Il paradosso di chi vorrebbe educare con l’umiliazione

Il paradosso di chi vorrebbe educare con l'umiliazione

«Quel ragaz­zo deve fare i lavo­ri social­men­te uti­li […], umi­lian­do­si anche. Evvi­va l’umi­lia­zio­ne, che è un fat­to­re fon­da­men­ta­le nel­la cre­sci­ta e nel­la costru­zio­ne del­la per­so­na­li­tà». Que­ste le paro­le del Mini­stro del­l’I­stru­zio­ne e del Meri­to Val­di­ta­ra, regi­stra­te e ascol­ta­bi­li su You­Tu­be sul­la pagi­na del pro­gram­ma tele­vi­si­vo True Show. 

Que­ste paro­le sono sta­te pro­nun­cia­te dal Mini­stro in occa­sio­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne all’e­ven­to Ita­lia Dire­zio­ne Nord, svol­to­si a Mila­no il 21 novem­bre e pro­mos­so dall’ asso­cia­zio­ne Ami­ci del­le Stel­li­ne e dall’istituto di ricer­ca Osser­va­to­rio Metro­po­li­ta­no di Mila­no. Nel suo inter­ven­to Val­di­ta­ra, facen­do rife­ri­men­to ad un gra­ve epi­so­dio di bul­li­smo, com­men­ta­va, posi­ti­va­men­te, la scel­ta del pre­si­de di una scuo­la supe­rio­re a Gal­la­ra­te di sospen­de­re un alun­no per un anno; da que­sto com­men­to con­ti­nua­va il suo discor­so con­cen­tran­do­si sugli epi­so­di di vio­len­za nel­le aule sco­la­sti­che.

Il Ministro lamentava, soprattutto, i troppi casi di bullismo e sottolineava la necessità da parte delle istituzioni di intervenire in modo chiaro e fermo. 

Val­di­ta­ra ha dichia­ra­to che le isti­tu­zio­ni “non se ne lava­no le mani, ma chie­do­no anche il coin­vol­gi­men­to di quel­lo che è essen­zia­le nel­la repres­sio­ne del­le devianze, il con­trol­lo socia­le, la stig­ma­tiz­za­zio­ne pub­bli­ca”. Poi ha affer­ma­to: «Que­sto ragaz­zo ha com­piu­to un atto asso­lu­ta­men­te da con­dan­na­re, que­sto ragaz­zo ha sba­glia­to e nes­su­no, nes­su­no, è legit­ti­ma­to a dire che in fon­do pote­va ave­re le sue moti­va­zio­ni». Deve esse­re mostra­to a tut­ti, potrem­mo para­fra­sa­re, che sia sta­to com­mes­so un atto inac­cet­ta­bi­le, reso noto a tut­ti l’autore del gesto, mostra­to come col­pe­vo­le e mostra­ta la punizione. 

Ed è a que­sto pun­to che il Mini­stro, riflet­ten­do sull’effettiva uti­li­tà di una puni­zio­ne come la sospen­sio­ne, ha affermato: 

Ma se ci si limi­ta a sospen­de­re per un anno, il rischio è che quel ragaz­zo vada poi a fare fuo­ri dal­la scuo­la altri atti di tep­pi­smo […]. Quel ragaz­zo deve esse­re segui­to, quel ragaz­zo deve impa­ra­re che cosa signi­fi­ca la respon­sa­bi­li­tà, il sen­so del dove­re[…]. Quel ragaz­zo deve fare i lavo­ri social­men­te uti­li, […] lavo­ran­do per la col­let­ti­vi­tà, per la comu­ni­tà sco­la­sti­ca, umi­lian­do­si ancheevvi­va l’umiliazione che è un fat­to­re fon­da­men­ta­le nel­la cre­sci­ta e nel­la costru­zio­ne del­la per­so­na­li­tà. Di fron­te ai suoi com­pa­gni è lui, lì, che si pren­de la respon­sa­bi­li­tà dei pro­pri atti e fa lavo­ri per la collettività.

Mol­te sono sta­te le paro­le ed i com­men­ti che han­no espres­so sgo­men­to e disac­cor­do nei con­fron­ti di que­ste affer­ma­zio­ni. Ma su che cosa si sono con­cen­tra­te le cri­ti­che? Sul­la neces­si­tà dell’intervento del­le isti­tu­zio­ni (in que­sto caso il pre­si­de), sugli atti di vio­len­za? Sul­la neces­si­tà di respon­sa­bi­liz­za­re il ragaz­zo? Sul rischio che un alun­no sospe­so fini­sca per per­der­si? No, asso­lu­ta­men­te. Una rifles­sio­ne su que­sti aspet­ti sareb­be sta­ta con­di­vi­si­bi­le, men­tre non lo è affat­to quel meto­do che è sta­to defi­ni­to “edu­ca­ti­vo”, con il qua­le si è det­to di voler respon­sa­bi­liz­za­re il ragaz­zo coin­vol­to nel­la vicenda. 

Molte le testimonianze, come quella di Eraldo Affini, che sottolinea come l’umiliazione non si possa considerare uno strumento educativo.

Umi­lia­re signi­fi­ca, come pos­sia­mo leg­ge­re dal dizio­na­rio Trec­ca­ni, «mor­ti­fi­ca­re qual­cu­no offen­den­do­ne e leden­do­ne la per­so­na­li­tà e la digni­tà, così da cau­sa­re in lui uno sta­to, giu­sti­fi­ca­to o ingiu­sti­fi­ca­to, di gra­ve disa­gio, di avvi­li­men­to e ver­go­gna». Sem­bra evi­den­te, dun­que, l’impos­si­bi­li­tà di edu­ca­re facen­do leva su sen­sa­zio­ni estre­ma­men­te nega­ti­ve come l’av­vi­li­men­to e la vergogna. 

Cer­ca­re di respon­sa­bi­liz­za­re attra­ver­so il lavo­ro per la col­let­ti­vi­tà potreb­be esse­re un’ot­ti­ma idea, ma al fine di impa­rar­ne l’importanza, di capi­re quan­to le nostre azio­ni sia­no fon­da­men­ta­li e abbia­no con­se­guen­ze per la nostra col­let­ti­vi­tà, per i nostri “vici­ni”. Fare lavo­ri social­men­te uti­li per impa­ra­re a col­la­bo­ra­re, insom­ma, men­tre esse­re mes­si alla gogna nel­la pub­bli­ca piaz­za non può che inse­gna­re al bul­lo che il modo di comu­ni­ca­re, il modo in cui la sua socie­tà vive, è la puni­zio­ne umi­lian­te. Non può che inse­gnar­gli che edu­ca­re un altro signi­fi­chi far­lo sen­ti­re avvi­li­to. Umi­lia­re un bul­lo vor­reb­be dire, sola­men­te, far­si a pro­pria vol­ta bul­li. In modo anco­ra più gra­ve, però, per­ché pro­ve­nien­te da un edu­ca­to­re il cui com­pi­to sareb­be quel­lo di insegnare.

Die­tro le paro­le del Mini­stro, non ci sono la volon­tà di feri­re, o cat­ti­ve­ria nei con­fron­ti di chi sba­glia, ma la ter­ri­bi­le inco­scien­te pro­spet­ti­va di chi cre­de, e ha impa­ra­to, che l’educazione sia com­pa­gna di rigi­di­tà; un po’ come quel padre che non ammet­te­va obie­zio­ni da cui Kaf­ka è fini­to per scap­pa­re. Il libro che ne rac­co­glie la testi­mo­nian­za si inti­to­la, in modo elo­quen­te, Come non edu­ca­re i figli.

Ci troviamo in un’ottica di autoritarismo, come afferma Galli su Repubblica, 

cioè «un coman­do che non vuo­le con­vin­ce­re ma abbat­te­re ogni resi­sten­za. Men­tre l’auto­re­vo­lez­za nasce da una for­za che vuo­le ren­de­re for­te anche l’al­tro, l’au­to­ri­ta­ri­smo vuo­le abbas­sa­re l’al­tro, punir­ne l’in­su­bor­di­na­zio­ne. Ed è per­ciò espres­sio­ne, masche­ra­ta, di debolezza». 

Cia­scun inse­gnan­te sa o dovreb­be sape­re che è pro­prio quan­do un alun­no sba­glia che si è chia­ma­ti a com­pie­re il lavo­ro più impor­tan­te, per­ché que­sti ha anco­ra più biso­gno di esse­re accom­pa­gna­to e sti­mo­la­to. Non biso­gna mai arren­der­si, asse­con­da­re quel com­por­ta­men­to o dimo­stra­re rab­bia, e mai – que­sto sareb­be l’er­ro­re più gra­ve – biso­gna dimo­strar­si inca­pa­ci di ascol­ta­re. Non ci si deve mostra­re in pre­da alla rab­bia o inca­pa­ci di con­trol­lar­si e mai gli alun­ni dovran­no per­ce­pi­re una rinun­cia nei loro con­fron­ti, per­ché si fini­reb­be per per­de­re la pos­si­bi­li­tà di edu­ca­re. Sce­glie­re, poi, il loro stes­so mez­zo uti­liz­za­to per feri­re, cioè l’umiliazione, non fareb­be altro che legit­ti­mar­lo.

Ogni momen­to deve esse­re per loro e mai por­ta­re a per­de­re sti­ma per sé stes­si: un bul­lo è già debo­le e ha tro­va­to nel­la vio­len­za un mez­zo per masche­rar­lo ed ave­re riscat­to. Non pos­sia­mo fare la stes­sa cosa.

Arti­co­lo di Giu­sep­pe Coda

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