I 10 film più “vulcanici” del 2022

I 10 film più "vulcanici" dell'anno

Anche questo lungo 2022 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista dei 10 film più “vulcanici” di quest’anno.

A cura di Luca Pacchiarini


Il 2022 è ini­zia­to e già pas­sa­to, le aspet­ta­ti­ve era­no mol­te per il pri­mo anno sen­za restri­zio­ni da ini­zio pan­de­mia, l’auspicio era che la cri­si del­le sale cine­ma­to­gra­fi­che si alle­vias­se. Sfor­tu­na­ta­men­te que­sto non è avve­nu­to come si spe­ra­va e, in par­ti­co­la­re in Ita­lia, le sale accu­sa­no una caren­za di spet­ta­to­ri e una ripre­sa len­ta, soprat­tut­to se para­go­na­ta a dati del 2019. 

Molti si chiedono il motivo di questa crisi: 

c’è chi accu­sa le piat­ta­for­me, chi denun­cia una cer­ta pigri­zia e disa­bi­tu­di­ne nel pub­bli­co e chi evi­den­zia un pro­ble­ma cul­tu­ra­le gene­ra­le e com­ples­so che sfo­cia nel­la scar­sa voglia di cine­ma in sala. Le piat­ta­for­me inve­ce cre­sco­no ed aumen­ta­no (quest’anno se ne sono aggiun­te due nuo­ve: Disco­ve­ry+ e Para­mount+), in Ita­lia c’è un incre­men­to del loro uti­liz­zo, con Net­flix che rima­ne il sito di strea­ming più usa­to nel mon­do, anche se la piat­ta­for­ma più in cre­sci­ta è Disney Plus.

In testa per incas­si al box offi­ce riman­go­no i bloc­k­bu­ster ame­ri­ca­ni, con Minions 2, Doc­tor Stran­ge in the Mul­ti­ver­se of Mad­ness, Top Gun: Mave­rick e Ava­tar: the Way of Water che rag­giun­go­no le cifre più alte dell’anno; il cine­ma ita­lia­no non eccel­le al bot­te­ghi­no, La Stra­nez­za è per ora il tito­lo con l’incasso mag­gio­re Il cine­ma ita­lia­no è in vita e pro­du­ce ma con varie ombre che mol­ti accu­sa­no.

Par­lan­do di usci­te si può dire che sia sta­to un anno ric­co, la mag­gior par­te con­cen­tra­te nel­la secon­da metà dell’anno, alcu­ni gran­di auto­ri non han­no delu­so le aspet­ta­ti­ve (ad esem­pio Spiel­berg e Came­ron), il cine­ma indi­pen­den­te e d’essai ha sapu­to dare, come sem­pre, mera­vi­glio­se ope­re come l’interessante Il Cri­sto in Gola di Anto­nio Rez­za, l’esordio alla regia di Jasmi­ne Trin­ca nel sognan­te Mar­cel! ed il com­muo­ven­te Il Cor­set­to dell’Imperatrice di Marie Kreutzer.

Fat­te que­ste pre­mes­se, vedia­mo qua­li film usci­ti nel 2022 sono sta­ti sele­zio­na­ti dal­la reda­zio­ne di Vul­ca­no. Buo­na visione!

DISCLAIMER: que­sta lista non è una clas­si­fi­ca e l’ordine è quin­di casuale


Love Life (Koji Fukada)

Pas­sa­to un po’ in sor­di­na, que­sta mera­vi­glio­sa pel­li­co­la giap­po­ne­se può risul­ta­re stra­nian­te, met­ten­do invo­lon­ta­ria­men­te in luce le dif­fe­ren­ze nel­la gestio­ne del dolo­re, in cul­tu­re diver­se. Il film rac­con­ta di Tae­ko, don­na feli­ce­men­te spo­sa­ta con Jiro e madre di Kei­ta, bam­bi­no avu­to in una pre­ce­den­te rela­zio­ne. Un dram­ma­ti­co dolo­re rom­pe­rà irre­ver­si­bil­men­te que­sto nucleo fami­glia­re, por­tan­do al ritor­no improv­vi­so di Park, padre bio­lo­gi­co del bam­bi­no, spa­ri­to da anni e che ora vive da sen­za­tet­to. Tae­ko cer­che­rà di supe­ra­re il dolo­re e aiu­ta­re l’ex com­pa­gno, con­fron­tan­do­si con una silen­zio­sa sof­fe­ren­za con­ti­nua. Pro­prio la quie­te nel tor­men­to è una del­le cifre sti­li­sti­che di un’opera mol­to inte­res­san­te, che fa del­la fred­dez­za sti­li­sti­ca una scel­ta regi­sti­ca pro­pe­deu­ti­ca ad una fru­stra­zio­ne immen­sa, ad un’afflizione inte­rio­re che si fati­ca a gestire

In Love Life tut­to que­sto è in per­fet­ta anti­te­si con una puli­ta illu­mi­na­zio­ne, acce­sa ma non viva, qua­si a iso­la­re anco­ra di più il dolo­re dei pro­ta­go­ni­sti, anco­ra più fred­da­men­te trat­ta­ti, come se smor­zas­se un urlo che si fati­ca a far usci­re. Il melo­dram­ma rac­con­ta­to non com­ba­cia con le scel­te appor­ta­te per rac­con­tar­lo, sem­bra che l’accaduto non sia così gra­ve, per­ché non vie­ne cari­ca­to di dram­ma­ti­ci­tà, ben­sì pre­sen­ta­to come un fat­to inci­den­ta­le, que­sta corag­gio­sa scel­ta di Koji Fuka­da può far stor­ce­re il naso, ma per­met­te di con­fron­tar­si con la quo­ti­dia­ni­tà, con la sen­sa­zio­ne di alie­na­zio­ne e avvi­ci­na­men­to a ciò che vie­ne mostra­to, si com­pren­de ciò che acca­de ma non lo si sente.

Tale tec­ni­ca por­ta ad una mag­gio­re dif­fi­col­tà nel gesti­re ciò che acca­de, allo­ra anco­ra più incom­pren­si­bi­le pare la tra­ge­dia. In tut­to ciò Tae­ko è tra due uomi­ni, uno che ama con affet­to e sen­ti­men­to, l’altro a cui non rie­sce a non voler bene, aman­do­lo con tene­rez­za e pre­mu­ra. Un dram­ma ati­pi­co quin­di, adul­to e che stu­pi­sce ma può non con­vin­ce­re, can­di­da­to al Leo­ne D’oro a Vene­zia nel 2022.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Gli Orsi Non Esistono (Jafar Panahi)

Nell’anno del­la mor­te di Masha Ami­ni e del­le pro­te­ste in Iran, è impos­si­bi­le non sof­fer­mar­si su Gli orsi non esi­sto­no, ulti­ma fati­ca di Jafar Pana­hi, regi­sta sim­bo­lo del­la new wave ira­nia­na e dis­si­den­te del regi­me degli aya­tol­lah. Il con­fi­ne tra film e repor­ta­ge si fa sot­ti­le nell’opera del regi­sta che, rifu­gia­to in un vil­lag­gio al con­fi­ne con la Tur­chia, docu­men­ta al con­tem­po le vicen­de di due inna­mo­ra­ti in fuga da Tehe­ran e di una rela­zio­ne segre­ta nel vil­lag­gio in cui si nasconde.

Pur dispo­nen­do esclu­si­va­men­te di una cine­pre­sa ed un pc, attrez­za­tu­re sicu­ra­men­te lon­ta­ne rispet­to a quel­le del­le gran­di pro­du­zio­ni, il regi­sta rie­sce a cat­tu­ra­re la real­tà che lo cir­con­da nel­la sua essen­zia­li­tà, nar­ran­do nul­la di più rispet­to alle sto­rie effet­ti­ve di chi incro­cia nel suo per­cor­so. Dal­le due sto­rie degli amo­ri proi­bi­ti e nasco­sti emer­ge un chia­ro paral­le­li­smo, in cui il biso­gno di vive­re in liber­tà i pro­pri sen­ti­men­ti e le pro­prie rela­zio­ni si scon­tra ine­vi­ta­bil­men­te con le rigi­de costri­zio­ni mora­li vigen­ti nel­la socie­tà iraniana.

Il risul­ta­to è una pel­li­co­la avvin­cen­te, a trat­ti cru­da ed estre­ma­men­te sin­ce­ra, che, come le altre ope­re del regi­sta ira­nia­no, non si fa scru­po­li nel rac­con­ta­re la vita di un Pae­se com­ples­so, andan­do­ne a svi­sce­ra­re le dina­mi­che socia­li e, tal­vol­ta, andan­do a met­te­re il col­tel­lo nel­la pia­ga del­le sue con­trad­di­zio­ni. L’approccio visce­ral­men­te rea­li­sta dell’autore si tra­du­ce in un’opera sco­mo­da, in cui lo spet­ta­to­re si sen­te immer­so e pro­va un pro­fon­do sen­so di disa­gio e ten­sio­ne man mano che i pro­ta­go­ni­sti, Pana­hi com­pre­so, si tro­va­no ad affron­ta­re una serie di dif­fi­col­tà e a dover pren­de­re del­le deci­sio­ni che, spes­so e volen­tie­ri, potreb­be­ro por­ta­re a tra­gi­che con­se­guen­ze. Sia­mo sicu­ri del fat­to che la pena di 6 anni di reclu­sio­ne inflit­ta a Pana­hi per il rea­to di pro­pa­gan­da con­tro il regi­me non sof­fo­che­rà il suo amo­re per il cine­ma, e ci augu­ria­mo di vede­re al più pre­sto altre sue ope­re nel­le sale.

Recen­sio­ne di Miche­le Baboni.


Avatar: La Via dell’Acqua (James Cameron)

Riman­da­to con­ti­nua­men­te per innu­me­re­vo­li moti­vi, tra cui la gran­dez­za del pro­get­to del regi­sta cana­de­se, il secon­do capi­to­lo del­la saga arri­va 13 anni dopo il pri­mo, ripor­tan­do il pub­bli­co alla bel­lez­za del­la luna Pan­do­ra. La giun­gla si fa da par­te per una nuo­va ambien­ta­zio­ne, pro­ta­go­ni­sta dell’opera: il mare. Gira­to mol­tis­si­mo sott’acqua in motion cap­tu­re, lo stu­po­re che lascia allo spet­ta­to­re in sala, e solo in sala, è gran­dis­si­mo: la mera­vi­glia di un mon­do vivo, gran­de, para­di­sia­co è for­te. Cer­to la tra­ma è scon­ta­ta e vi sono varie solu­zio­ni dram­ma­tur­gi­che ripe­ti­ti­ve, ma poco impor­ta in un’opera che pun­ta ad altro. Un gusto­so effet­to spac­ca mascel­la che da mol­to non si vede in sala. Il rac­con­to è ora del­la fami­glia Sul­ly, costret­ta dal ritor­no del­la guer­ra con­tro gli uma­ni a emi­gra­re ver­so un clan del mare, ma la guer­ra li segue.

È un film che meri­ta, che neces­si­ta, che deve esse­re frui­to in sala e, per ave­re un’esperienza anco­ra più immer­si­va, in 3D. Que­sta tec­no­lo­gia, rite­nu­ta mor­ta da mol­ti, vive con il gran­de scher­mo e con un impian­to audio di livel­lo ele­va­to, cat­tu­ra lo spet­ta­to­re per ben 3 ore che vola­no flui­da­men­te. Non un’opera per­fet­ta cer­to, nume­ro­se sono le cri­ti­che pos­si­bi­le che por­ta­no a non stu­pi­re quan­to il pri­mo capi­to­lo, ad esem­pio man­ca la bio­di­ver­si­tà ani­ma­le e vege­ta­le, o un qual­co­sa come le mon­ta­gne volan­ti dei Mon­ti Alleluia.

Il world buil­ding del pri­mo capi­to­lo ave­va del­le idee che stu­pi­va­no di più, un po’ per­ché essen­do il pri­mo capi­to­lo era tut­to nuo­vo, un po’ per­ché alcu­ni ele­men­ti qui non sono pre­sen­ti (la fau­na e la flo­ra mari­na tut­to som­ma­to non risul­ta­no così stra­va­gan­ti rispet­to a quel­la degli ocea­ni ter­re­stri). Ad ogni modo, il film sba­lor­di­sce e ricor­da che il cine­ma è anche tec­ni­ca e musco­li e la tec­ni­ca stes­sa rap­pre­sen­ta un tema. Came­ron lo sa e spe­ri­men­ta con que­sto, come un’avanguardia di mas­sa che fa par­la­re di tec­no­lo­gia, con i suoi col­la­bo­ra­to­ri crea nuo­ve inven­zio­ni come una motion cap­tu­re che pos­sa anda­re in acqua, il gira­re ad un fra­me rate più alto, un nuo­vo modo di pen­sa­re il 3D che sfrut­ta lo spa­zio medio.

Un bloc­k­bu­ster che ricor­da cosa un gran­de scher­mo può dare, un pro­get­to che ogni vol­ta toc­ca i limi­ti este­ti­ci del­la sua epo­ca e li supe­ra, come Roy Mena­ri­ni scri­ve nell’articolo Teo­ria del Bloc­k­bu­ster su Film Tv rivi­sta, facen­do avan­guar­dia nei mul­ti­plex con i popcorn.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Bones and All (Luca Guadagnino)

È sem­pre dif­fi­ci­le tro­va­re le paro­le ade­gua­te a descri­ve­re for­ti emo­zio­ni. Bones and All è un vero e pro­prio viag­gio intro­spet­ti­vo, dal qua­le si usci­rà con un baga­glio pie­no di pen­sie­ri e sen­sa­zio­ni diver­se, ma che ci avran­no inse­gna­to a osser­va­re il mon­do con una pro­spet­ti­va diversa.

La sto­ria di Maren (Tay­lor Rus­sell) e Lee (Timo­thée Cha­la­met) è tra­va­glia­ta, fit­ta di sof­fe­ren­ze. Entram­bi sono gio­va­ni can­ni­ba­li: Maren è sta­ta abban­do­na­ta da suo padre, ha una madre ma non sa nul­la di lei e Lee non ha più rap­por­ti con la fami­glia ad ecce­zio­ne di sua sorella. 

Insie­me riu­sci­ran­no a tro­va­re con­for­to e soste­gno e, per la pri­ma vol­ta in tut­ta la loro vita, si sen­ti­ran­no com­pre­si e ama­ti. La loro è una mera­vi­glio­sa sto­ria d’amore, puro e sin­ce­ro, tra due per­so­ne sole, emar­gi­na­te, alla costan­te ricer­ca del­la loro iden­ti­tà. Mai una vol­ta ci si sen­ti­rà in dirit­to di giu­di­ca­re ciò che fan­no, anzi si pro­ve­rà una gran­dis­si­ma com­pas­sio­ne per loro, vin­ti da que­sta para­dos­sa­le natu­ra, che pro­va­no in tut­ti i modi a com­bat­te­re per cer­ca­re di miglio­ra­re e non fare più del male. 

Il film offre un gran­de inse­gna­men­to a tut­ti noi: in un mon­do pron­to a giu­di­ca­re, emar­gi­na­re, far sen­ti­re diver­so, «for­se l’amore ti può sal­va­re». For­se è pro­prio que­sta la chia­ve di let­tu­ra da tener sem­pre bene a mente.

Recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala.


Rimini (Ulrich Seidl)

In una rivie­ra roma­gno­la neb­bio­sa e nevo­sa si esi­bi­sce Richie Bra­vo (Micheal Tho­mas), can­tan­te melo­di­co che vive del­la glo­ria di un suc­ces­so mol­to lon­ta­no, si esi­bi­sce per anzia­ne fan con cui, volen­te più che nolen­te, si pro­sti­tui­sce; vie­ne sor­pre­so dall’arrivo di una fami­glia abban­do­na­ta da pic­co­la che chie­de dei sol­di. Richie Bra­vo sa dei suoi erro­ri e deci­de di paga­re il debi­to con la figlia, pro­van­do a rime­dia­re come meglio riesce.

Un con­te­sto uma­no per un per­so­nag­gio mera­vi­glio­sa­men­te uma­no in un film sor­pren­den­te, che si pren­de i suoi tem­pi per rac­con­ta­re un cam­bia­men­to fat­to pian pia­no. Il pro­ta­go­ni­sta vive di una glo­ria pas­sa­ta che però sa esse­re fini­ta, non ci cre­de più se non come ricor­do nostal­gi­co, l’amore per il can­ta­re è rima­sto come un diver­ti­men­to affet­ti­vo, un gio­co tra il can­tan­te ed il pubblico. 

I per­so­nag­gi intor­no sono fram­men­ta­ti ma ci si affe­zio­na, in par­ti­co­la­re alle varie don­ne anzia­ne con cui Bra­vo si pro­sti­tui­sce, mera­vi­glio­so veder rac­con­ta­to la voglia ses­sua­le in que­gli indi­vi­dui che la socie­tà ritie­ne inu­ti­li, si sen­to­no desi­de­ra­te dopo e sof­fro­no come ado­le­scen­ti quan­do la sera­ta non va. Tut­to in una cit­tà arti­ca, offu­sca­ta, ma in qual­che modo bel­la nel suo esse­re brut­ta, in inter­ni pla­sti­co­si e tipi­ci del­la cul­tu­ra di mas­sa degli anni ’80. Rimi­ni è una del­le sor­pre­se dell’anno, raf­fi­na­to e umi­le con un cer­to gusto pop, com­muo­ve sen­za smie­la­re e con un pro­ta­go­ni­sta inter­pre­ta­to e scrit­to in modo magni­fi­co, vero, vivo e sfac­cet­ta­to, un uomo diven­ta­to geni­to­re in un’istante, geni­to­ria­li­tà che è chia­ve di tut­ta la pel­li­co­la.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro)

La sto­ria di Pinoc­chio è più che risa­pu­ta, chiun­que ne ha sen­ti­to par­la­re. La rivi­si­ta­zio­ne pro­po­sta però da Guil­ler­mo del Toro è ben lon­ta­na dall’essere il tipi­co film d’animazione Disney. 

La vicen­da è ambien­ta­ta in Ita­lia, duran­te il ven­ten­nio, e il vec­chio fale­gna­me Gep­pet­to ha per­so il figlio Car­lo a cau­sa dei bom­bar­da­men­ti. Cade così in un for­te sta­to di depres­sio­ne e di alco­li­smo. Una sera, com­ple­ta­men­te ubria­co, in pre­da alla rab­bia abbat­te un albe­ro e inta­glia un cioc­co di legno crean­do così un bam­bi­no che, una vol­ta ani­ma­to dal­lo Spi­ri­to del Bosco, diven­te­rà Pinoc­chio. Lui è però un burat­ti­no disob­be­dien­te, sfi­da le auto­ri­tà e vuo­le fare come gli pare. Pro­prio a cau­sa del suo com­por­ta­men­to vie­ne rite­nu­to un peri­co­lo dal Pode­stà, il capo fasci­sta del pae­se, e vie­ne mes­so di fron­te a una scel­ta: com­bat­te­re per la pro­pria patria, a fian­co dei fasci­sti, oppu­re esi­bir­si in tour­née con Con­te Vol­pe e la scim­mia Spazzatura. 

Le tipi­che tin­te cupe, oscu­re e fan­ta­sti­che che con­trad­di­stin­guo­no le pel­li­co­le di Del Toro emer­go­no anche nel­la tra­spo­si­zio­ne di que­sta fia­ba. Pinoc­chio fa qua­si pau­ra a veder­si, sfi­da la Mor­te, con­sa­pe­vo­le di ave­re la capa­ci­tà di risor­ge­re infi­ni­te vol­te. L’intera atmo­sfe­ra è sopraf­fat­ta dal­la pre­sen­za dei fasci­sti, che cau­sa­no ter­ro­re e mani­po­la­no i pen­sie­ri del­la gente. 

Nel suo per­cor­so di cre­sci­ta, Pinoc­chio, e con lui tan­ti altri per­so­nag­gi, da burat­ti­no egoi­sta giun­ge­rà a capi­re che for­se è meglio ave­re una sola vita, ma viver­la appie­no, cer­can­do di fare del bene. Nomi­na­to ai Gol­den Glo­bes, Pinoc­chio di Guil­ler­mo del Toro, è una pel­li­co­la desti­na­ta a lascia­re il segno, per la sua par­ti­co­la­re rilet­tu­ra del­la fia­ba e per lo splen­di­do mes­sag­gio che cer­ca di lanciare. 

Recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala.


Boiling Point (Philip Barantini)

Pre­sen­ta­to nel 2021 e usci­to in Ita­lia nel 2022, per que­sto meri­te­vo­le di sta­re in que­sta lista, una del­le pel­li­co­le miglio­ri dell’anno. Boi­ling Point è un film sul­la gestio­ne del caos, sul sob­bar­car­si trop­po sul­le spal­le per­ché non si può fare altri­men­ti: un uni­co pia­no sequen­za che incol­la alla nar­ra­zio­ne resti­tuen­do, coe­ren­te­men­te con la tra­ma, il tumul­to del lavo­ra­re in cuci­ne rinomate.

Si rac­con­ta di una sera­ta in uno stel­la­to risto­ran­te di Lon­dra ed il pro­ta­go­ni­sta, Andy Jones, capo chef, deve tene­re tut­to sot­to con­trol­lo. Con la sua bri­ga­ta, tra altri cuo­chi, la diret­tri­ce di sala, came­rie­ri e vari altri dovrà gesti­re una pes­si­ma cena di con­ti­nue dif­fi­col­tà: ani­mi tesi, trop­pe pre­no­ta­zio­ni, un impor­tan­te cuo­co ex col­le­ga di Andy che si por­ta una rino­ma­ta cri­ti­ca culi­na­ria, clien­ti arro­gan­ti e tan­to altro met­ten­do anco­ra più in ten­sio­ne ani­mi già tesissimi.

Un’incredibile uni­co pia­no sequen­za, scel­ta azzec­ca­tis­si­ma per resti­tui­re il caos del­la gestio­ne di un risto­ran­te, dai for­nel­li alle inte­ra­zio­ni tra i per­so­nag­gi. Que­sti sono mol­tis­si­mi, tra com­men­sa­li, cuo­chi e came­rie­ri in un film cora­le che deli­nea per­fet­ta­men­te gli ani­mi di ogni per­so­nag­gio, anche se ripre­so per pochi istan­ti, rega­lan­do un qua­dro ete­ro­ge­neo e chia­ro di rela­zio­ni, ami­ci­zie e dissapori.

Tut­to con una sce­neg­gia­tu­ra sen­za sba­va­tu­re che pun­ta ad un cli­max di su e giù con­ti­nui in cui gli alti diven­ta­no sem­pre più alti e i bas­si comin­cia­no a non esse­re abba­stan­za fino al Boi­ling Point, il pun­to di ebol­li­zio­ne in cui tut­to esplo­de. Uno straor­di­na­rio Ste­phen Gra­ham che ren­de vivo un capo cuo­co sfac­cet­ta­to, gar­ba­to ma che si cari­ca di trop­po peso, un uomo non for­te abba­stan­za quan­to vor­reb­be, un moto­re per­fet­to in una tra­ma che fun­zio­na sen­za sba­va­tu­re. Eccezionale. 

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Crimes Of The Future (David Cronenberg)

Il ritor­no di uno dei più gran­di cinea­sti e arti­sti di sem­pre nel ter­re­no da lui fon­da­to: il body hor­ror. Di cor­po e arte si trat­ta in quest’opera che tan­to ha fat­to par­la­re di sé, divi­den­do pub­bli­co e cri­ti­ca. In un futu­ro non meglio pre­ci­sa­to, l’essere uma­no non sen­te più dolo­re. Così mol­ti si rifu­gia­no nel­la chi­rur­gia, con­si­de­ra­ta da alcu­ni nuo­va for­ma d’arte o nuo­vo sesso. 

Saul Ten­ser e Capri­ce (Vig­go Mor­ten­sen e Léa Sei­doux) sono un duo arti­sti­co in cui il cor­po di lui crea dei tumo­ri che, in del­le per­for­man­ce pub­bli­che, lei aspor­ta con un mac­chi­na­rio appo­si­to. In un con­te­sto in cui l’essere uma­no sta cam­bian­do ed in cui un grup­po di rivol­to­si al pote­re è riu­sci­to a modi­fi­car­si fino a man­gia­re la pla­sti­ca. Esi­ste un ente sta­ta­le con il com­pi­to di regi­stra­re le nuo­ve varian­ze uma­ne ed una poli­zia che cer­ca di tener­le a bada. 

Un cri­me disto­pi­co, uni­co nel suo gene­re, che riflet­te sul ruo­lo dell’arte nell’essere uma­no, sul pia­ce­re di pro­dur­re arte e sul pia­ce­re in sé. Il tut­to attra­ver­so il cor­po, da sem­pre tema­ti­ca cen­tra­le del regi­sta e qui anco­ra ogget­to poli­ti­co, ma anche sog­get­to crea­to­re. Nume­ro­si pos­so­no esse­re gli spun­ti di rifles­sio­ne che que­sto è in gra­do di offri­re. Cer­to un pro­dot­to che può far stor­ce­re il naso a mol­ti e sicu­ra­men­te non il miglior Cro­nen­berg. Si può anche affer­ma­re che non sia nul­la di inno­va­ti­vo rispet­to ai temi trat­ta­ti dal regi­sta; tut­ta­via, è pos­si­bi­le osser­va­re una cer­ta ripre­sa, se non sum­ma, del­lo sti­le di un maestro.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Nope (Jordan Peele)

Un ranch che adde­stra caval­li per pro­du­zio­ni cine­ma­to­gra­fi­che è scos­so dall’arrivo di una impre­ci­sa­ta e peri­co­lo­sa entità. Il padre del pro­ta­go­ni­sta, OJ (Daniel Kaluuya), muo­re miste­rio­sa­men­te, per aiu­ta­re arri­va la sorel­la di OJ, Eme­rald (Keke Pal­mer). Loro con altri cer­che­ran­no di affron­ta­re, capi­re, osser­va­re e far vede­re l’essere che per­se­gui­ta tut­ta la zona. Il film si chie­de pro­prio se osser­va­re sia la stra­da giu­sta da per­cor­re­re. Sfrut­ta­re qual­co­sa per far vede­re, e così far­si vede­re, è un’i­dea che por­ta con­se­guen­ze anche nefa­ste, respon­sa­bi­li­tà che pos­so­no ritor­ces­si in modi inaspettati.

Jor­dan Pee­le fir­ma così la sua miglio­re pel­li­co­la, sor­pren­den­te nel­la sua capa­ci­tà di intrat­te­ne­re. Essa coin­vol­ge lo spet­ta­to­re in un cli­max ascen­den­te con­ti­nuo, con nume­ro­se rifles­sio­ni al suo inter­no che van­no in varie dire­zio­ni. Una di que­ste è pro­prio il cine­ma stes­so, inte­so come la cat­tu­ra di imma­gi­ni in movi­men­to di qual­sia­si for­ma. Inda­gan­do i suoi limi­ti, se quel­lo che cat­tu­ra non ven­ga ine­vi­ta­bil­men­te stor­pia­to, for­se bastar­diz­za­to. Que­sto in un’epoca in cui tut­ti voglio­no inqua­dra­re, ripren­de­re, cat­tu­ra­re. La regia puli­ta e chia­ra di Jor­dan Pee­le è accom­pa­gna­ta da una mes­sa in sce­na e una sce­no­gra­fia bril­lan­ti nel met­te­re quel poco che basta per stu­pi­re. Un hor­ror fan­ta­scien­ti­fi­co ati­pi­co nell’avere per­so­nag­gi così com­bat­ti­vi e proattivi.

Recen­sio­ne di Luca Pac­chia­ri­ni.


Men (Alex Garland)

Scrit­to e diret­to da Alex Gar­land, gran­de sce­neg­gia­to­re ma regi­sta non sem­pre con­vin­cen­te, Men non è affat­to un pro­dot­to per­fet­to. Tut­ta­via lasce­rà un segno inte­res­san­te ai suoi spet­ta­to­ri, sia per chi l’ha gra­di­to sia per chi l’ha rifiu­ta­to. Si nar­ra di Har­per Mar­lo­we che, dopo la mor­te dovu­ta ad un suicidio/incidente del mari­to, in segui­to ad una furio­sa liti­ga­ta, si pren­de un perio­do di vacan­za in vil­leg­gia­tu­ra nel­la riden­te cam­pa­gna britannica.

Il suo sog­gior­no ver­rà con­ti­nua­men­te inter­rot­to da uomi­ni, tut­ti con la stes­sa fac­cia, che mal­trat­ta­no la ragaz­za. A comin­cia­re da uno stra­no indi­vi­duo nudo par­ti­co­lar­men­te lega­to alla natura.

L’angoscia è ciò che si pro­va guar­dan­do que­sto film. Timo­re, in uni­ver­so sur­rea­le in cui la pro­ta­go­ni­sta è inse­ri­ta, tra bel­lis­si­ma vege­ta­zio­ne inqua­dra­ta con vir­tuo­si­smo e momen­ti oni­ri­ci dolo­ro­si. Ma non si deve fare l’errore di cre­de­re che Men sia un film che mostra quan­to gli uomi­ni sia­no brut­ti e cat­ti­vi. Gli uomi­ni con la stes­sa fac­cia rap­pre­sen­ta­no l’uomo che cer­ca di capi­re la don­na, in modo erra­to.

Il film mostra come deve nasce­re e rina­sce­re l’uomo per poter­si avvi­ci­na­re in modo tran­quil­lo alla don­na. Quest’ultima non deve esse­re pas­si­va ma capi­re il gesto, pro­te­stan­do e ribel­lan­do­si alle ves­sa­zio­ni per poter­si riav­vi­ci­na­re all’altro ses­so sen­za ste­reo­ti­piz­zar­lo. Tut­ta­via, la pel­li­co­la risul­ta mol­to dida­sca­li­ca ed ecce­de nel pale­sa­re ciò che rac­con­ta, caden­do anche in ste­reo­ti­pi di gene­re, come quel­li pro­dot­ti dal­la A24. Nono­stan­te ciò rima­ne un’operazione dal­le solu­zio­ni che stu­pi­sco­no, riu­scen­do a disar­ma­re lo spet­ta­to­re, soprat­tut­to nel­la mes­sa in scena.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.

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