Le 10 serie più “vulcaniche” del 2022

10 serie

Anche il 2022 è giunto al termine e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista delle 10 serie più «vulcaniche» di quest’anno.

A cura di Giu­lia Scolari


Le serie TV sono oggi uno dei più impor­tan­ti modi di inter­pre­ta­re la real­tà e mostrar­la sot­to for­ma d’arte. La nostra atten­zio­ne si assot­ti­glia, il tem­po che abbia­mo a dispo­si­zio­ne è sem­pre meno ed epi­so­di qua e là ci fan­no più com­pa­gnia di film spez­za­ti a dove­re o tele­vi­sio­ne spaz­za­tu­ra. Tra lezio­ni, impe­gni e festi­vi­tà, noi di Vul­ca­no Sta­ta­le voglia­mo rac­con­ta­re que­sto 2022 con i die­ci tito­li che più ci han­no fat­to sogna­re, par­la­re, ride­re ed emo­zio­na­re. Ecco qual­che nostro consiglio.

DISCLAIMER: i tito­li non sono in ordi­ne di pre­fe­ren­za o dispo­sti come se que­sta fos­se una vera e pro­pria clas­si­fi­ca, l’or­di­ne è casuale. 


House of the Dragon (Ryan Condal e George R. R. Martin) 

La sce­neg­gia­tu­ra appar­tie­ne al mon­do del Tro­no di spa­de, e si è rive­la­ta un tale suc­ces­so, accla­ma­to dai fan di tut­to il mon­do. Dopo più di tre anni dal­la fine del­la serie prin­ci­pa­le, final­men­te Hou­se of Dra­gons ripor­ta i fan di tut­to il mon­do nel Con­ti­nen­te Occi­den­ta­le, con le sue ambien­ta­zio­ni sug­ge­sti­ve e i nomi del­le casa­te che abbia­mo impa­ra­to ad ama­re e odia­re. Pre­quel rispet­to all’originale, la sto­ria è ambien­ta­ta cir­ca 200 anni pri­ma, quan­do sul tro­no sie­de la casa­ta dei Tar­ga­ryen, al mas­si­mo del suo splen­do­re. Tut­to risul­ta mol­to più ric­co rispet­to all’originale sia per una mag­gio­re dispo­ni­bi­li­tà di bud­get, sia per la volon­tà di rimar­ca­re le dif­fe­ren­ze tra le due serie. Un enor­me enco­mio per la reci­ta­zio­ne è dove­ro­so nei con­fron­ti di Patrick Geor­ge Con­si­di­ne e Matt Smith, rispet­ti­va­men­te Vise­rys I e suo fra­tel­lo mino­re, il tur­bo­len­to Dae­mon Tar­ga­ryen: i due si sono per­fet­ta­men­te cala­ti nei loro ruo­li crean­do dei per­so­nag­gi inte­res­san­ti, cam­pa­ci di amma­lia­re e cat­tu­ra­re il pub­bli­co, com­muo­ver­lo, diver­tir­lo e scon­vol­ger­lo. Insom­ma, gran­di atto­ri, una sce­neg­gia­tu­ra con­vin­cen­te, costu­mi e ambien­ta­zio­ni incre­di­bi­li sono gli ingre­dien­ti di Hou­se of the Dra­gon; pur­trop­po però i fan dovran­no aspet­ta­re pro­ba­bil­men­te due anni pri­ma del­la pros­si­ma stagione.

Recen­sio­ne diAli­ce Cutsodontis 


Dahmer — Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer (Ryan Murphy) 

La sto­ria di un assas­si­no può diven­ta­re spec­chio di una socie­tà, di una nazio­ne, dei pro­ble­mi di una socie­tà. Que­sta è la chia­ve di let­tu­ra adot­ta­ta dagli auto­ri di que­sta serie, Ryan Mur­phy e Ian Bren­nan cer­ta­men­te ispi­ra­ti a In Cold Blood di Tru­man Capo­te, per rac­con­ta­re su Net­flix la sto­ria del serial kil­ler ame­ri­ca­no cono­sciu­to come «il can­ni­ba­le di Mil­wau­kee» per via del­la pra­ti­ca del can­ni­ba­li­smo, pra­ti­ca­ta sui cada­ve­ri del­le nume­ro­se vit­ti­me ucci­se in manie­ra cruen­ta. Una sto­ria che scon­vol­se tut­ta una comu­ni­tà e pro­prio que­sta col­let­ti­vi­tà è la cor­ni­ce di tut­ta la serie; que­sta cir­con­da total­men­te il cen­tro del rac­con­to, ovve­ro Jef­frey Dah­mer. Inter­pre­ta­to in modo mol­to con­vin­cen­te da Evan Peters, si rac­con­ta con con­ti­nui fla­sh­back come è nato il kil­ler, mostran­do quan­to sia dif­fi­ci­le com­pren­de­re i per­ché un indi­vi­duo pos­sa fare azio­ni del gene­re o capi­re da dove arri­vi­no tali osses­sio­ni. Infat­ti, la serie non è un gial­lo, né un rac­con­to tru­cu­len­to su un assas­si­no, ma una visio­ne su quan­to sia dif­fi­ci­le capi­re la men­te uma­na. Oltre a ciò, attra­ver­so la cor­ni­ce di per­so­nag­gi intor­no all’assassino, qua­li i geni­to­ri, la vici­na di casa e i paren­ti del­le vit­ti­me, la serie accu­sa for­te­men­te il siste­ma poli­zie­sco e giu­ri­di­co ame­ri­ca­no, che ben pri­ma pote­va fare qual­co­sa ma nume­ro­si erro­ri ven­ne­ro fat­ti, tra raz­zi­smo, pre­sun­zio­ne, incom­pe­ten­za e negli­gen­ze mai vera­men­te con­dan­na­te. Una serie mol­to buo­na, che però spes­so cade nell’essere trop­po dida­sca­li­ca evi­den­zian­do esa­ge­ra­ta­men­te i signi­fi­ca­ti di ciò che rac­con­ta, qua­si sot­to­va­lu­tan­do il suo spet­ta­to­re; inol­tre a vol­te sci­vo­la in un cer­to mora­li­smo immo­ti­va­to, sen­za però anda­re ver­so un giu­sti­zia­li­smo facilone.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini


The White Lotus (Mike White)

La pri­ma sta­gio­ne di que­sta serie era sta­ta accol­ta da poco più di una nic­chia di pub­bli­co. Quan­do però un pro­dot­to è così di qua­li­tà ed è così dif­fi­ci­le repe­rir­lo e goder­ne stan­do al pas­so, è più oppor­tu­no par­la­re di éli­te. In segui­to alle nomi­na­tions otte­nu­te agli Emmys del­lo scor­so anno, l’attenzione sul­la secon­da sta­gio­ne è sta­ta più con­cen­tra­ta ed il risul­ta­to – for­te dell’ambientazione in una Sici­lia che si può solo sogna­re e di un cast bril­lan­te – ha sba­lor­di­to tut­ti. Il Whi­te Lotus in cui si svol­go­no le vicen­de si tro­va a Taor­mi­na, il lus­so del suo inter­no è lo stes­so così come la pro­fes­sio­na­li­tà dei suoi dipen­den­ti. L’ospite più ico­ni­ca del­la pri­ma sta­gio­ne, Tanya (Jen­ni­fer Cool­rid­ge), tor­na insie­me all’assistente Por­tia (Haley Lu Richard­son) e al novel­lo spo­so. Il ruo­lo di cata­liz­za­to­ri di ico­ni­ci­tà è però riser­va­to ad altri per­so­nag­gi: Mia e Lucia (Bea­tri­ce Gran­nò e Simo­na Taba­sco), le sici­lia­ne ambi­zio­se e fri­vo­le al pun­to giu­sto, intrec­cia­no le loro sto­rie a quel­le degli ospi­ti in un abi­le gio­co di car­te che li met­te a nudo uno ad uno. La serie è cari­ca di sim­bo­li­smi per cui non baste­reb­be un arti­co­lo inte­ro, dal­la sigla che sem­bra mostra­re un’anteprima in chia­ve affre­sca­ta di ciò che avver­rà negli epi­so­di fino alle teste di Moro degli arre­di. La per­for­man­ce più indi­men­ti­ca­bi­le è quel­la di Sabri­na Impac­cia­to­re nei pan­ni di Valen­ti­na, che infat­ti non è sfug­gi­ta a nes­su­no e l’ha resa la nuo­va star in Ame­ri­ca. Sicu­ra­men­te uno dei pro­dot­ti miglio­ri che que­sto 2022 ci ha rega­la­to, guai a perdersela. 

Recen­sio­ne di Giu­lia Scolari 


Mercoledì (Alfred Gough e Miles Millar) 

Usci­ta un mer­co­le­dì di novem­bre, la serie bur­to­nia­na con pro­ta­go­ni­sta Jen­na Orte­ga ha avu­to un tale suc­ces­so da dete­ne­re ora il record di visua­liz­za­zio­ni in una set­ti­ma­na sul­la piat­ta­for­ma di strea­ming Net­flix. La serie si distri­ca tra una mol­te­pli­ci­tà di gene­ri, dal­la com­me­dia all’horror, ma pre­sen­ta soprat­tut­to ele­men­ti tipi­ci dei pro­dot­ti per tee­na­gers: tro­via­mo infat­ti una Mer­co­le­dì Addams sedi­cen­ne, in con­tra­sto coi pro­pri geni­to­ri e iso­la­ta dai coe­ta­nei “nor­ma­li”, che, come ogni ado­le­scen­te, attra­ver­sa un per­cor­so di cre­sci­ta emo­ti­va. Espul­sa dal­la scuo­la che fre­quen­ta­va, vie­ne coer­ci­ti­va­men­te iscrit­ta alla Never­mo­re Aca­de­my, isti­tu­zio­ne pri­va­ta per «reiet­ti» – così defi­ni­ti colo­ro che vivo­no al di fuo­ri del­le nor­me socia­li a cau­sa di par­ti­co­la­ri carat­te­ri­sti­che, spes­so sopran­na­tu­ra­li – gui­da­ta da Laris­sa Weems (Gwen­do­li­ne Chri­stie), vec­chia ami­ca di Mor­ti­cia (Cathe­ri­ne Zeta-Jones). Mer­co­le­dì sem­bra deci­sa a fug­gi­re, fin­ché la com­par­sa d’un mostro nel­la vici­na cit­ta­di­na di Jeri­cho la por­ta a inda­ga­re nel pas­sa­to del­la sua fami­glia, e a strin­ge­re allean­ze con i com­pa­gni dap­pri­ma evi­ta­ti. Seb­be­ne per tan­te ragio­ni non sia qua­li­ta­ti­va­men­te al pari di altre serie, Mer­co­le­dì è sta­ta pro­ta­go­ni­sta indi­scus­sa del 2022 ed è tor­na­ta ad esse­re uno dei per­so­nag­gi più ama­ti dal pub­bli­co. A noi di Vul­ca­no pia­ce anda­re a fon­do nel­le discus­sio­ni e i pro­dot­ti popo­la­ri come Mer­co­le­dì non se la svi­gna­no: pre­sto potre­te leg­ge­re di più! 

Recen­sio­ne di Danie­le Di Bel­la, Eli­sa Basi­li­co, Miche­le Cac­cia­puo­ti e Giu­lia Scolari


Heartstopper (Euros Lyn) 

Rispet­to ai soli­ti Teen Dra­ma a cui sia­mo sta­ti abi­tua­ti, fit­ti di intri­ghi amo­ro­si com­ples­si o ami­ci­zie mes­se a dura pro­va, risul­ta a dir poco toc­can­te la sem­pli­ci­tà e la natu­ra­lez­za con cui ci vie­ne rac­con­ta­ta l’ado­le­scen­za in Hearts­top­per. Trat­ta dal­le gra­phic novels di Ali­ce Ose­man, la serie rac­con­ta la sto­ria di Char­lie (Joe Loc­ke), un ragaz­zo alle pre­se con la sfi­da più dif­fi­ci­le del­la sua gio­va­ne età: la cre­sci­ta. Un gior­no, a scuo­la, si inna­mo­ra del suo com­pa­gno di ban­co Nick (Kit Con­nor) e, insie­me, pas­so dopo pas­so, affron­te­ran­no un per­cor­so genui­no di sco­per­ta, di sé stes­si e dei loro sen­ti­men­ti. Nel­la costru­zio­ne di que­sto rap­por­to, Char­lie potrà sem­pre con­ta­re sull’aiuto dei suoi ami­ci più cari Tao (Wil­liam Gao), Isaac (Tobie Dono­van) ed Elle (Yasmin Fin­ney), che lo difen­de­ran­no anche più vol­te da ripe­tu­ti atti di bul­li­smo. Sen­za alcun intrec­cio fin trop­po inve­ro­si­mi­le, il tut­to vie­ne rap­pre­sen­ta­to con estre­ma sen­si­bi­li­tà, in tut­te le sue sfac­cet­ta­tu­re, cer­can­do di sem­bra­re il più veri­tie­ro pos­si­bi­le. Que­sta serie TV ci inse­gna che l’amore e l’amicizia non cono­sco­no pre­giu­di­zi e non si fan­no trop­pe doman­de per­ché se sono pro­fon­di, i sen­ti­men­ti fio­ri­ran­no comun­que e se ci si vuo­le bene, non ci si abban­do­ne­rà mai. Men­tre atten­dia­mo l’uscita del­le pros­si­me due sta­gio­ni, godia­mo­ci que­sti pri­mi epi­so­di: Hearts­top­per è l’inno all’inclu­si­vi­tà di cui ave­va­mo tan­to bisogno.

Recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala


Inventing Anna (Shonda Rhimes) 

Una ric­ca ere­di­tie­ra con un accen­to deci­sa­men­te fuo­ri dal comu­ne si fa sem­pre più spa­zio all’interno del­la high socie­ty di New York accom­pa­gna­ta dal­le per­so­ne più impor­tan­ti, vesten­do gli abi­ti più costo­si e lascian­do le man­ce più alte. Que­sta potreb­be esse­re l’ennesima sto­ria di intri­ghi tra ric­chi cui sia­mo tut­ti fami­lia­ri gra­zie a innu­me­re­vo­li serie ben più ico­ni­che; inve­ce, quel­la di Anna Del­vey – Soro­kin (imper­so­na­ta da Julia Gar­ner) è tutt’altro. Ci vuo­le poco tem­po pri­ma che il castel­lo di car­ta costrui­to dal­la pro­ta­go­ni­sta crol­li e rive­li sol­tan­to una gio­va­ne ambi­zio­sa che non pos­sie­de altro che i suoi sogni di ragaz­zi­na, eppu­re le per­so­ne con­ti­nua­no a fidar­si e voler­la aiu­ta­re. Così al suo fian­co si schie­ra­no, volen­ti o nolen­ti, la gior­na­li­sta Vivian (Anna Chlum­sky) e l’avvocato Todd (Adrian Moayed), che comin­cia­no a but­ta­re giù il muro di men­zo­gne che Anna con­ti­nua a difen­de­re inter­vi­stan­do tut­ti colo­ro che le sono sta­ti vici­no. La mini­se­rie tar­ga­ta Shon­da­land crea una nar­ra­ti­va inte­res­san­te intor­no a quel­lo che è sta­to un fat­to di cro­na­ca pre­sto dimen­ti­ca­to e indub­bia­men­te è un pro­dot­to visi­va­men­te impec­ca­bi­le, ma la lun­ghez­za immo­ti­va­ta del­le pun­ta­te e l’attenzione su det­ta­gli noio­si e irri­le­van­ti ottie­ne l’effetto con­tra­rio a quel­lo spe­ra­to. Se la sto­ria in sé è anco­ra carat­te­riz­za­ta dall’incertezza, le infor­ma­zio­ni cor­ret­te a riguar­do sono però limi­ta­te e non richie­do­no nove ore di tra­spo­si­zio­ne. La reci­ta­zio­ne è buo­na, degna di nota soprat­tut­to Gar­ner (Anna) che ha sapu­to inter­pre­ta­re con la giu­sta dose di trash alcu­ne bat­tu­te ren­den­do­le già meme (su Tik­tok spo­po­la­no «I do not have time for this, I do not have time for you!” e “You are soo basic!») e somi­glia in modo impres­sio­nan­te alla vera cri­mi­na­le. Offre sicu­ra­men­te spun­ti inte­res­san­ti sul­la socie­tà moder­na: la vicen­da di Anna vie­ne spes­so pre­sen­ta­ta come una ribel­lio­ne al siste­ma capi­ta­li­sti­co dal suo inter­no, anche il modo in cui la pro­ta­go­ni­sta è in gra­do di mani­po­la­re la sua imma­gi­ne attra­ver­so i social e le tec­no­lo­gie è inte­res­san­te e por­ta lo spet­ta­to­re a por­si del­le doman­de. Una serie tv con­si­glia­ta per chi ha voglia di fare l’avvo­ca­to del dia­vo­lo como­da­men­te dal divano.

Recen­sio­ne di Giu­lia Scolari


The Bear (Christopher Storer)

Car­men, det­to Car­my, Ber­zat­to (Jere­my Allen Whi­te), un gio­va­ne chef già affer­ma­to nel­le più pre­sti­gio­se cuci­ne del mon­do, si ritro­va a gesti­re lo squal­li­do risto­ran­te di fami­glia a Chi­ca­go, lascia­to­gli in ere­di­tà dal fra­tel­lo Michael mor­to sui­ci­da. Car­men ambi­sce a tra­sfor­ma­re il loca­le, diri­gen­do come una bri­ga­ta da cuci­na stel­la­ta gli sca­pe­stra­ti dipen­den­ti al ser­vi­zio del fra­tel­lo e stra­vol­gen­do equi­li­bri già ben con­so­li­da­ti. La serie è fat­ta di sequen­ze rapi­de e con­vul­se che ben ren­do­no il cli­ma che regna in una cuci­na, con un occhio sem­pre pron­to a con­trol­la­re l’orologio e la fru­stran­te neces­si­tà di coor­di­na­re tan­te teste diver­se. Ma nel­la fre­ne­sia del­la cuci­na, che è poi un rifles­so del caos del­la vita quo­ti­dia­na, ciò che vera­men­te fa la dif­fe­ren­za non sono toni alti e urla, ma l’inco­rag­gia­men­to e il dia­lo­go. Ed è pro­prio la comu­ni­ca­zio­ne ad inter­ve­ni­re sal­vi­fi­ca ogni­qual­vol­ta un nuo­vo pro­ble­ma si pale­sa. È infat­ti lascian­do spa­zio alla voglia di spe­ri­men­ta­re di Mar­cus (Lio­nel Boy­ce), pre­stan­do ascol­to all’estro di Syd­ney (Ayo Ede­bi­ri) e pazien­te­men­te spro­nan­do Tina (Liza Colón-Zayas) che le cose ini­zia­no dav­ve­ro a gira­re per il ver­so giu­sto. La cuci­na altro non è che uno sfon­do del­le vicen­de uma­ne che si intrec­cia­no duran­te la serie. Nono­stan­te gli epi­so­di sia­no solo otto, lo spet­ta­to­re rie­sce per­fet­ta­men­te a coglie­re lo svi­lup­po e il per­cor­so di tut­ti i per­so­nag­gi, cono­scen­do­ne pre­gi e difet­ti, momen­ti bui e api­ci, arri­van­do tal­vol­ta ad affe­zio­nar­ci­si. Ven­go­no, infat­ti, trat­ta­ti temi di pri­ma­ria rile­van­za: dall’ansia all’alcolismo, dal signi­fi­ca­to di fami­glia alla tema­ti­ca del­le ambi­zio­ni lavo­ra­ti­ve del­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni. Car­men fa da col­lan­te all’intera bri­ga­ta, cer­can­do di far vale­re la sua auto­ri­tà, tal­vol­ta esa­ge­ran­do, ma allo stes­so tem­po mostran­do­si pron­to all’ascolto, al con­si­glio e all’ammissione di col­pa. È un per­so­nag­gio com­ples­so, pro­fon­da­men­te segna­to dal­la vita e da tut­ti i sacri­fi­ci fat­ti per annul­la­re se stes­so e con­cen­trar­si sui suoi obiet­ti­vi in cuci­na. Ma si badi bene a non pen­sar­lo come un pro­ta­go­ni­sta asso­lu­to: mol­ti altri per­so­nag­gi ven­go­no esplo­ra­ti nel pro­fon­do, come ad esem­pio Richie (Ebon Moss-Bachrach), che si rive­la tan­to appa­ren­te­men­te super­fi­cia­le quan­to pie­no di sfac­cet­ta­tu­re nasco­ste da sco­pri­re pun­ta­ta dopo pun­ta­ta. Non man­ca di cer­to la com­po­nen­te comi­ca: un umo­ri­smo neces­sa­rio per alleg­ge­ri­re l’andamento qua­si nevro­ti­co del­la serie. Serie che ci rive­la il die­tro le quin­te del mon­do del­la risto­ra­zio­ne, con­den­do­lo con per­so­nag­gi inti­ma­men­te uma­ni e bei dia­lo­ghi, dispo­nen­do così di tut­ti gli ingre­dien­ti adat­ti a ren­der­la uno dei piat­ti più inte­res­san­ti del menù.

Recen­sio­ne di Nina Fresia


The Boys (Eric Kripke) 

Con un cast già otti­mo e ora accre­sciu­to di vol­ti come quel­li di Jen­sen Ackles e Paul Rei­ser, con un amplia­men­to dei vir­tuo­si­smi tec­ni­ci (le allu­ci­na­zio­ni car­toon di Black Noir, i momen­ti musi­cal di Kimi­ko e Fren­chie, il fischio nel­le orec­chie di Patrio­ta), la ter­za sta­gio­ne di The Boys guar­da drit­to avan­ti a sé. La cora­li­tà è un trat­to carat­te­ri­sti­co del­la serie: nel­l’ul­ti­ma sta­gio­ne si segna­la­no l’arco fami­lia­re di Lat­te Mater­no, quel­lo com­mo­ven­te di Black Noir e la rela­zio­ne fra Kimi­ko e Fren­chie. L’ef­fet­to col­la­te­ra­le di un ecces­si­vo micro­co­smo di per­so­nag­gi è però che alcu­ni (qui Mae­ve, Gra­ce e Ryan) fini­sca­no in ombra; in più, con­ti­nua a esse­re stri­den­te il rap­por­to fra Hughie e But­cher, peral­tro per­so­nag­gi pri­ma­ri. Da sem­pre apprez­za­ta, di The Boys, è la natu­ra paro­di­ca rispet­to ai cano­ni del supe­re­roe fumet­ti­sti­co — ma non tan­to in sen­so irri­so­rio (se non nel famo­so Hero­ga­sm), quan­to piut­to­sto in chia­ve rea­li­sti­ca. Se dav­ve­ro oggi scon­ge­las­se­ro un supe­re­roe, si com­por­te­reb­be come Sol­da­ti­no o Capi­tan Ame­ri­ca? La real­tà del­l’og­gi è rap­pre­sen­ta­ta nel­la sua com­ples­si­tà, l’opposto di un bina­ri­smo bian­co e nero: due nemi­ci pos­so­no col­la­bo­ra­re, se han­no inte­res­si in comu­ne. Abis­so è vit­ti­ma di una set­ta, ma car­ne­fi­ce di una vio­len­za ses­sua­le. A‑Train è un pre­va­ri­ca­to­re clas­si­sta, ma vit­ti­ma di raz­zi­smo. Patrio­ta non guar­da in fac­cia a nes­su­no, ma è ter­ro­riz­za­to da Sol­da­ti­no. Anche quan­do diven­ta dida­sca­li­ca nel descri­ve­re la socie­tà del 2022, ad esem­pio nel segui­to di Patrio­ta fra i supre­ma­ti­sti bian­chi, la serie col­pi­sce mol­to più nel segno rispet­to a quan­to non acca­des­se nel­la secon­da sta­gio­ne, con il per­so­nag­gio di Storm­front che è let­te­ral­men­te una nazi­sta degli Anni Tren­ta. For­se è un po’ più supe­re­roi­sti­ca­men­te cli­ché la bat­ta­glia fina­le per il bene col­let­ti­vo, ma l’ul­ti­ma pun­ta­ta ha il pre­gio di dare chiu­su­ra alle sto­rie dei per­so­nag­gi sen­za gros­si clif­f­han­ger, pur rima­nen­do aper­ta ai futu­ri gio­chi di pote­re fra Nadia e Bob­by Singer.

Recen­sio­ne di Miche­le Cacciapuoti


Euphoria (Sam Levinson) 

Seb­be­ne la secon­da sta­gio­ne non abbia rega­la­to le stes­se for­ti emo­zio­ni del­la pri­ma, Eupho­ria si ricon­fer­ma un pro­dot­to di qua­li­tà sia dal pun­to di vista este­ti­co che da quel­lo dei con­te­nu­ti. Alle imma­gi­ni ico­ni­che che carat­te­riz­za­no la serie si affian­ca una tra­ma auda­ce che toc­ca temi come dro­ga, dipen­den­ze, amo­ri tos­si­ci, distur­bi ali­men­ta­ri. Ogni sin­go­la sto­ria ha una sua carat­te­ri­sti­ca per­so­na­le, ma tut­te sono acco­mu­na­te da un uni­co ele­men­to: la ricer­ca del­la pro­pria iden­ti­tà. Sen­za la pre­te­sa di rap­pre­sen­ta­re la real­tà, la serie anco­ra una vol­ta mira ad estre­miz­za­re le vite dei gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti per mostra­re agli spet­ta­to­ri le ipo­cri­sie di una gene­ra­zio­ne che ha tut­to eppu­re non ha nien­te. Rue (Zen­da­ya Cole­man) è anco­ra una vol­ta il cuo­re pul­san­te del­la nar­ra­zio­ne, sem­bra­va esser­si ripre­sa ma sem­bra tor­na­re sul­la cat­ti­va stra­da appe­na pos­si­bi­le. L’interpretazione di Cole­man in alcu­ne sce­ne basta a moti­va­re il fiu­me di nomi­na­tions che l’ha tra­vol­ta anco­ra una vol­ta. Non sarà faci­le dimen­ti­car­la. Rima­nia­mo ora in atte­sa del­la pros­si­ma stagione.

Recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala e Giu­lia Scolari


Stranger Things (Duffer Brothers) 

Ambien­ta­ta otto mesi dopo le vicen­de del­la sta­gio­ne pre­ce­den­te, Undi­ci (Mil­lie Bob­by Bro­wn) e la fami­glia Byers si sono tra­sfe­ri­ti in Cali­for­nia pron­ti per comin­cia­re una nuo­va vita. Nel frat­tem­po, a Haw­kins, Mike (Finn Wol­fhard), Dustin (Gaten Mata­raz­zo) e Lucas (Caleb McLau­ghlin) sono alle pre­se con la sfi­da licea­le, che richie­de ai ragaz­zi di comin­cia­re a far par­te di grup­pi pre­de­fi­ni­ti che ne deter­mi­ni­no il ruo­lo socia­le. Mike e Dustin tro­va­no una nuo­va gui­da in Eddie (Jose­ph Quinn), lo sca­pe­stra­to lea­der dell’Hellfire Club, men­tre Lucas tro­va un pun­to di appog­gio nel­la squa­dra di basket del­la scuo­la con­vin­to che, una vol­ta diven­ta­to popo­la­re, pos­sa ave­re vita più faci­le. Tut­to sem­bra anda­re per il meglio, ma una nuo­va ter­ri­bi­le minac­cia sta per abbat­ter­si su Haw­kins e pro­vie­ne per l’ennesima vol­ta dal Sot­to­so­pra. Que­sto nuo­vo esse­re, che chia­me­ran­no Vec­na, sta com­pien­do degli omi­ci­di tra i gio­va­ni di Haw­kins: que­sto por­te­rà i ragaz­zi a com­bat­te­re divi­si in grup­pi per cer­ca­re di sal­va­re il mon­do di nuo­vo. Col­pi di sce­na, effet­ti spe­cia­li, un piz­zi­co di roman­ti­ci­smo e tan­ti gesti di genui­na ami­ci­zia, accom­pa­gna­no lo spet­ta­to­re in un viag­gio uni­co. In que­sta sta­gio­ne l’amicizia che lega i ragaz­zi vie­ne di nuo­vo mes­sa al cen­tro e resi­ste alle nume­ro­se pro­ve cui vie­ne sot­to­po­sta, men­tre nuo­va impor­tan­za è data alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la diver­si­tà, del bul­li­smo e dell’emarginazione.

Recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala e Giu­lia Scolari

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.