Qatargate. Perché questo nome è una semplificazione

Qatargate. Perché questo nome è una semplificazione?

Tut­to ha ini­zio vener­dì 9 dicem­bre, quan­do il quo­ti­dia­no bel­ga Le Soir rive­la l’avvio di un’ondata di per­qui­si­zio­ni, vol­te a far luce su un pre­sun­to caso di cor­ru­zio­ne nell’ambito nien­te­me­no che del Par­la­men­to Euro­peo. È l’inizio di quel­lo che, per la por­ta­ta del­le isti­tu­zio­ni coin­vol­te, il nume­ro di per­so­na­li­tà cor­rot­te e il tipo di bat­ta­glie che esse ave­va­no por­ta­to avan­ti fino a quel momen­to, è sta­to defi­ni­to uno dei più gran­di scan­da­li di cor­ru­zio­ne che abbia mai col­pi­to un’istituzione europea. 

Tanto è stato detto sul significato di questa «Tangentopoli europea», la cui portata si è lentamente estesa fino a coinvolgere circa sessanta persone, tra eurodeputati e funzionari. 

Pri­ma di pas­sa­re all’analisi del­le con­se­guen­ze di ciò che sta acca­den­do, dun­que, è neces­sa­rio riper­cor­re­re le tap­pe dell’investigazione che ha por­ta­to gli inqui­ren­ti ad arre­sta­re quat­tro per­so­ne, di cui una gre­ca e tre ita­lia­ne, con l’accusa di cor­ru­zio­ne, rici­clag­gio e asso­cia­zio­ne a delin­que­re. Si trat­ta, nel­lo spe­ci­fi­co, dell’ex euro­par­la­men­ta­re non­ché fon­da­to­re del­la ong Fight Impu­ni­ty Pier Anto­nio Pan­ze­ri, con­si­de­ra­to l’artefice del giro di tan­gen­ti, dell’ormai ex-vice­pre­si­den­te del Par­la­men­to Euro­peo Eva Kai­li, del suo com­pa­gno Fran­ce­sco Gior­gi (anche assi­sten­te dell’europarlamentare Andrea Coz­zo­li­no) e dell’ex-segretario, auto­so­spe­so­si dopo esse­re sta­to tra­vol­to dal­le accu­se, del­la ong No Pea­ce Without Justi­ce, fon­da­ta nel 1993 da Emma Boni­no, Nic­co­lò Figà-Tala­man­ca.

Occor­re, dun­que, tor­na­re indie­tro di qual­che mese, pre­ci­sa­men­te a luglio di quest’anno, quan­do i ser­vi­zi segre­ti bel­gi han­no per­qui­si­to l’abitazione brus­sel­le­se di Pan­ze­ri. L’autorizzazione a pro­ce­de­re fu con­ces­sa alla luce del sospet­to, emer­so a segui­to di un’inchiesta dura­ta cir­ca un anno, che “enti­tà stra­nie­re” aves­se­ro inter­fe­ri­to nei pro­ces­si deci­sio­na­li del Par­la­men­to Euro­peo. Sospet­to fon­da­to, visto il ritro­va­men­to di 700 mila euro in con­tan­ti nell’abitazione dell’allora europarlamentare. 

È iniziato così lo scandalo a cui oggi siamo soliti riferirci con il soprannome “qatargate”:

secon­do gli inqui­ren­ti, infat­ti, sareb­be sta­to pro­prio il pae­se in cui si sono da poco con­clu­si i mon­dia­li di cal­cio (una que­stio­ne a pro­po­si­to del­la qua­le mol­ti han­no par­la­to di sport­wa­shing, per le ragio­ni di cui ave­va­mo par­la­to qui) a cor­rom­pe­re alcu­ni espo­nen­ti del Par­la­men­to Euro­peo, elar­gen­do ingen­ti som­me di dena­ro al fine di influen­zar­ne le pre­se di posizione. 

Per capi­re a che tipo di favo­ri pun­ta­va­no i diplo­ma­ti­ci qata­rio­ti quan­do distri­bui­va­no tan­gen­ti agli euro­par­la­men­ta­ri e ai loro assi­sten­ti, può risul­ta­re uti­le rileg­ge­re le paro­le pro­nun­cia­te da Eva Kai­li duran­te un inter­ven­to al Par­la­men­to Euro­peo. Era il 21 novem­bre quan­do l’ex pre­si­den­te del Pe face­va nota­re come il Qatar aves­se imple­men­ta­to rifor­me che ave­va­no “ispi­ra­to il mon­do ara­bo”. Kai­li, poi, pro­se­gui­va: «Il Qatar è all’avan­guar­dia nei dirit­ti dei lavo­ra­to­ri, abo­len­do la kafa­la e intro­du­cen­do il sala­rio mini­mo […]. Han­no ade­ri­to a una visio­ne per scel­ta e si sono aper­ti al mon­do. Tut­ta­via, alcu­ni qui invi­ta­no a discri­mi­nar­li […], seb­be­ne poi com­pri­no il loro gas e abbia­no lì le loro azien­de che gua­da­gna­no miliardi». 

Lo scor­so gio­ve­dì, Kai­li è sta­ta ascol­ta­ta pres­so il Palais de Justi­ce di Bru­xel­les, dove il suo avvo­ca­to l’ha dife­sa affer­man­do che «non è mai sta­ta cor­rot­ta» e che «non sape­va nien­te» né dei 150 mila euro ritro­va­ti pres­so la sua abi­ta­zio­ne, né dei 750 mila che si tro­va­va­no nel­la vali­gia con cui suo padre sta­va cer­can­do di scap­pa­re. Una teo­ria a cui, evi­den­te­men­te, i giu­di­ci del­la came­ra di con­si­glio non han­no cre­du­to, dato che han­no deci­so di con­fer­ma­re le misu­re deten­ti­ve per Kai­li in modo da evi­ta­re che l’ex vice­pre­si­den­te del Pe potes­se inqui­na­re le pro­ve qua­lo­ra le fos­se­ro sta­ti con­ces­si i domiciliari.

È necessario specificare che l’attribuzione del soprannome “qatargate” costituisca una semplificazione.

Infat­ti, non è solo il Qatar ad aver com­pra­to i favo­ri dei cir­ca ses­san­ta euro­par­la­men­ta­ri, ben­sì anche il Maroc­co avreb­be paga­to per ripu­li­re la pro­pria imma­gi­ne e otte­ne­re così rap­por­ti com­mer­cia­li più stret­ti con l’UE oltre che una sostan­zia­le negli­gen­za sul­la que­stio­ne del popo­lo dei Sah­ra­wi. Si trat­ta, in bre­ve, di grup­pi tri­ba­li loca­li che da tem­po recla­ma­no l’indipendenza e i cui dirit­ti ven­go­no siste­ma­ti­ca­men­te vio­la­ti dal Maroc­co, stan­do alle accu­se mos­se da dal­la gran par­te del­la comu­ni­tà internazionale. 

Per com­ple­ta­re il qua­dro occor­re capi­re chi sono gli euro­par­la­men­ta­ri e i fun­zio­na­ri che ad oggi sem­bra­no esse­re i più coin­vol­ti nel­lo scan­da­lo. Si trat­ta, come anti­ci­pa­to, di Pier Anto­nio Pan­ze­ri, la cui car­rie­ra è ini­zia­ta nel PCI per poi pro­se­gui­re nel­la CGIL e infi­ne pro­prio al Par­la­men­to Euro­peo, dove è appro­da­to nel 2004 per rima­ner­ci nel­le suc­ces­si­ve tre legi­sla­tu­re, sem­pre elet­to nel­le file del PD. Chi lo cono­sce affer­ma che la sua sim­pa­tia per la monar­chia maroc­chi­na non era affat­to un miste­ro e che, all’interno del grup­po S&D di cui Pan­ze­ri face­va par­te, i Sah­ra­wi non si pote­va­no nem­me­no nomi­na­re. Det­ta­glio per nul­la tra­scu­ra­bi­le è quel­lo che riguar­da la fon­da­zio­ne del­la ong Fight Impu­ni­ty, di cui Pan­ze­ri è diret­to­re e che si occu­pa, nomen omen, di com­bat­te­re l’impunità rela­ti­va alla vio­la­zio­ne dei dirit­ti umani. 

C’è poi Fran­ce­sco Gior­gi, che a Bru­xel­les ci è arri­va­to nel 2009 come assi­sten­te del depu­ta­to del PD Coz­zo­li­no e che ha anche col­la­bo­ra­to con Pan­ze­ri. Eva Kai­li, inve­ce, ha ini­zia­to a fare poli­ti­ca quan­do è sta­ta elet­ta nel Movi­men­to Socia­li­sta Panel­le­ni­co (Pasok), uno dei prin­ci­pa­li par­ti­ti di sini­stra gre­ci. La sua car­rie­ra è pro­se­gui­ta con l’elezione al Par­la­men­to Euro­peo (2014), di cui è sta­ta vice­pre­si­den­te da gen­na­io allo scop­pio del­lo scan­da­lo. Infi­ne, Nic­co­lò Figà-Tala­man­ca, pri­ma di rico­pri­re la cari­ca di segre­ta­rio del­la ong No Pea­ce without Justi­ce, è sta­to visi­ting scho­lar alla Colum­bia Uni­ver­si­ty e ha lavo­ra­to come con­su­len­te per la Cor­te pena­le inter­na­zio­na­le. Figà-Tala­man­ca è noto prin­ci­pal­men­te per le sue bat­ta­glie nel cam­po del­la giu­sti­zia pena­le internazionale. 

Un dettaglio che salta subito all’occhio è quello che riguarda il retroterra culturale che accomuna le personalità fin qui elencate.

Si trat­ta, infat­ti, di poli­ti­ci che han­no fat­to del­la dife­sa dei dirit­ti uma­ni una bat­ta­glia iden­ti­ta­ria, la cui imma­gi­ne è sta­ta sem­pre asso­cia­ta all’area di sini­stra del­lo spet­tro poli­ti­co e la cui sele­zio­ne sareb­be sta­ta ope­ra­ta dal Qatar con uno sco­po ben pre­ci­so: quel­lo di otte­ne­re soste­gno da par­te di per­so­na­li­tà cre­di­bi­li pro­prio per le loro bat­ta­glie poli­ti­che pregresse. 

Alla luce di que­ste con­si­de­ra­zio­ni, a cui vie­ne spon­ta­neo aggiun­ge­re l’imbarazzante caso Sou­ma­ho­ro che ave­va­mo appro­fon­di­to qui, sem­bra che non si pos­sa più evi­ta­re di riflet­te­re sul sen­so del­la cosid­det­ta que­stio­ne mora­le.

Pro­prio la sini­stra ha per lun­go tem­po riven­di­ca­to la pater­ni­tà di que­sto tema, e qua­si cer­ta­men­te il qatar­ga­te pro­vo­che­rà nei mesi a veni­re un decli­no del­la fidu­cia nei con­fron­ti del­le isti­tu­zio­ni euro­pee. Su quest’ultimo pun­to il pre­si­den­te unghe­re­se Vik­tor Orban è già par­ti­to all’attacco, riven­di­can­do la neces­si­tà di abo­li­re il Par­la­men­to Euro­peo per sosti­tuir­ne i com­po­nen­ti ad oggi elet­ti con per­so­na­li­tà nomi­na­te dai pae­si mem­bri. Una pro­ce­du­ra, que­sta, che a suo dire per­met­te­reb­be di assi­cu­ra­re mag­gio­re «con­trol­lo, affi­da­bi­li­tà e credibilità». 

Sul fat­to che que­sta pos­sa esse­re la solu­zio­ne per­man­go­no del­le per­ples­si­tà, se non altro per­ché è ragio­ne­vo­le pen­sa­re che l’elezione demo­cra­ti­ca degli euro­de­pu­ta­ti sia uno dei pochi mec­ca­ni­smi effet­ti­va­men­te fun­zio­nan­ti e che assi­cu­ra­no un cer­to coin­vol­gi­men­to dei cit­ta­di­ni nel com­ples­so siste­ma di gover­nan­ce euro­pea. Ciò che occor­re tene­re a men­te, sem­mai, è che le bat­ta­glie non le com­bat­to­no i sin­go­li ma le per­so­ne, per­tan­to le col­pe indi­vi­dua­li non dovreb­be­ro met­te­re in discus­sio­ne il dure­vo­le ope­ra­to di chi in quei sin­go­li ripo­ne­va la pro­pria fiducia. 

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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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