Afghanistan e Yemen. Le guerre dimenticate

Afghanistan e Yemen. Le guerre dimenticate

Secon­do il Rap­por­to 2021–2022 sui dirit­ti uma­ni nel mon­do, pub­bli­ca­to da Amne­sty Inter­na­tio­nal nel mar­zo 2022, non solo la pro­spet­ta­ta «equa ripre­sa» dal­la pan­de­mia da COVID-19 si è rive­la­ta una fal­sa pro­mes­sa da par­te degli Sta­ti che anzi, agen­do in linea con i colos­si azien­da­li, non han­no fat­to altro che asse­con­da­re l’approfondirsi del­la disu­gua­glian­za glo­ba­le; ma, oltre a ciò, nuo­vi e vec­chi con­flit­ti han­no fla­gel­la­to ter­ri­to­ri e popo­la­zio­ni, sot­to gli occhi qua­si del tut­to indif­fe­ren­ti del­le éli­te mondiali. 

Par­ti­co­lar­men­te inte­res­sa­ti dal­le vio­len­ze Bur­ki­na Faso ed Etio­pia (ben noti ma poco discus­si i mas­sa­cri nel­la regio­ne del Tigray), Libia, Myan­mar (dove la repres­sio­ne pro­se­gue fin dal col­po di Sta­to del 1 feb­bra­io 2021), Israe­le e ter­ri­to­ri pale­sti­ne­si occu­pa­ti (ne abbia­mo par­la­to di recen­te qui). 

Ultimi ma non meno importanti Afghanistan e Yemen, due realtà ormai quasi scomparse dal palcoscenico mediatico e destinate a riemergere nei rari momenti in cui un episodio più grave degli altri muova a compassione un’opinione pubblica assediata da problemi «più prossimi».

Pro­prio la «para­li­si» del Con­si­glio di sicu­rez­za dell’ONU, con­ti­nua il sud­det­to Rap­por­to, di fron­te al mol­ti­pli­car­si del­le cru­del­tà e del­le deva­sta­zio­ni, la man­ca­ta azio­ne nono­stan­te le vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni ed i cri­mi­ni di guer­ra, avreb­be­ro con­vin­to Mosca e soprat­tut­to il Pre­si­den­te Vla­di­mir Putin di poter aggre­di­re il ter­ri­to­rio ucrai­no sen­za teme­re ecces­si­ve ritor­sio­ni da par­te degli orga­ni­smi sovranazionali.

Sareb­be dun­que neces­sa­rio apri­re gli occhi, guar­da­re a tut­te le guer­re nel mon­do, oppor­vi­si con la stes­sa indi­gna­zio­ne e fer­mez­za, per garan­ti­re una pace auten­ti­ca e dura­tu­ra, all’insegna di una rea­le ugua­glian­za glo­ba­le trop­po spes­so ipo­cri­ta­men­te invo­ca­ta

Così come la guer­ra in Ucrai­na, anche la guer­ra nel­lo Yemen ha radi­ci ben più pro­fon­de di quel­lo che ricor­dia­mo: dopo la rivol­ta del 2011, duran­te le pri­ma­ve­re ara­be, con­tro l’allora Pre­si­den­te Ali Abdul­lah Saleh, e l’ascesa al pote­re del suo vice Abdrab­buh Man­sour Hadi, il Pae­se non ha più avu­to tregua. 

Il Presidente Hadi ha infatti dovuto affrontare dapprima gli attacchi dei militari fedeli a Saleh, poi l’aggressione nel 2014 del movimento ribelle sciita degli Houthi, che l’hanno costretto alla fuga, occupando la provincia settentrionale di Saada e conquistando la capitale Sanaa. 

Ad aggra­va­re la situa­zio­ne è sta­to quin­di l’intervento, nel mar­zo 2015, dell’Ara­bia Sau­di­ta, insie­me a Kuwait, Qatar, Bah­rein, Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti, Gior­da­nia, Egit­to, Maroc­co, Sene­gal e Sudan, allo sco­po dichia­ra­to di respin­ge­re gli Hou­thi e ripor­ta­re al pote­re Hadi. Gli attac­chi aerei non han­no però fat­to altro che col­pi­re una popo­la­zio­ne civi­le già afflit­ta dal­le cri­si ali­men­ta­re ed eco­no­mi­ca, ulte­rior­men­te aggra­va­te dal­le dif­fi­ci­li con­di­zio­ni sani­ta­rie cui si è aggiun­ta la pan­de­mia da COVID-19.

Secon­do quan­to ripor­ta­to recen­te­men­te dall’UNICEF, alme­no 11 mila bam­bi­ni sono rima­sti ucci­si o muti­la­ti in 8 anni di guer­ra e cri­si uma­ni­ta­ria dimen­ti­ca­te e altri 4 mila sono sta­ti arruo­la­ti come sol­da­ti. 2,2 milio­ni sareb­be­ro inol­tre gra­ve­men­te mal­nu­tri­ti e a rischio di epi­de­mie di cole­ra, mor­bil­lo e altre malat­tie supe­ra­te in occi­den­te gra­zie alla dif­fu­sio­ne dei vaccini. 

Trop­po in fret­ta ci sia­mo scor­da­ti anche del dram­ma del­la fuga e del­la mor­te del popo­lo afgha­no, in segui­to al riti­ro dal ter­ri­to­rio dell’esercito sta­tu­ni­ten­se, com­ple­ta­to il 31 ago­sto 2021 e dife­so all’epoca dal Pre­si­den­te Joe Biden. L’obiettivo, come affer­mò, non era infat­ti quel­lo di occu­par­si di una «nation buil­ding» ma sem­pli­ce­men­te «impe­di­re altri attac­chi ter­ro­ri­sti­ci sul ter­ri­to­rio statunitense».

L’intervento statunitense in Afghanistan fu infatti deciso il 7 ottobre 2001 dall’allora Presidente Bush, con l’appoggio degli alleati della NATO: la volontà era quella di rovesciare il regime talebano, al potere dal 1996, in quanto esso avrebbe concesso appoggio e protezione ai terroristi di al Qaida, responsabili degli attentati del 11 settembre contro il World Trade Center e il Pentagono.

Non era­no dun­que tra gli inte­res­si e gli obiet­ti­vi degli Sta­ti Uni­ti, auto­pro­cla­ma­ti pala­di­ni del­la civil­tà, il benes­se­re e la libe­ra­zio­ne del­la popo­la­zio­ne afgha­na dal­le cru­del­tà del regi­me e del­la rigi­da leg­ge del­la Sha­ria: tan­to quan­to non lo sono oggi. Giun­go­no così come fat­ti lon­ta­ni, di cui dispia­cer­si un po’ ma sen­za la pos­si­bi­li­tà con­cre­ta di oppor­vi­si, gli ulte­rio­ri giri di vite impres­si ai dirit­ti in Afgha­ni­stan, soprat­tut­to quel­li del­le don­ne, nono­stan­te all’indomani del­la ricon­qui­sta di Kabul i tale­ba­ni aves­se­ro pro­mes­so un più mite gover­no rispet­to alla bru­ta­li­tà del quin­quen­nio 1996–2001. 

Mar­te­dì 20 dicem­bre l’Emirato isla­mi­co ha dun­que vie­ta­to alle don­ne l’accesso all’educazione uni­ver­si­ta­ria, con un «ordi­ne di sospen­sio­ne» dall’effetto imme­dia­to: la comu­ni­ca­zio­ne è per­ve­nu­ta al gover­no ed agli ate­nei attra­ver­so una let­te­ra del mini­ste­ro dell’Istruzione supe­rio­re, fir­ma­ta da Neda Moham­mad Nadim, mini­stro da appe­na due mesi. La fre­quen­ta­zio­ne fem­mi­ni­le del­le uni­ver­si­tà era peral­tro già sta­ta pre­ce­den­te­men­te limi­ta­ta ad alcu­ni cor­si riser­va­ti (esclu­se ad esem­pio le facol­tà di eco­no­mia e inge­gne­ria) e tenu­ti da docen­ti don­ne o da uomi­ni anziani. 

Inoltre secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, in una riunione tenutasi a Kabul si sarebbe deciso di vietare alle bambine anche la frequentazione delle scuole elementari (oggi la loro istruzione può proseguire solo fino ai 12 anni) nonché di escludere la popolazione femminile dall’insegnamento.

Tali indi­scre­zio­ni non risul­ta­no anco­ra con­fer­ma­te. D’altro can­to saba­to 24 dicem­bre il regi­me tale­ba­no ha inol­tre annun­cia­to che alle don­ne afgha­ne non sarà più con­sen­ti­to lavo­ra­re per le Orga­niz­za­zio­ni non gover­na­ti­ve (ONG), loca­li così come internazionali.

La cau­sa, ripor­ta­ta in una cir­co­la­re del mini­ste­ro dell’Economia, sareb­be­ro le «gra­vi lamen­te­le» sol­le­va­te rispet­to al fat­to che il per­so­na­le fem­mi­ni­le di tali orga­niz­za­zio­ni non indos­se­reb­be cor­ret­ta­men­te il velo isla­mi­co. Le ONG era­no uno dei pochi set­to­ri lavo­ra­ti­vi rima­sti aper­ti alle don­ne; ora sarà loro revo­ca­ta la licen­za d’esercizio nel caso in cui rifiu­tas­se­ro di atte­ner­si al decre­to, non licen­zian­do le don­ne che fino al gior­no pri­ma lavo­ra­va­no per loro. Non è anco­ra chia­ro se le agen­zie uma­ni­ta­rie dell’ONU sia­no da con­si­de­rar­si inclu­se in tale prov­ve­di­men­to né se il divie­to si esten­de­rà anche alle don­ne non afgha­ne atti­ve sul territorio. 

In ogni caso si tratta di un grosso danno per le ONG che potrebbero decidere di ritirarsi dal Paese, in un atto di protesta contro la discriminazione di genere ma anche e soprattutto per la difficoltà di raggiungere gran parte delle persone bisognose con un personale notevolmente ridimensionato (e per di più interamente maschile, dunque impossibilitato ad interagire con donne sole). 

La popo­la­zio­ne afgha­na non è rima­sta silen­te di fron­te a tali vio­la­zio­ni del dirit­to e all’evidente riap­pros­si­mar­si di un pas­sa­to mostruo­so: come rife­ri­to dal­la BBC, nel­la gior­na­ta di mer­co­le­dì 21 dicem­bre si sono tenu­te alcu­ne pro­te­ste nel­la capi­ta­le Kabul con­tro l’esclusione del­le ragaz­ze dall’università, rapi­da­men­te sof­fo­ca­te dai tale­ba­ni. La tv loca­le Tolo News ha inol­tre reso pub­bli­co il boi­cot­tag­gio attua­to dagli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri maschi, che si sono rifiu­ta­ti di recar­si in aula fin­ché le pro­prie com­pa­gne non saran­no rein­te­gra­te nei corsi. 

Sem­bra tut­ta­via mol­to dif­fi­ci­le che gli atti di corag­gio di un popo­lo che non inten­de arren­der­si di fron­te alla nega­zio­ne di un futu­ro degno pos­sa­no basta­re, se l’indifferenza e l’immobilismo sostan­zia­le del­la comu­ni­tà glo­ba­le non lasce­ran­no il posto ad un impe­gno con­cre­to, che non si limi­ti a fra­si con­ven­zio­na­li e vuo­te dichia­ra­zio­ni di solidarietà.

Con­di­vi­di:
Giulia Riva
Lau­rea­ta in Sto­ria, sto pro­se­guen­do i miei stu­di in Scien­ze Poli­ti­che, per­ché amo tro­va­re nel pas­sa­to le radi­ci di oggi. Mi appas­sio­na­no la poli­ti­ca e l’attualità, la buo­na let­te­ra­tu­ra e ogni sto­ria che val­ga la pena di esse­re rac­con­ta­ta. Scri­ve­re per pro­fes­sio­ne è il mio sogno nel cassetto.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.