabile l’irruente ingerenza della Chiesa negli affari politici dello Stato, ma, soprattutto, il Patriarca sembra non riservare alcuna considerazione agli “inviolabili” principi della Costituzione russa.

In particolare, l’art. 14 Cost. dispone: «La Federazione di Russia è uno Stato laico. Nessuna religione può costituirsi in qualità di religione di Stato od obbligatoria. Le associazioni religiose sono separate dallo Stato e sono uguali davanti alla legge». Il primo punto, dunque, afferma il principio di laicità, che, in teoria, dovrebbe garantire la neutralità dello Stato rispetto alle varie confessioni religiose; il secondo punto afferma invece il principio separatista, per cui affari politici e affari ecclesiastici dovrebbero mantenersi a dovuta distanza. Questi due principi costituiscono i capisaldi della libertà religiosa e di coscienza. Eppure, la coscienza dei cittadini russi e dei fedeli ortodossi è stata brutalmente violata dalle parole del Patriarca, che, presentandosi ancora una volta come il privilegiato conoscitore del bene, ha riaffermato il suo sostegno alla guerra, indicando con fermezza quale sia la retta via da perseguire: se si aspira a ottenere la ricompensa ultraterrena della vita eterna bisogna combattere per la Patria.

Si tratta di una dichiarazione forte, spregiudicata, che spinge a chiedersi quale motivo o interesse abbia indotto un pastore cristiano a servirsi della fede per inneggiare alla violenza.

Ebbene, gli interessi di Kirill non sono dubbi e per rendersene conto basta guardare a quanto accaduto in Russia negli ultimi anni: un crescente appoggio da parte del Patriarca alle mosse di Putin è stato ricambiato dal regime russo con un favoritismo senza eguali alla Chiesa ortodossa e con la drastica riduzione dell’autonomia di Chiese e religioni rivali. Già nel 2012 il confine tra politica e religione aveva mostrato la sua labilità, quando Kirill aveva pubblicamente affermato che la presidenza di Putin fino a quel momento era stata un “miracolo di Dio”. Nel 2014 e poi nel 2015 quel confine è svanito del tutto, con l’approvazione da parte del Patriarca delle “operazioni militari” in Siria e in Crimea e con la benedizione delle armi russe da parte dei preti ortodossi. E infine, l’appoggio riservato all’invasione dell’Ucraina e la studiata manipolazione coscienziale operata da Kirill ha definitivamente sancito l’alleanza tra Stato e Chiesa e ha mostrato la totale noncuranza del principio separatista.

Se il regime di Putin ha guadagnato una legittimazione “alta” rispetto al suo operato, la Chiesa ortodossa ha invece ottenuto una posizione di privilegio rispetto alle altre religioni e la possibilità di imporre il proprio credo ai cittadini russi grazie ai favori dello Stato. Nulla per nulla, insomma, le prestazioni e i guadagni si bilanciano perfettamente.

Nella sua Omelia del 25 Settembre, Kirill ha poi affermato che chi sarebbe morto per la Patria avrebbe compiuto un sacrificio e si sarebbe spogliato di tutti i peccati commessi. Nonostante le precedenti dichiarazioni fossero già risultate sconcertanti, sarebbe stato difficile immaginare di arrivare a un tale di livello di meschinità: una guida spirituale che si serve di un ricatto morale per rendere la violenza e l’omicidio non solo atti leciti, ma nobili.

Eppure, ultimamente le carte in gioco tra Chiesa e Stato si sono rimescolate. Il 17 Ottobre 2022 infatti Kirill ha dichiarato:

Le Chiese hanno per natura un potenziale pacificatore. Se una Chiesa inizia a sventolare una bandiera di guerra e a chiedere lo scontro, agisce contro la sua natura. […] La guerra non può essere sacra. Ma quando uno deve difendere se stesso e la propria vita o dare la propria vita per quella degli altri, le cose sono diverse. Abbiamo tanti esempi nella nostra storia cristiana. Tuttavia, come operatori di pace dobbiamo fare tutti gli sforzi per portare la pace attraverso il dialogo ed evitare qualsiasi conflitto o violenza. Questo è il mio punto di vista.

Un cambio improvviso, una dichiarazione che stride se posta sul piano metafisico su cui Kirill aveva “innalzato” la guerra. Ma perché questo nuovo punto di vista, cosa ha determinato una svolta così radicale? La risposta non rivela nulla di straordinario: si è trattato di un semplice cambio di interessi.

La dichiarazione che invita a trovare una “pace giusta”, e non più una “guerra giusta”, era rivolta a Padre Ioan Sauca, Segretario Generale del World Council of Churches (Wcc), in occasione dell’incontro tenutosi a Mosca il 17 Ottobre 2022.

Questo incontro tuttavia è avvenuto dopo un episodio degno di nota e su cui occorre soffermarsi: dal 31 agosto all’8 settembre ha avuto luogo l’XI Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese e, tra le questioni critiche, c’era anche la richiesta che la Chiesa russa fosse espulsa dal Wcc, per le posizioni prese dal Patriarcato rispetto alla crisi ucraina. Alla fine, la richiesta è stata respinta, ma Kirill ha certamente fiutato il pericolo e i suoi interessi hanno improvvisamente cambiato volto: pararsi le spalle e arginare il rischio di uno scontro aperto con le altre Chiese cristiane ha portato il Patriarca ha rivedere la sua posizione rispetto alla guerra.

Interessi personali. Questo è quello che ha spinto Kirill a sostenere la guerra, a dare il suo appoggio spirituale a Putin, a promettere il paradiso a chi avrebbe combattuto per la patria. E poi, ancora, nuovi interessi lo hanno portato a presentare la pace, il dialogo e la mediazione come gli unici strumenti nobili nelle mani della Chiesa per porre un freno alla violenza. Tuttavia, queste improvvise quanto contraddittorie manovre gli sono state concesse dall’autorità e dal ruolo che ricopre: egli non è forse il supremo conoscitore del vero? Certamente sa che cosa è bene per gli uomini, anche se questo bene cambia volto a seconda di come girano i venti.

Insomma, abbiamo visto come quello delle verità calate dall’alto è uno schema che si ripete, uno schema che aveva trovato terra fertile nel V secolo a.C. e che ancora oggi non allenta la sua morsa. Quello che ci si augura è che questo gioco di parti, abilmente manovrato da chi ne tiene le redini, possa prima o poi non fare più breccia su nessuno.

Articolo di Clara Molinari

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