Greta Thunberg e Andrew Tate, perché non blastare

Greta Thunberg e Andrew Tate, perché non blastare

Come si è chiu­so il 2022? Per alcu­ne per­so­ne bene, per altre meno bene, per Andrew Tate malis­si­mo.

L’ex-kic­k­bo­xer ha infat­ti ingag­gia­to, fra il 27 e il 28 dicem­bre, un pro­vo­ca­to­rio bot­ta e rispo­sta su Twit­ter con l’attivista per il cli­ma Gre­ta Thun­berg, che è sta­ta decre­ta­ta “vin­ci­tri­ce” a giu­di­zio (bene o male una­ni­me) dei com­men­ta­to­ri sui social net­work. Ad appa­ren­te coro­na­men­to del­la sua scon­fit­ta, il gior­no dopo Tate è sta­to anche arre­sta­to in Roma­nia nell’ambito di un’indagine sul traf­fi­co di esse­ri uma­ni.

Facciamo un passo indietro.

Andrew Tate, oltre che atle­ta, è un ex-per­so­nag­gio tele­vi­si­vo piut­to­sto con­tro­ver­so (nel 2016 è sta­to allon­ta­na­to dal Gran­de Fra­tel­lo per via di un video in cui appa­ri­va men­tre fru­sta­va una don­na).
Le sue teo­rie machi­stemiso­gi­ne, sin­ce­re o volu­ta­men­te pro­vo­ca­to­rie, han­no tro­va­to sem­pre più ampio spa­zio sul web, a tal pun­to che nel 2017 Twit­ter can­cel­lò per­ma­nen­te­men­te il suo account @Cobratate, a segui­to dell’affermazione per cui “Se ti met­ti nel­la posi­zio­ne di esse­re vio­len­ta­ta, devi assu­mer­ti alcu­ne respon­sa­bi­li­tà. Non sto dicen­do che vada bene che tu sia sta­ta violentata”.

Dopo il ban di altri due account Twit­ter che teo­ri­ca­men­te non avreb­be potu­to crea­re (@ofWudan nel 2021 e @MasterfulPo a ini­zio 2022, quest’ultimo per­si­no veri­fi­ca­to), Tate è sta­to allon­ta­na­to anche da Face­book, Insta­gram e Tik­Tok, la scor­sa esta­te.
A segui­to del pas­sag­gio di Twit­ter ad Elon Musk, tut­ta­via, @Cobratate è sta­to rein­te­gra­to il 18 novem­bre insie­me ad altri per­so­nag­gi pub­bli­ci e ha subi­to twit­ta­to che “per­de­re, sem­pli­ce­men­te, non è un’opzione”.

A que­sto pun­to arri­via­mo allo scam­bio con Gre­ta Thun­berg: il 27 dicem­bre Tate si van­ta del­le emis­sio­ni pro­dot­te dal­le sue Bugat­ti e Fer­ra­ri, e chie­de all’attivista di far­gli sape­re a qua­le indi­riz­zo e‑mail pos­sa invia­re la lista com­ple­ta del­le 33 auto.
Thun­berg rispon­de qual­che ora dopo con un indi­riz­zo iro­ni­co, smalldickenergy@getalife.com.

La mat­ti­na del 28 dicem­bre tate twit­ta un video in cui ribal­ta la frec­cia­ti­na (asse­ren­do che l’attivista si sia det­ta da sola di ave­re un pene pic­co­lo, in sostan­za “chi lo dice sa di esser­lo”) e si fa con­se­gna­re del­le piz­ze in car­to­ni espli­ci­ta­men­te “non riciclabili”.

Il 29 dicem­bre vie­ne arre­sta­to dal­le for­ze dell’ordine rome­ne duran­te un pro­ce­di­men­to pena­le che coin­vol­ge inda­gi­ni sul traf­fi­co di esse­ri uma­ni, e ci vuo­le poco per­ché la noti­zia ven­ga fat­ta discen­de­re in modo cau­sa­le dal­la lite con Gre­ta Thun­berg: nel­lo spe­ci­fi­co, a soste­ne­re che l’ubi­ca­zio­ne di Tate sia sta­ta indi­vi­dua­ta o con­fer­ma­ta gra­zie alla cate­na di piz­ze­rie rico­no­sci­bi­le nel video, è fra gli altri l’avvocata e atti­vi­sta Ale­jan­dra Cara­bal­lo, ma l’indomani paio­no iro­ni­ca­men­te soste­ner­lo anche i tweet del­la stes­sa Thun­berg (“Ecco che cosa suc­ce­de a non rici­cla­re i car­to­ni del­la piz­za”) e del­la cate­na Jerry’s Piz­za.

Non solo: a cir­co­la­re mol­to è anche la noti­zia per cui respon­sa­bi­le dell’arresto di Andrew Tate sareb­be un’agenzia euro­pea chia­ma­ta, per iro­nia del­la sor­te, GRETA (Group of Experts on Action again­st Traf­fic­king in Human Beings).

A dire il vero, la posi­zio­ne geo­gra­fi­ca di Tate era già nota da tem­po alle auto­ri­tà (e lui nem­me­no la nascon­de­va più di tan­to) e non è sta­ta solo la piz­za a con­fer­mar­la, come ha rife­ri­to il 30 dicem­bre ad AFP una por­ta­vo­ce dell’agenzia inve­sti­ga­ti­va rome­na DIICOT.
Per quan­to riguar­da l’altra GRETA, il suo lega­me con l’arresto è piut­to­sto labi­le e si limi­ta a un report del 2021 in cui esor­ta­va la Roma­nia ad effi­cien­ta­re il con­tra­sto al traf­fi­co di esse­ri umani.

Il problema del plauso acritico ai dissing di Thunberg nei confronti di Tate, però, è più profondo di queste mere incorrettezze (che comunque non sono ininfluenti, peggiorano il quadro).

Il pun­to è che Tate non ha solo un aspet­to opi­na­bi­le, ma vari: i suoi mes­sag­gi peri­co­lo­sa­men­te ses­si­sti; il suo radi­ca­le nega­zio­ni­smo del cam­bia­men­to cli­ma­ti­co; le moda­li­tà da troll (qual­cu­no che su Inter­net lan­cia esche pro­vo­ca­to­rie per crea­re discus­sio­ni acce­se) e, se con­fer­ma­te, le sue respon­sa­bi­li­tà nell’indagine per traf­fi­co di esse­ri uma­ni.

Con­fon­der­li non solo è uti­li­ta­ri­sti­ca­men­te inef­fi­ca­ce, ma è pro­prio eti­ca­men­te sba­glia­to. Ad esem­pio, anche se fos­se vera la noti­zia dei car­to­ni del­la piz­za, non avreb­be sen­so met­te­re sul­lo stes­so pia­no gli even­tua­li cri­mi­ni di Tate e le sue idee sul cli­ma, come inve­ce fa il tweet di Thun­berg (cer­to, iper­bo­li­ca­men­te), o come lascia­no sot­tin­ten­de­re alcu­ni tito­li un po’ clic­k­bait (da cui sem­bre­reb­be che Tate sia sta­to arre­sta­to per gli insul­ti all’attivista).

Non solo: si può esse­re d’accordo con la posi­zio­ne di Thun­berg nel dibat­ti­to sul cli­ma, pur cri­ti­can­do i suoi modi. Que­sti ulti­mi, infat­ti, sono sta­ti de fac­to gli stes­si di Tate: gara per chi ha l’ultima paro­la, bat­tu­ti­ne, attac­chi ad homi­nem di poca per­ti­nen­za del tipo get a life, “fat­ti una vita”.
O come il rife­ri­men­to alla small dick ener­gy, che effet­ti­va­men­te non va let­to in sen­so let­te­ra­le, ma come ribal­ta­men­to del­la big dick ener­gy, espres­sio­ne che indi­ca un atteg­gia­men­to sicu­ro di sé e “caz­zu­to”, un po’ come “ave­re le pal­le” ma con meno spa­val­de­ria celo­du­ri­sta. Que­sto basta però ad assol­ve­re l’uso di que­sta locu­zio­ne da ogni trac­cia di body­sha­ming e bas­sez­za di linguaggio?

Con­fer­ma del teno­re di que­ste argo­men­ta­zio­ni sono le rea­zio­ni sui social, che ten­den­zial­men­te si asse­sta­va­no su un “Gre­ta ha distrut­to Tate”, in ingle­se she owned him sick burn. Bene o male le paro­le che si usa­va­no quan­do a die­ci anni qual­cu­no “spe­gne­va”, “asfal­ta­va” o “stron­ca­va” l’amichetto con una fra­se ad effet­to, di per­ti­nen­za spes­so volgare.

Non sembra, insomma, così encomiabile abbassarsi al trolling di Tate.

Que­ste rispo­ste taglien­ti (in ingle­se sas­sy come­backs) sono una asso­mi­glia­no alla moda­li­tà del bla­sting (di cui è un otti­mo esem­pio anche il pro­fi­lo Insta­gram di Enri­co Men­ta­na), alcu­ni dico­no che Thun­berg abbia “bla­sta­to” Tate, come sostie­ne l’ac­count Insta­gram elo­quen­te­men­te chia­ma­to @blastometro.

Dal signi­fi­ca­to ori­gi­na­rio di “spa­ra­re, far esplo­de­re, distrug­ge­re”, il ver­bo ingle­se to bla­st è pas­sa­to a indi­ca­re una cri­ti­ca o un insul­to distrut­ti­vo.
Più lapi­da­rio del dis­sing da rap­per, più uni­la­te­ra­le di un beef (ciò che pri­ma si chia­ma­va que­rel­le), “bla­sta­re” è un modo per rimar­ca­re la pro­pria supe­rio­ri­tà intel­let­tua­le zit­ten­do qual­cu­no come igno­ran­te.

Se que­sto non-modo di argo­men­ta­re è bia­si­me­vo­le per chiun­que, il bla­sting peg­gio­ra quan­do ad impie­gar­lo sono figu­re con un ruo­lo pre­ci­so: quel­lo del divul­ga­to­re. Fra que­sti ulti­mi, Rober­to Burio­ni è bla­ster per anto­no­ma­sia, for­se più di Mentana.

Anche in que­sto caso, il bla­sting da par­te di un divul­ga­to­re è inef­fi­ca­ce ma anche sba­glia­to: qua­li sono infat­ti sco­po ed effet­to dell’azione? Qual è il tar­get di rife­ri­men­to che pos­sa applau­di­re il bla­sta­to­re, se non il pub­bli­co che già lo segue, già con­di­vi­de le sue idee e sta dal­la sua par­te?
A che cosa ser­ve tut­to que­sto, se non ad esa­cer­ba­re la pola­riz­za­zio­ne fra due schie­ra­men­ti e l’incomunicabilità stagna?

Se il bla­sta­to igno­ra­va in buo­na fede, non si può far­glie­ne una col­pa. Se pro­vo­ca­va in mala fede, chi è il divul­ga­to­re per assu­mer­si il ruo­lo di puni­to­re?
In ogni caso, nel­la qua­si tota­li­tà dei casi chi sostie­ne una posi­zio­ne fal­sa e anti­scien­ti­fi­ca non lo fa giu­sto per, sapen­do che è fal­sa, per­ché vene­ra tote­mi­ca­men­te il Male come un vil­lain Disney o vuo­le vede­re il mon­do bru­cia­re come Joker.
Lo fa per­ché con­vin­to di ave­re la veri­tà in mano e la scien­za in pugno, un atteg­gia­men­to non dis­si­mi­le da un altro dia­me­tral­men­te oppo­sto ma spe­cu­la­re, la con­vin­zio­ne in posi­zio­ni scien­ti­fi­che non come fidu­cia nel meto­do (comu­ni­ta­rio e fon­da­to sul­la peer review) ma come fede aprio­ri­sti­ca.

Per quan­to da seco­li la scien­za non ragio­ni più per auc­to­ri­ta­tes ed ipse dixit, si dice spes­so che “la scien­za non è demo­cra­ti­ca”: l’ha det­to Burio­ni, l’ha det­to Pie­ro Ange­la. Que­sta fra­se difen­de il mec­ca­ni­smo del­la peer review cer­to con­tro l’ipse dixit, ma soprat­tut­to con­tro il rela­ti­vi­smo qua­lun­qui­sta.
Ma (e né Burio­ni né Ange­la lo nega­no) l’ogget­ti­vi­tà del meto­do non è incon­ci­lia­bi­le con un atteg­gia­men­to demo­cra­ti­co, come ricor­da­va un altro divul­ga­to­re noto con il nome di Bar­ba­scu­ra X: la scien­za neces­si­ta di stru­men­ti cri­ti­ci non comu­ni, ma que­sti devo­no esse­re alme­no in poten­za acces­si­bi­li a chiun­que voglia approcciarvisi.

E fornire gli strumenti sarebbe proprio il compito del divulgatore (qualora non volesse solo donare un pesce, ma insegnare a pescare) – che senso ha che si limiti a deridere dall’alto in basso chi non ce li ha?


Nel Sag­gia­to­re e nel­la Let­te­ra a Castel­li, Gali­leo dice che il libro del­la natu­ra è scrit­to nel­la lin­gua del­la mate­ma­ti­ca: qual è il com­pi­to dell’interprete di una lin­gua? Tra­dur­la, o anco­ra meglio inse­gnar­la, non irri­de­re chi non la conosce.

Si badi al sal­to logi­co: l’ultimo para­gra­fo esu­la dal dibat­ti­to sul­la demo­cra­ti­ci­tà del­la scien­za e per­tie­ne inve­ce alla demo­cra­ti­ci­tà del­la sua comu­ni­ca­zio­ne. Non si vuo­le qui asse­ri­re che la comu­ni­tà scien­ti­fi­ca sia alla stre­gua di un’ortodossia oscu­ran­ti­sta e reli­gio­sa, ma che rischi di veni­re divul­ga­ta come tale. Il che equi­va­le, eti­mo­lo­gi­ca­men­te, a non divul­gar­la.

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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