Del: 21 Dicembre 2022 Di: Redazione Commenti: 0
Radici. Quando Prodi chiese a due fantasmi dove fosse Aldo Moro

Patrick Jane, il protagonista della serie TV The Mentalist, aiuta i detective nel loro lavoro grazie alle sue capacità apparentemente paranormali, mentre vere e proprie facoltà sovrannaturali sono quelle messe al servizio della polizia dalla protagonista di iZombie.
Nella realtà, è avvenuto che gli apparati statali contattassero sedicenti “parapsicologi” laddove la polizia, proverbialmente, brancolava nel buio: è stato questo il caso delle incalzanti settimane seguite al rapimento (avvenuto in via Fani a Roma il 16 marzo 1978, ad opera delle Brigate Rosse) di Aldo Moro, allora presidente della DC e promotore del cosiddetto “compromesso storico” con il PCI di Berlinguer.

Non soltanto un commissario dell’UCIGOS (neonato ufficio della Polizia di Stato) interpellò il sensitivo olandese Boekbinder, in arte Gerard Croiset, ma ci fu anche chi tentò in prima persona di contattare gli spiriti dei morti, per scoprire dove fosse stato nascosto Moro.

La seduta avrebbe avuto luogo il 2 aprile 1978 a Zappolino, nel bolognese, ad opera di alcuni amici e colleghi economisti come Alberto Clò, Mario Baldassarri e un trentanovenne Romano Prodi, futuro premier e leader del centrosinistra. Stando alle loro deposizioni parlamentari del 1998, per scherzo organizzarono il cosiddetto “gioco del bicchierino (o piattino)”, in cui come su una tavola ouija si tocca un oggetto che, mosso da un ipotetico spirito, comporrebbe parole spostandosi lungo l’alfabeto.

I partecipanti avrebbero interpellato sull’ubicazione di Moro i fantasmi di don Sturzo e del democristiano La Pira, le quali (dopo qualche lettera senza senso) avrebbero composto le parole “Gradoli”, “Bolsena” e “Viterbo”: accortosi dell’esistenza di una Gradoli in provincia di Viterbo e vicina al lago di Bolsena, Prodi riferì la vicenda all’allora senatore DC Andreatta, al criminologo Balloni (che avvertì la DIGOS della questura di Bologna, la quale però poi smentì) e a Umberto Cavina, che girò la comunicazione al segretario della DC Zaccagnini.

Sulla base di questa segnalazione e di un appunto scritto da Cavina alla polizia, in cui a dire il vero si parlava ben più specificamente di una precisa abitazione (forse per progressive aggiunte come in un “telefono senza fili”) il 6 aprile la questura di Viterbo setacciò il comune di Gradoli, invano.

C. Marchiaro e F. Bonethe, Lo spiritismo: la teoria e le tecniche, Milano, Longanesi 1978, p. 55

Tuttavia i sostenitori della veridicità della seduta spiritica poterono appoggiarsi al ritrovamento, il 18 aprile in via Gradoli a Roma, di un appartamento di proprietà del brigatista Moretti, segnalato ai pompieri per una perdita d’acqua.
Probabilmente non vi fu mai tenuto Moro e comunque a causa della calca di automezzi e curiosi non fu possibile una retata a sorpresa degli inquilini, che non vennero rinvenuti, anche se personalità come Andreotti e Cossiga sollevarono il sospetto che la storia della seduta fosse un’invenzione atta a coprire la vera fonte della soffiata, un informatore vicino alle Brigate o ad Autonomia Operaia, più avanti identificato nel militante Piperno (che smentì) o persino negli apparati dell’URSS.

Il dubbio andava di pari passo con un altro, non eccentrico rispetto a quanto sappiamo oggi degli “anni di piombo”, ossia che in realtà chi di dovere avesse scoperto di via Gradoli ben prima del 18 aprile, ma avesse opportunamente insabbiato e depistato.
L’abitazione era in effetti già stata segnalata più volte: dal deputato DC Benito Cazora, che lo riferì sia alla polizia che al partito (ma il passaparola, dice lui, sarebbe stato troncato dal PCI e dalla famiglia Moro all’allora ministro dell’interno Cossiga, che però smentì il fatto.

L’appartamento si scoprì inoltre già osservato da tempo dall’UCIGOS e dai servizi segreti del SISDE, per ipotizzati legami con Potere Operaio e Autonomia Operaia.

Vi è però un’ultima ipotesi che tiene conto di queste segnalazioni senza implicare grandi complotti (del resto, lo stesso figlio di Cazora apre alla possibile buona fede di chi non diede credito a suo padre: come sottolinea il CICAP, il movimento nel “gioco del bicchierino” è facilmente attribuibile a movimenti muscolari involontari e inconsapevoli dei partecipanti); la composizione delle lettere in parole, specie nel contesto caotico di Zappolino descritto dai tre economisti, può essere stata influenzata dalle loro attese inconsce e dal fatto che la parola “Gradoli” aleggiasse da tempo, sussurrata negli ambienti.

In sostanza, l’impossibilità di dirimere con certezza questa storia risiede nel problema che una stessa argomentazione, ossia il fatto che via Gradoli fosse già sotto osservazione, può supportare tanto la tesi della mala che della cattiva fede.

Articolo di Michele Cacciapuoti

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta