Robinù è la storia degli invisibili

Robinù è la storia degli invisibili

Robi­nù è un film docu­men­ta­ri­sti­co diret­to da Miche­le San­to­ro, usci­to nel 2016. La pel­li­co­la ten­ta, attra­ver­so i rac­con­ti dei pro­ta­go­ni­sti, una nar­ra­zio­ne del­la guer­ra tra il clan Giu­lia­no e il clan Sibil­lo nei luo­ghi dei quar­tie­ri For­cel­la-Decu­ma­ni, con un occhio curio­so di aper­tu­ra e pri­vo di un qual­sia­si tipo di pregiudizio.

Il titolo fa riferimento al soprannome di uno dei protagonisti, da sempre schierato con i più “deboli”.

Il film è sta­to pre­sen­ta­to alla Festa del Cine­ma di Vene­zia 2016, nel­la sezio­ne Cine­ma del Giar­di­no. Pro­ta­go­ni­sti sono mol­te­pli­ci ado­le­scen­ti e gio­va­ni adul­ti coin­vol­ti nel­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta, ed è attra­ver­so le loro voci che San­to­ro descri­ve l’insofferenza di una signi­fi­ca­ti­va par­te del­la popo­la­zio­ne dimen­ti­ca­ta dal­lo Sta­to che si ritro­va quo­ti­dia­na­men­te a con­si­de­ra­re nor­ma­li­tà ciò che nor­ma­le non è. 

Robi­nù è l’appellativo che descri­ve tut­ti quei ragaz­zi (mol­ti dei qua­li non anco­ra mag­gio­ren­ni) che sono riu­sci­ti ad impor­si nel­la sce­na del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta diven­tan­do i pro­ta­go­ni­sti del­la «paran­za dei bam­bi­ni»: sono per­lo­più gio­va­ni pri­va­ti di una qual­sia­si spe­ran­za nei con­fron­ti del futu­ro, il qua­le per loro, sem­bra esse­re sta­to già scrit­to.

In assen­za di un buon livel­lo di istru­zio­ne e quin­di espri­men­do­si dif­fi­cil­men­te in ita­lia­no, duran­te le loro con­ver­sa­zio­ni pre­di­li­go­no come argo­men­ti car­di­ne la dro­ga, le armi e gli omi­ci­di. Prin­ci­pa­li atto­ri di una guer­ri­glia nata dal­la volon­tà di otte­ne­re il con­trol­lo del ter­ri­to­rio, si trat­ta di una mat­tan­za del nuo­vo car­tel­lo cri­mi­na­le for­ma­to dai gio­va­ni Sibil­lo e dagli ere­di del clan Giu­lia­no.

Dal docu­men­ta­rio tra­pe­la un micro­co­smo che sem­bra sia invi­si­bi­le, ed è attra­ver­so le testi­mo­nian­ze dei ragaz­zi che si ha la pos­si­bi­li­tà di assi­ste­re ad un rac­con­to luci­do di cui i pro­ta­go­ni­sti sono i pic­co­li boss che fan­no car­rie­ra, la dispe­ra­zio­ne del­le madri di quest’ultimi (che spes­so volen­ti o nolen­ti si ritro­va­no a rien­tra­re nei giri del­la mala­vi­ta per man­te­ne­re i pro­pri figli o i pro­pri mari­ti in car­ce­re) e infi­ne l’immediata cano­niz­za­zio­ne di chi non c’è più.

Emer­go­no le sto­rie di Maria­no, il baby boss del clan D’Amico di Pon­ti­cel­li cono­sciu­to per il con­trol­lo del­la peri­fe­ria orien­ta­le di Napo­li. Attual­men­te sta scon­tan­do una con­dan­na di 16 anni nell’isti­tu­to Pena­le Mino­ri­le di Airo­la per omi­ci­dio lega­to a fina­li­tà camorristiche. 

Guar­dan­do in came­ra spie­ga con natu­ra­lez­za che «oggi coman­da chi fa più rea­ti, più rea­ti fai, più la gen­te ha pau­ra di te» e che dopo gli spa­ri per­ma­ne l’indifferenza: «ti levi lo zol­fo di dos­si, ti puli­sci, ti fumi una can­na e stai appo­sto».

È figlio di una nuova generazione camorristica orfana spesso di padri morti in agguati o di detenuti che hanno preferito non “girarsi” diventando collaboratori di giustizia.

C’è poi la sto­ria di Annun­zia­ta D’amico, sorel­la di Giu­sep­pe D’amico, det­to Frau­lel­la, che ha ere­di­ta­to le redi­ni del clan stes­so quan­do quest’ultimo è sta­to arre­sta­to. Lega­ta a Sal­va­to­re Erco­la­ni, lati­tan­te dal 29 apri­le 2013 e arre­sta­to poi nel 2014, ini­ziò a impar­ti­re diret­ti­ve al clan in segui­to alla cat­tu­ra del com­pa­gno. Ven­ne ucci­sa ad otto­bre del 2016 in un aggua­to acca­du­to sot­to casa. 

Un altro pro­ta­go­ni­sta è Miche­le det­to «Miche­li­no» la cui con­dan­na è sta­ta di 24 anni: rapi­na­to­re, fin da gio­va­nis­si­mo, si mise a ser­vi­zio di Sal­va­to­re Mari­no e Mas­si­mo Castel­la­no, per­so­nag­gi di spic­co del clan Maz­za­rel­la. Lui però dice di distin­guer­si per il fat­to di «non esse­re sot­to a nes­su­no», con­du­cen­do i pro­pri affa­ri in pie­na autonomia.

Com­pa­re poi anche il fra­tel­lo di Miche­le, emi­gra­to in Fran­cia per «vive­re di lavo­ro». Rac­con­ta di un ini­zio tumul­tuo­so e mostra la sua pri­ma «casa» una vol­ta arri­va­to a Pari­gi: un cas­so­net­to con­di­vi­so con un altro sen­za­tet­to magh­re­bi­no. Lui è uno degli esem­pi pre­so in con­si­de­ra­zio­ne per la nar­ra­zio­ne di una quo­ti­dia­ni­tà diver­sa, lon­ta­no dal­la cri­mi­na­li­tà organizzata.

L’unico vero assente di questa storia è quindi lo Stato, che prende tutti i vantaggi del welfare criminale e non garantisce ai propri cittadini una strada di riscatto dalla malavita.

Si trat­ta di una vera e pro­pria disu­ma­niz­za­zio­ne di ragaz­zi suc­cu­bi di una cri­si radi­ca­ta nel per­cor­so del­la loro crescita. 

Lo stes­so San­to­ro, in una inter­vi­sta per il Cor­rie­re del­la Sera dice:

Quan­do stu­dio le sto­rie di quei ragaz­zi, mi iden­ti­fi­co nel­le mie vicen­de fami­lia­ri. Io ho avu­to in mio padre un esem­pio straor­di­na­rio, col suo sti­pen­dio da mac­chi­ni­sta del­le fer­ro­vie ha por­ta­to cin­que figli fino agli stu­di uni­ver­si­ta­ri. Ma da bam­bi­no a Saler­no sono cre­sciu­to per stra­da: c’era una for­te dina­mi­ca di ban­de che si affron­ta­va­no nel­le vie, avrei potu­to pre­ci­pi­ta­re anch’io chis­sà dove, le occa­sio­ni nega­ti­ve c’erano. E così, da ragaz­zo, mol­te per­so­ne che ho cono­sciu­to, maga­ri per emu­la­zio­ne, sono fini­te nel­la lot­ta arma­ta e han­no ammaz­za­to. Per que­sto pen­so che cer­ti mon­di vada­no con­ta­gia­ti posi­ti­va­men­te: e toc­ca a noi. Mai rin­chiu­der­li in un ghet­to, così si per­pe­tua tutto.

Il film è sta­to pre­sen­ta­to in ante­pri­ma pro­prio nel car­ce­re di Pog­gio­rea­le a Napo­li, duran­te cui i ragaz­zi han­no rice­vu­to un mes­sag­gio diret­ta­men­te dal pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Ser­gio Mat­ta­rel­la, che ha sot­to­li­nea­to l’importanza di con­si­de­ra­re il car­ce­re come un luo­go dove non deve esse­re nega­ta la spe­ran­za, per­met­ten­do ai dete­nu­ti di esse­re ricon­si­de­ra­ti una vol­ta usci­ti di gale­ra, da una socie­tà che si ritro­va ad esse­re spes­so impau­ri­ta e poco tol­le­ran­te nei con­fron­ti di quest’ultimi.

Pochi giorni fa però, si è aperto uno spiraglio di speranza.

Il 17 otto­bre scor­so, infat­ti, è sta­ta inau­gu­ra­ta una sede uni­ver­si­ta­ria del­la facol­tà di medi­ci­na a Scam­pia, quar­tie­re peri­fe­ria del nord di Napo­li e tea­tro per anni di guer­re di camorra. 

Quel­lo dell’apertura di un polo uni­ver­si­ta­rio è un for­te segna­le: l’edu­ca­zio­ne in pri­mis e l’attenzione nei riguar­di dei luo­ghi degra­dan­ti secon­da­ria­men­te, potreb­be­ro esse­re dei pri­mi pic­co­li pas­si ver­so una ricon­si­de­ra­zio­ne di tut­ti quei ragaz­zi gio­va­nis­si­mi che pren­den­do con­sa­pe­vo­lez­za di nuo­ve pos­si­bi­li­tà, potreb­be­ro sce­glie­re altre stra­de oltre a quel­la del­la cri­mi­na­li­tà, che fino ad ora in mol­ti quar­tie­ri par­te­no­pei, è sta­ta l’unica alter­na­ti­va contemplata.

Con­di­vi­di:
Maria Pia Loiacono
Stu­den­tes­sa di beni cul­tu­ra­li, scri­vo con lo sco­po di impa­ra­re più cose del mon­do che mi cir­con­da, cer­can­do di far­mi e far­vi incuriosire.

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