Del: 31 Dicembre 2022 Di: Giulia Riva Commenti: 0
Afghanistan e Yemen. Le guerre dimenticate

Secondo il Rapporto 2021-2022 sui diritti umani nel mondo, pubblicato da Amnesty International nel marzo 2022, non solo la prospettata «equa ripresa» dalla pandemia da COVID-19 si è rivelata una falsa promessa da parte degli Stati che anzi, agendo in linea con i colossi aziendali, non hanno fatto altro che assecondare l’approfondirsi della disuguaglianza globale; ma, oltre a ciò, nuovi e vecchi conflitti hanno flagellato territori e popolazioni, sotto gli occhi quasi del tutto indifferenti delle élite mondiali. 

Particolarmente interessati dalle violenze Burkina Faso ed Etiopia (ben noti ma poco discussi i massacri nella regione del Tigray), Libia, Myanmar (dove la repressione prosegue fin dal colpo di Stato del 1 febbraio 2021), Israele e territori palestinesi occupati (ne abbiamo parlato di recente qui). 

Ultimi ma non meno importanti Afghanistan e Yemen, due realtà ormai quasi scomparse dal palcoscenico mediatico e destinate a riemergere nei rari momenti in cui un episodio più grave degli altri muova a compassione un’opinione pubblica assediata da problemi «più prossimi».

Proprio la «paralisi» del Consiglio di sicurezza dell’ONU, continua il suddetto Rapporto, di fronte al moltiplicarsi delle crudeltà e delle devastazioni, la mancata azione nonostante le violazioni dei diritti umani ed i crimini di guerra, avrebbero convinto Mosca e soprattutto il Presidente Vladimir Putin di poter aggredire il territorio ucraino senza temere eccessive ritorsioni da parte degli organismi sovranazionali.

Sarebbe dunque necessario aprire gli occhi, guardare a tutte le guerre nel mondo, opporvisi con la stessa indignazione e fermezza, per garantire una pace autentica e duratura, all’insegna di una reale uguaglianza globale troppo spesso ipocritamente invocata

Così come la guerra in Ucraina, anche la guerra nello Yemen ha radici ben più profonde di quello che ricordiamo: dopo la rivolta del 2011, durante le primavere arabe, contro l’allora Presidente Ali Abdullah Saleh, e l’ascesa al potere del suo vice Abdrabbuh Mansour Hadi, il Paese non ha più avuto tregua. 

Il Presidente Hadi ha infatti dovuto affrontare dapprima gli attacchi dei militari fedeli a Saleh, poi l’aggressione nel 2014 del movimento ribelle sciita degli Houthi, che l’hanno costretto alla fuga, occupando la provincia settentrionale di Saada e conquistando la capitale Sanaa. 

Ad aggravare la situazione è stato quindi l’intervento, nel marzo 2015, dell’Arabia Saudita, insieme a Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto, Marocco, Senegal e Sudan, allo scopo dichiarato di respingere gli Houthi e riportare al potere Hadi. Gli attacchi aerei non hanno però fatto altro che colpire una popolazione civile già afflitta dalle crisi alimentare ed economica, ulteriormente aggravate dalle difficili condizioni sanitarie cui si è aggiunta la pandemia da COVID-19.

Secondo quanto riportato recentemente dall’UNICEF, almeno 11 mila bambini sono rimasti uccisi o mutilati in 8 anni di guerra e crisi umanitaria dimenticate e altri 4 mila sono stati arruolati come soldati. 2,2 milioni sarebbero inoltre gravemente malnutriti e a rischio di epidemie di colera, morbillo e altre malattie superate in occidente grazie alla diffusione dei vaccini. 

Troppo in fretta ci siamo scordati anche del dramma della fuga e della morte del popolo afghano, in seguito al ritiro dal territorio dell’esercito statunitense, completato il 31 agosto 2021 e difeso all’epoca dal Presidente Joe Biden. L’obiettivo, come affermò, non era infatti quello di occuparsi di una «nation building» ma semplicemente «impedire altri attacchi terroristici sul territorio statunitense».

L’intervento statunitense in Afghanistan fu infatti deciso il 7 ottobre 2001 dall’allora Presidente Bush, con l’appoggio degli alleati della NATO: la volontà era quella di rovesciare il regime talebano, al potere dal 1996, in quanto esso avrebbe concesso appoggio e protezione ai terroristi di al Qaida, responsabili degli attentati del 11 settembre contro il World Trade Center e il Pentagono.

Non erano dunque tra gli interessi e gli obiettivi degli Stati Uniti, autoproclamati paladini della civiltà, il benessere e la liberazione della popolazione afghana dalle crudeltà del regime e della rigida legge della Sharia: tanto quanto non lo sono oggi. Giungono così come fatti lontani, di cui dispiacersi un po’ ma senza la possibilità concreta di opporvisi, gli ulteriori giri di vite impressi ai diritti in Afghanistan, soprattutto quelli delle donne, nonostante all’indomani della riconquista di Kabul i talebani avessero promesso un più mite governo rispetto alla brutalità del quinquennio 1996-2001. 

Martedì 20 dicembre l’Emirato islamico ha dunque vietato alle donne l’accesso all’educazione universitaria, con un «ordine di sospensione» dall’effetto immediato: la comunicazione è pervenuta al governo ed agli atenei attraverso una lettera del ministero dell’Istruzione superiore, firmata da Neda Mohammad Nadim, ministro da appena due mesi. La frequentazione femminile delle università era peraltro già stata precedentemente limitata ad alcuni corsi riservati (escluse ad esempio le facoltà di economia e ingegneria) e tenuti da docenti donne o da uomini anziani. 

Inoltre secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, in una riunione tenutasi a Kabul si sarebbe deciso di vietare alle bambine anche la frequentazione delle scuole elementari (oggi la loro istruzione può proseguire solo fino ai 12 anni) nonché di escludere la popolazione femminile dall’insegnamento.

Tali indiscrezioni non risultano ancora confermate. D’altro canto sabato 24 dicembre il regime talebano ha inoltre annunciato che alle donne afghane non sarà più consentito lavorare per le Organizzazioni non governative (ONG), locali così come internazionali.

La causa, riportata in una circolare del ministero dell’Economia, sarebbero le «gravi lamentele» sollevate rispetto al fatto che il personale femminile di tali organizzazioni non indosserebbe correttamente il velo islamico. Le ONG erano uno dei pochi settori lavorativi rimasti aperti alle donne; ora sarà loro revocata la licenza d’esercizio nel caso in cui rifiutassero di attenersi al decreto, non licenziando le donne che fino al giorno prima lavoravano per loro. Non è ancora chiaro se le agenzie umanitarie dell’ONU siano da considerarsi incluse in tale provvedimento né se il divieto si estenderà anche alle donne non afghane attive sul territorio. 

In ogni caso si tratta di un grosso danno per le ONG che potrebbero decidere di ritirarsi dal Paese, in un atto di protesta contro la discriminazione di genere ma anche e soprattutto per la difficoltà di raggiungere gran parte delle persone bisognose con un personale notevolmente ridimensionato (e per di più interamente maschile, dunque impossibilitato ad interagire con donne sole). 

La popolazione afghana non è rimasta silente di fronte a tali violazioni del diritto e all’evidente riapprossimarsi di un passato mostruoso: come riferito dalla BBC, nella giornata di mercoledì 21 dicembre si sono tenute alcune proteste nella capitale Kabul contro l’esclusione delle ragazze dall’università, rapidamente soffocate dai talebani. La tv locale Tolo News ha inoltre reso pubblico il boicottaggio attuato dagli studenti universitari maschi, che si sono rifiutati di recarsi in aula finché le proprie compagne non saranno reintegrate nei corsi. 

Sembra tuttavia molto difficile che gli atti di coraggio di un popolo che non intende arrendersi di fronte alla negazione di un futuro degno possano bastare, se l’indifferenza e l’immobilismo sostanziale della comunità globale non lasceranno il posto ad un impegno concreto, che non si limiti a frasi convenzionali e vuote dichiarazioni di solidarietà.

Giulia Riva
Studentessa presso la triennale di storia, amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura, le menti creative e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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